Vasco Ursini Per Leopardi, la verità – l’ “arido vero” – è …

Vasco Ursini
25 giugno 2018  ·
Per Leopardi, la verità – l’ “arido vero” – è “l’annientamento e l’annientabilità di ogni cosa”, e quindi “la verità non è il rimedio ma, all’opposto, la radice dell’angoscia”. Per chi, tuttavia, ardisce a sollevare, come fa il “genio”, gli “occhi mortali incontro alla verità, l’unica possibile forma di rimedio è l’unione della verità, ossia della visione del nulla annientante, alla poesia, cioè all’ultima illusione che consente di reggere lo spettacolo terribile della verità

da  (20+) Amici di Emanuele Severino | Facebook

Vasco Ursini, Ogni decisione è un errare

Amministratore

 25 giugno 2018 Contenuto condiviso con: Tutti

Ogni decisione è un errare
Secondo il destino della verità, ogni decisione è un errare, ma nessuna decisione è indifferente, qualcosa cioè che sarebbe potuta rimanere nulla lasciando che entrasse nell’essere la decisione opposta. Poiché tutto è eterno, è impossibile un tutto che sia privo di quella parte eterna, per quanto irrilevante ed errante, che è ad esempio la mia decisione, di spostare un bicchiere sul tavolo. Le decisioni non prese sono le decisioni che non possono esistere. Se non ci fosse il più piccolo e il più grande degli errori, non ci sarebbe nemmeno la verità. Anche l’errore è eterno. Ed è necessario sia perché appunto è eterno, sia perché la verità implica necessariamente l’errore, di cui è essenzialmente la negazione.

SUMMER SCHOOL ONLINE: INTELLIGENZA ARTIFICIALE CERVELLO E MENTE – 29-30-31 luglio 2020. Locandina e Programma

locandina e il programma della Summer School comprensiva di tutte le informazioni

104151728_1702857459854450_4376822374401650761_o

12
Per iscriversi versare la quota associativa a Associazione Filosofia Futura
iban IT52I0200858240000104235854
con la causale: quota annuale.

Studenti-giovani under 18: 80,00 €
Standard: 130,00 €.
Una volta effettuato il bonifico, inviare la ricevuta a:
paolo.barbieri@lafilosofiafutura.it
Con i propri dati anagrafici (data nascita e indirizzo residenza).

Buona giornata
Staff
tel. cel. 3351405459


vai anche a:

SUMMER SCHOOL ONLINE | INTELLIGENZA ARTIFICIALE, CERVELLO, MENTE

 

 

