Chissà se un giorno butteremo le maschere … , di Eugenio Montale

Chissà se un giorno butteremo
le maschere che portiamo sul
volto senza saperlo. Per questo
è tanto difficile identificare
gli uomini che incontriamo.
Forse fra i tanti, fra i milioni
c’è quello in cui viso e maschera
coincidono e lui solo potrebbe
dirci la parola che attendiamo da
sempre. Ma è probabile che egli
stesso non sappia il suo privilegio.

– Eugenio Montale –

A un certo punto della vita dell’uomo …, testo di Vasco Ursini

Vasco Ursini

A un certo punto della vita dell’uomo l’estrema precarietà dell’esserci si avverte con drammatica continuità giorno dopo giorno, e gli ungarettiani versi “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” si insinuano nel pensiero stabilmente

PARMENIDE, SULLA NATURA: traduzione e analisi filologica ed etimologica di Vincenzo Guarracino, 28 novembre 2019

ANTOLOGIA del TEMPO che resta


Caro Paolo,
eccoti (te l’avevo promesso molto tempo fa) un mio piccolo contributo da filologo su Parmenide, del quale ti invio la traduzione e le note al Proemio.
Ti chiedo venia se non sono stato capace di inserire gli accenti corretti alle parole.
Con tutta la mia stima
Como,  28 novembre 2019

PARMENIDE   SULLA NATURA

Il titolo

Il poema, così come ci è stato tramandato, presenta il titolo concordemente accettato di Perì phýseos”Sulla natura”, conservatoci da Sesto Empirico (Contro i matematici, VII, 111), in armonia con una tradizione che si riscontrerà poi in Empedocle e in molti altri filosofi greci (Melisso, Alcmeone, Gorgia, Prodico) e successivamente in Lucrezio (De rerum natura), fino in epoca rinascimentale con Bernardino Telesio (De rerum natura iuxta propria principia, 1586).

Citato anche come Physikòn(Porfirio, L’antro delle Ninfe, 22) e Physiologhìa (Suida, alla voce…

View original post 3.590 altre parole

Come atteggiarsi di fronte al pensiero filosofico di Emanuele Severino?, testo di Vasco ursini

Vasco Ursini a Amici di Emanuele Severino

 

Luigi Vero Tarca, professore ordinario di Filosofia teoretica presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e allievo di Emanuele Severino, nell’introduzione al volume a più voci intitolato A partire da Severino Sentieri aperti nella filosofia contemporanea (Aracne editrice, 2016), solleva alcune domande importanti.

Egli si chiede se sia possibile allontanarsi dal pensiero di Severino pur riconoscendone il magistero: “È possibile – in altri termini – dire qualcosa di diverso da quello che egli dice senza che ciò ne costituisca automaticamente una sconfessione?”
Ancora: “Se “partire da” significa anche prendere le distanze, come si possono prendere le distanze dal discorso che testimonia la verità assolutamente innegabile, e nello stesso tempo pretendere di restare fedeli a questa? Per uno che sia convinto della verità del discorso filosofico di Severino, è ancora possibile fare filosofia, e come?”

Per Tarca a questo punto si danno almeno due possibilità:
1 “È possibile ripetere il discorso di Severino. Ma la ripetizione deve essere alla lettera; e allora, in questo caso, si può ancora parlare di un fare filosofia?”

2 “Oppure la prosecuzione del pensiero di Severino, se non vuole costituirne una semplice ripetizione letterale, può essere un’applicazione delle sue “verità” ai vari autori e ai vari campi del sapere sui quali egli non ha potuto applicarsi come invece ha fatto, per esempio, con Nietzsche, con Leopardi ecc. Questo è già un modo più interessante di raccoglierne l’eredità, ma si tratta comunque di una maniera di fare filosofia molto parziale, che lascia fuori di sé alcuni tratti essenziali dell’autentico filosofare, a cominciare da quello che vede nella capacità di testimoniare in prima persona la verità ultima il compito primario del filosofo.
Del resto, lo stesso itinerario speculativo di Severino – pur essendo definito, certo, da un’implacabile coerenza – è caratterizzato pure da correzioni e revisioni anche su punti essenziali”.

Infine: “Da questo punto di vista si tratterebbe allora, per così dire, di distinguere, all’interno del discorso severiniano, ciò che è immutabile, e quindi permanente, da ciò che invece è variabile e quindi incrementabile: ciò che è “vivo” da ciò che è “morto”. Ma si tratta di cosa fattibile? Il solo porre tale questione apre questioni filosofiche straordinariamente difficili. Vi può essere un progresso nella verità? E come distinguere, all’interno del discorso che testimonia la verità innegabile, ciò che è immodificabile da ciò che invece è rivedibile? Come distinguere ciò che è incrementabile da ciò che permane perennemente e stabilmente?”