IL NEO-ILLUMINISMO UMANISTICO DI GIULIO GIORELLO di Luigi Anzalone

Unanime cordoglio e profondo dolore ha suscitato non solo negli ambienti filosofici, culturali e accademici italiani ed europei ma anche nel più ampio contesto della migliore opinione pubblica democratica del nostro Paese la morte del filosofo Giulio Giorello. La notizia è giunta inaspettata giacché si sapeva che il professore Giorello era riuscito – almeno così sembrava – ad avere la meglio sul coranavirus. Come egli stesso aveva scritto il 4 giugno scorso in un articolo, dal tono amaro e cogitabondo, pubblicato sul “Corriere della sera”, di cui era tra i più illustri commentatori, dopo circa 50 giorni di ricovero (dal 24 marzo al 17 maggio) prima presso il Policlinico di Milano, poi presso l’istituto “Maugeri”, era tornato a casa, apparentemente guarito. Per la cronaca, non più rosa, tre giorni fa si era unito in matrimonio con la sua amata compagna, Roberta Pelachin. La morte, purtroppo, dopo una decina di giorni in cui le sue condizioni di salute avevano subito un netto peggioramento, lo ha colto ieri nella sua abitazione milanese.
Non è certo questa la sede per un esame, vuoi pure sommario, del pensiero filosofico di Giorello, il quale è stato uno dei maggiori filosofi italiani della fine del Novecento e di questo così travagliato primo ventennio del terzo millennio. Ciò però non ci esime dal rendere un commosso e ammirato omaggio al suo elevato valore di filosofo, di storico della Filosofia della Scienza e di intellettuale democratico di sinistra, animato da un inesauribile desiderio di conoscenza e di diffusione della conoscenza e di costruzione di una società libera, a misura d’uomo, capace anche di essere felice.
Giulio Giorello aveva 75 anni, essendo nato nel capoluogo lombardo il 14 maggio 1945. Si laureò dapprima in Filosofia (1968) e poi in Matematica (1971). La sua carriera di docente universitario iniziò subito dopo, vedendolo docente di Meccanica razionale presso le Università di Padova e di Catania, per poi passare ad insegnare Filosofia della Scienza presso l’Università Statale di Milano, in sintonia con quella che era la sua più forte “vocatio”. Diventava così il successore del suo Maestro, Ludovico Geymonat, una figura di filosofo quasi leggendaria nella filosofia italiana ed europea, oltre che antifascista, partigiano, comunista “eretico”. Si può senz’altro dire che Giorello è stato un pensatore autonomo e, insieme, un originale continuatore del razionalismo scientifico di Geymonat, del suo senso laico della vita, della sua assoluta refrattarietà all’irrazionalismo, al misticismo e alle pseudo-ideologie di destra. Giorello non ha mai fatto mistero del suo ateismo, che però lo spingeva al dialogo con i cattolici come il filosofo Antiseri e il cardinale Martini, che s’interrogavano, come lui, in modo libero e meditante sui rapporti tra religione e scienza, fede e ragione. Non a caso, un libro, da lui scritto insieme ad Antiseri, s’intitola “Libertà. Un manifesto per credenti e non credenti”. Se prescindiamo, si fa per dire, dalla sua luminosa quanto sterminata produzione di opere di storia della Filosofia della Scienza, in cui dava prova di saper esporre in modo chiaro e brillante complesse teorie moderne, possiamo dire che il senso del suo pensiero filosofico è quello di un neo-illuminismo umanistico. Ostilissimo verso ogni dommatismo, fideismo, fanatismo, di marca sia religiosa che ideologica, ostilità espressa già dal titolo di uno dei suoi maggiori libri, “Di nessuna Chiesa”, il nostro filosofo sosteneva l’incontro tra scienza, discipline umanistiche ed etica, guidate da una ragione critica, di stampo illuministico e kantiano, per la sempre migliore realizzazione una società assolutamente antiautoritaria, refrattaria alle oligarchie del potere, libera, tollerante, laica, aperta e multiculturale. Uno dei massimi valori illuministici di Giorello, che riprendeva la lezione di Voltaire, era “la tolleranza intellettuale e pratica non come uno dei tanti «buoni» sentimenti ma come strumento concreto non solo per garantire la pace ma per consentire la crescita del sapere”. Non mancava – è il caso di dirlo – di denunciare quello che chiamava “il circolo vizioso tra invadenza della politica e corruzione”.
Quello che si potrebbe chiamare, d’accordo con Giorello, il suo relativismo, non era fatuità sofistica, ma una lezione di metodo critico. Con vistosa vicinanza a Bertrand Russell, Giorello mirava all’esercizio di un senso critico che liberasse “gli individui da ogni assolutismo in campo etico-politico e morale”. Il suo relativismo – sempre in accordo con Russell e con un grande matematico come Bruno Finetti – consisteva nel rifiuto di poter conseguire “qualche verità fuori discussione per l’eternità”. La verità è, invece, che “non c’è alcuna pretesa verità di oggi che non rischi domani di essere considerata falsità”. E con ragione. Se vogliamo, anche Giorello, al pari di Russell, era uno “scettico”, sapendo però che “per essere scettici fino in fondo si dev’essere scettici anche nei riguardi dello scetticismo”.
Per quel che direttamente mi riguarda, a Giorello mi lega, oltre l’ammirata lettura e studio di molti suoi libri (che peraltro rinverdivano in me il ricordo di essermi laureato in Filosofia della Scienza con una tesi su “Il problema del tempo nella relatività di Einstein” nel 1968), ma anche un ricordo di ordine familiare. Si tratta di questo. il 18 aprile 2012, la quarta edizione del “Premio Nazionale Frascati di Filosofia” vide come vincitore Giulio Giorello. L’altro vincitore, anzi vincitrice, fu mia figlia Mariafilomena Anzalone, alla quale venne assegnato il “Premio Esordiente” “per le sue ricerche su Hegel” (segnatamente per i suoi due volumi, “Volontà e soggettività nel giovane Hegel”, Luciano Editore 2008, e “Forme del pratico nella psicologia di Hegel”, Il Mulino 2012).
Questo ricordo fa comprendere anche il mio emotivo coinvolgimento personale per la morte di questo illustre filosofo, che fu Giulio Giorello.

L’ultima intervista di Giulio Giorello (1945-2020) al Dubbio: “Le mascherine ci tolgono identità e umanità…” – in sito Il Dubbio

vai a

L’ultima intervista di Giulio Giorello al Dubbio: “Le mascherine ci tolgono identità e umanità…” – Il Dubbio


Giulio Giorello (1945-2020). Filosofo. Laurea in Matematica (1971) e in Filosofia (1978). Titolare della cattedra di Filosofia della scienza alla Statale di Milano (successore del suo maestro Ludovico Geymonat). Dichiaratamente ateo. Grande passione per i fumetti. Tra i libri: con Pietro Adamo Quale Dio per la sinistra? (Unicopli, 1994), con Elio Sindoni I volti del tempo (Bompiani, 2001), Di nessuna chiesa. La libertà del laico (Raffaello Cortina, 2005) con Umberto Veronesi La libertà della vita (Raffaello Cortina, 2006), con Donald Gilles La filosofia della scienza nel XX secolo (Laterza 2006), con Ilaria Cozzaglio La filosofia di Topolino (Guanda, 2013). Presidente della Siles, la società italiana di logica e filosofia della scienza, ha diretto la collana “Scienza e idee” della Raffaello Cortina e ha collaborato con il Corriere della Sera e Radiotre. «Adora i canti partigiani, quelli degli esuli politici, le canzoni di Caterina Caselli. Tanto per fare dei nomi. “Sono le compagne delle nostre piccole odissee”, dice. “Io per esempio le ascolto soprattutto alla radio, le canticchio sotto la doccia, in macchina. Sono la sublime banalità della nostra esistenza. Lo scopo di una canzonetta è restituirci uno stato d’animo, comunicarci in modo semplice che cosa siamo. Esse fanno della nostra vita un tessuto particolarmente coerente. Consentono alle nostre esperienze completamente dissociate di stare bene insieme. Ci danno a volte la traccia di un ricordo, colorano la nostra nostalgia, sollecitano desideri di conciliazione con il mondo» [ad Antonio Gnoli, Rep]. Era stato ricoverato per due mesi per l’infezione da Covid-19 ed era tornato a casa. Tre giorni fa aveva sposato la compagna Roberta Pelachin.

Sul nulla come possibilità, nella tradizione occidentale, di Vasco Ursini

In tutta la tradizione occidentale il nulla è visto come la ‘possibilità’ dell’essere – e dunque come qualcosa che non è un nulla assoluto. Ed è visto così perché se il nulla fosse l’impossibilità del suo trasformarsi in essere non ci sarebbe il divenire.
Da ciò già si evince chiaramente che il nulla come possibilità è uno dei modi più significativi in cui si presenta la “Follia del nichilismo”.
Da un lato, il pensiero dell’Occidente pensa il nulla come l’assolutamente nulla da cui l’essere esce; dall’altro lato, invece, per pensare l’uscita dell’essere dal nulla, l’Occidente deve pensare che il nulla è possibilità dell’essere.
Ma pensando che il nulla è possibilità, l’Occidente connota positivamente il nulla facendolo diventare un essente e identifica gli assolutamente opposti, che peraltro, in quanto esso è fede nel divenire, non intende identificare.