Sono tutti interrogativi legittimi che “aprono questioni filosofiche straordinariamente difficili”. Però filosofare significa mettere in discussione tutto, partendo non dal dubbio ma dalla verità (questo è uno degli insegnamenti fondamentali del filosofo bresciano). E Tarca sa che il nucleo inaggirabile del “destino della necessità” è racchiuso nella formula “l’esser sé dell’essente la cui negazione è autonegazione”, ossia l’essente non diventa mai altro da se stesso (e per essente Severino intende tutto ciò che non è nihil absolutum).
Le “correzioni e revisioni” di cui parla Tarca, correzioni presenti nell’itinerario filosofico di Severino, sì, ci sono, ma sono revisioni che sono state inserite per ripulire il linguaggio delle prime opere da alcune tracce di inquinamento nichilistico.
Tarca ritiene che il compito primario del filosofo sia quello di “testimoniare in prima persona la verità ultima”, ebbene anche tale affermazione apre una questione filosofica impegnativa: chi è il testimone della verità? È forse pensabile che il testimone della verità sia altro dalla verità stessa? Ma, a rifletterci bene, qui si spalanca un ulteriore interrogativo: il linguaggio è in grado di indicare la verità?
Ma allora è possibile testimoniare in prima persona la verità? Una cosa è certa: se “l’esser sé dell’essente la cui negazione è autonegazione”, ossia il destino dell’essere, non è il prodotto di un certo individuo (Severino lo ha ripetuto ad abundantiam) ma è la verità che appare in ogni uomo (anche nel pazzo, anche negli uomini più stupidi), allora le parole inaudite “di Severino” che ci spiazzano, che stravolgono le nostre abitudini concettuali, parole che “assumono il volto di un giudice inflessibile che nega tutte quelle che sono le nostre anche più ovvie e consolidate convinzioni”, ossia le parole che indicano l’impossibilità del diventar altro da parte di ogni determinazione del mondo, sono le
parole che spiazzano e mettono a disagio soltanto l’ “io empirico”, perché tali parole testimoniano ciò che in qualche modo “noi” già conosciamo, ossia testimoniano ciò che ci sta da sempre dinanzi. Ecco perché ad una domanda di Alain Elknan: “Chi la pensa come lei, professore? Severino aveva risposto: “Tutti gli esseri nel profondo del loro cuore”.

Abbiamo deciso noi di venire al mondo?, testo di Vasco Ursini

Abbiamo deciso noi di venire al mondo? No. Vi siamo stati “gettati”. Possiamo decidere noi quando ce ne andremo? No.
Come si fa allora a dire che “siamo liberi”? E quando si è di fronte a un “aut – aut”, come si fa a pensare che avremmo potuto prendere una decisione diversa da quella effettivamente presa?

Alle molte domande che mi sono pervenute sulla questione se “l’uomo sia libero o no”, rispondo con questo illuminante scritto di Emanuele Severino, “Libertà e destino”, che io pienamente condivido, testo di Vasco Ursini

Alle molte domande che mi sono pervenute sulla questione se “l’uomo sia libero o no”, rispondo con questo illuminante scritto di Emanuele Severino, “Libertà e destino”, che io pienamente condivido.

Sarebbe potuto esistere un mondo più felice, invece di quello che conosciamo? diverso da quello che è esistito? E anche per il futuro: la vita cui andiamo incontro è l’unica che ci attende? Quella che vivremo è l’unica che avremmo potuto vivere? Oppure la vita che vivremo è una delle molte, forse infinite, vie possibili che avremmo potuto vivere? L’uomo è in cammino: la via che egli percorre è l’unica che gli era aperta? o altre egli avrebbe potuto imboccare?
Queste domande riguardano sia gli eventi più semplici e più umili della vita, sia quelli più complessi e più grandi. Sta venendo sera e accendiamo la lampada. Avremmo potuto lasciarla spenta? Invece di questa lampada. che ora è accesa, sarebbe potuta stare ora dinanzi a noi questa lampada, spenta? Adamo ha peccato, rendendo “massa dannata” l’umanità intera. Avrebbe potuto non peccare, o la sua caduta era inevitabile?
A seconda della risposta, si afferma o si nega la “libertà” dell’uomo. Lungo la storia della cultura occidentale, la negazione della libertà ha ricevuto molti nomi. “Destino” è uno dei più noti. Il destino è la necessità che il divenire del mondo e della vita si sviluppi così come effettivamente si sviluppa: se ora si accende la lampada o si pensa alla giornata trascorsa, era inevitabile che questo gesto e questo pensiero accadessero; se Adamo ha peccato e un uomo chiamato Gesù è stato crocifisso in Palestina, se tutti i grandi imperi sono crollati, era inevitabile che tutto questo accadesse.
Lungo la storia della nostra cultura i sostenitori del destino si scontrano con i sostenitori della libertà. Per Zarathustra, il cristianesimo (o gran parte di esso), il buddismo e l’intero pensiero contemporaneo l’uomo è libero; per Makhali Gosala, il grande rivale di Budda, per lo stoicismo e Spinoza l’uomo è sottoposto a un destino ineludibile. Da un lato si dice che non tutto, o addirittura nulla, accade necessariamente; dall’altro lato si afferma che tutto accade necessariamente. L’opposizione non può essere più frontale.
Ma è proprio così? Non hanno proprio nulla in comune questi due opposti schieramenti? Non c’è proprio nulla in comune tra chi afferma e chi nega che gli eventi accadono necessariamente?
Qualcosa di comune c’è, ed è ben visibile; anche se può sembrare di poca importanza. Sia gli uni, sia gli altri affermano che ‘gli eventi accadono’. Per il cristianesimo, come per gli stoici, Nietzsche e la scienza moderna, gli eventi accadono. Ma è così importante rilevarlo? O non piuttosto qualcosa di così ovvio che non vale la pena di perderci altro tempo? Non vogliamo nemmeno ricordare che le parole “evento” e “accadere”, nel pensiero dell’Occidente, hanno un significato profondamente costante, per il quale ciò che accade è ciò che giunge ad essere – accade, nel senso che, appunto, cade sull’essere – e, cadendo, proviene dal suo non essere stato, cioè dal suo essere stato nulla? e che il cadere sull’essere è un provenire, e quindi ciò che accade è un evento che viene dal non essere e che dopo esser caduto sull’essere ricade nel non essere, ricade nel nulla?
Per il pensiero dell’Occidente, dunque, ciò che accade non è indissolubilmente legato né al suo non essere (in cui si trova prima di esistere), né al suo essere, giacché prima o poi ricade nel nulla. Per sciogliersi e liberarsi da entrambi. E’ ibero dal nulla, perché entra nell’essere; è libero dall’essere perché ricade nel nulla. Il potersi liberare sia dall’essere sia dal nulla è il significato più profondo che, nella storia del pensiero occidentale, viene conferito alla libertà. E’ la ‘libertà originaria’. Per il pensiero occidentale l’accadere è la libertà originaria degli eventi. (E poiché, per il pensiero dell’Occidente, essere una ‘cosa’ significa oscillare tra l’essere e il nulla, la cosa è la libertà originaria – è l’essere originariamente libera – e la libertà originaria è di diritto l’unica cosa possibile.)
Ma qui sopra avevamo detto che ‘sia’ i sostenitori, ‘sia’ i negatori della libertà – sia coloro che negano sia coloro che affermano che gli eventi accadono necessariamente – hanno in comune la persuasione che ‘gli eventi accadono’. Ora possiamo dunque dire: ‘sia’ gli uni ‘sia’ gli altri hanno in comune la persuasione che gli eventi siano quella libertà originaria che consiste nel loro esser liberi dall’essere e dal nulla. Sia i sostenitori del destino, sia i sostenitori della libertà hanno in comune una libertà più profonda: l’oscillazione in cui gli eventi si liberano e dall’essere e dal nulla. Per i primi gli eventi oscillano tra l’essere e il nulla seguendo un ordine inevitabile e insostituibile, per i secondi l’ordine secondo cui gli eventi del mondo oscillano effettivamente tra l’essere e il nulla è uno dei molti (e forse infiniti) ordini che gli eventi avrebbero potuto seguire invece di quello effettivamente seguito.
La contrapposizione libertà-destino si costituisce dunque all’interno della libertà originaria di ciò che, venendo nell’essere e andando nel nulla, è libero sia dall’essere sia dal nulla, Anche lo stoicismo, anche Spinoza, cioè anche le forme più radicali del fatalismo occidentale sono forme della libertà originaria dell’evento. La persuasione che l’evento sia libertà originaria guida e domina l’intera storia dell’Occidente.
Ma nello sguardo della verità – che non è lo guardo di uno di noi, ma l’apertura che rende possibile ogni guardare – appare che quella persuasione è l’alienazione estrema della verità. Credendo che le cose escono dal niente e vi ritornano – credendo che le cose sono libertà originaria – si crede che le cose sono niente: è l’estrema follia che identifica le cose e il niente.
[…]
Il pensiero che non è guidato e dominato dall’alienazione della verità si mantiene quindi al di là della contrapposizione di libertà e destino: quando parla di ‘destino’ pensa dunque “la negazione della libertà originaria’ degli eventi dell’Occidente, cioè intende qualcosa di abissalmente diverso dal destino in quanto forma della libertà originaria dell’evento […]
Il cammino degli eterni nella volta dell’apparire è unico, non lascia ai margini della via gli eterni che sarebbero potuti apparire e che invece non sono apparsi (cfr. E. S., Destino della necessità,capp. III-IV). Tutto ciò che si manifesta è necessario che si manifesti. Anche per questo motivo è opportuno usare la parola “destino”. Nel suo significato autentico, e sconosciuto all’intera civiltà occidentale, il destino no è il Giogo che opprime il divenire delle cose (cfr. E. S., Il giogo, Adelphi, 1989), non è il Padrone, il Signore, la Legge che ha sotto si sé e domina la libertà originaria delle cose Le cose stesse sono il destino. La libertà originaria è il sogno compiuto da una di esse. L’eternità non sta al di fuori e al di sopra delle cose, ma è la loro anima: la loro vocazione più profonda e, insieme, ciò che da sempre esse hanno ottenuto.

(Emanuele Severino, Libertà e destino, in Pensieri sul cristianesimo, Rizzoli, 1995, pp. 200-204)

da

(21) Amici di Emanuele Severino