Il “nulla” nello sguardo del destino, di Vasco Ursini

Nello sguardo del destino appare l’impossibilità di bandire il significato “nulla”.
La volontà di liberarsi di questo significato presuppone la significanza del nulla.
E infatti il discorso che afferma l’assoluta insignificanza del nulla (come fa, ad esempio, il discorso neopositivista) nega sé stesso, perché il concetto di “assoluta insignificanza” non è altro che il concetto di “nulla”.
All’interno stesso del linguaggio di coloro che vogliono liberarsi della significanza del nulla (e dunque all’interno del linguaggio ontologico), il nulla resta invincibile.
Quando infatti dicono che la parola “nulla” va eliminata perché è assolutamente insignificante, non si accorgono, non solo che stanno trattando come significante l’espressione “assolutamente insignificante”, ma capiscono la differenza che sussiste tra il significato “nulla” e tutti gli altri significati che invece essi non vogliono bandire, finendo col capire che cosa significa la parola “nulla”.

L’essere in Heidegger e Severino, di Vasco Ursini

Per Heidegger l’essere differisce dall’essente.
Questo differire è la “differenza ontologica”, alla quale è opportuno dare un senso preciso: per Heidegger l’essere non è il “nihil absolutum”, ma è “das Nichts” (il nulla) inteso come il nulla dell’ “essente” e non come l’ “assolutamente nulla”.
Quindi per Heidegger l’essente, ad esempio una pietra, nell’atto in cui è, non è un assolutamente nulla, non è un “nihil absolutum”.
Rispetto a questa posizione heideggeriana, Emanuele Severino osserva che i termini della differenza ontologica – essere, ente – , che nelle intenzioni di Heidegger dovrebbero essere gli assolutamente differenti e incommensurabili, in realtà sono invece identici, e lo dovrebbeto essere anche per lui in questo tratto essenziale: quello di essere entrambi non un “nihil absolutum”, di essere cioè negazione del nulla assoluto.

Il 14 giugno 1837 moriva Giacomo Leopardi – Lo vogliamo ricordare con quella che riteniamo la sua più bella poesia: “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” | in sito Elogio alla follia

vai a  Il 14 giugno 1837 moriva Giacomo Leopardi – Lo vogliamo ricordare con quella che riteniamo la sua più bella poesia: “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” | Elogio alla follia

Il “bivio”, di Vasco Ursini in Amici di Emanuele Severino | Facebook

La filosofia, al suo inizio, si volge al senso essenziale dell’opposizione tra l’essere e il nulla e viene a trovarsi a un bivio: da un lato inizia il “Sentiero del Giorno”, dall’altro il “Sentiero della Notte”.
Queste sono espressioni di Parmenide. Possiamo esprimere lo stesso concetto così: trovarsi sul “Sentiero della Notte” vuol dire aver fede nel divenire, fede che appare ai propri occhi come “episteme”; trovarsi sul “Sentiero del Giorno” vuol dire tentare di dare testimonianza del destino della verità negando quella fede.
L’Occidente ha sinora percorso il “Sentiero della Notte”. Non è ancora stato percorso il “Sentiero del Giorno”. L’Oriente sta prima del bivio, cioè prima del pensiero che pone in luce il senso essenziale dell’opposizione tra l’essere e il nulla.
Trascrivo qui, come felice conclusione di questo mio scritto, il commento che su di esso ha espresso Luciano Tomagè:
“È così, al bivio ci aspetta un insolita erma divina, un Mercurio mai visto prima, che indica col dito la gioia del destino in fondo al sentiero di gloria”.

via (1) Amici di Emanuele Severino | Facebook