IL NEO-ILLUMINISMO UMANISTICO DI GIULIO GIORELLO di Luigi Anzalone

Unanime cordoglio e profondo dolore ha suscitato non solo negli ambienti filosofici, culturali e accademici italiani ed europei ma anche nel più ampio contesto della migliore opinione pubblica democratica del nostro Paese la morte del filosofo Giulio Giorello. La notizia è giunta inaspettata giacché si sapeva che il professore Giorello era riuscito – almeno così sembrava – ad avere la meglio sul coranavirus. Come egli stesso aveva scritto il 4 giugno scorso in un articolo, dal tono amaro e cogitabondo, pubblicato sul “Corriere della sera”, di cui era tra i più illustri commentatori, dopo circa 50 giorni di ricovero (dal 24 marzo al 17 maggio) prima presso il Policlinico di Milano, poi presso l’istituto “Maugeri”, era tornato a casa, apparentemente guarito. Per la cronaca, non più rosa, tre giorni fa si era unito in matrimonio con la sua amata compagna, Roberta Pelachin. La morte, purtroppo, dopo una decina di giorni in cui le sue condizioni di salute avevano subito un netto peggioramento, lo ha colto ieri nella sua abitazione milanese.
Non è certo questa la sede per un esame, vuoi pure sommario, del pensiero filosofico di Giorello, il quale è stato uno dei maggiori filosofi italiani della fine del Novecento e di questo così travagliato primo ventennio del terzo millennio. Ciò però non ci esime dal rendere un commosso e ammirato omaggio al suo elevato valore di filosofo, di storico della Filosofia della Scienza e di intellettuale democratico di sinistra, animato da un inesauribile desiderio di conoscenza e di diffusione della conoscenza e di costruzione di una società libera, a misura d’uomo, capace anche di essere felice.
Giulio Giorello aveva 75 anni, essendo nato nel capoluogo lombardo il 14 maggio 1945. Si laureò dapprima in Filosofia (1968) e poi in Matematica (1971). La sua carriera di docente universitario iniziò subito dopo, vedendolo docente di Meccanica razionale presso le Università di Padova e di Catania, per poi passare ad insegnare Filosofia della Scienza presso l’Università Statale di Milano, in sintonia con quella che era la sua più forte “vocatio”. Diventava così il successore del suo Maestro, Ludovico Geymonat, una figura di filosofo quasi leggendaria nella filosofia italiana ed europea, oltre che antifascista, partigiano, comunista “eretico”. Si può senz’altro dire che Giorello è stato un pensatore autonomo e, insieme, un originale continuatore del razionalismo scientifico di Geymonat, del suo senso laico della vita, della sua assoluta refrattarietà all’irrazionalismo, al misticismo e alle pseudo-ideologie di destra. Giorello non ha mai fatto mistero del suo ateismo, che però lo spingeva al dialogo con i cattolici come il filosofo Antiseri e il cardinale Martini, che s’interrogavano, come lui, in modo libero e meditante sui rapporti tra religione e scienza, fede e ragione. Non a caso, un libro, da lui scritto insieme ad Antiseri, s’intitola “Libertà. Un manifesto per credenti e non credenti”. Se prescindiamo, si fa per dire, dalla sua luminosa quanto sterminata produzione di opere di storia della Filosofia della Scienza, in cui dava prova di saper esporre in modo chiaro e brillante complesse teorie moderne, possiamo dire che il senso del suo pensiero filosofico è quello di un neo-illuminismo umanistico. Ostilissimo verso ogni dommatismo, fideismo, fanatismo, di marca sia religiosa che ideologica, ostilità espressa già dal titolo di uno dei suoi maggiori libri, “Di nessuna Chiesa”, il nostro filosofo sosteneva l’incontro tra scienza, discipline umanistiche ed etica, guidate da una ragione critica, di stampo illuministico e kantiano, per la sempre migliore realizzazione una società assolutamente antiautoritaria, refrattaria alle oligarchie del potere, libera, tollerante, laica, aperta e multiculturale. Uno dei massimi valori illuministici di Giorello, che riprendeva la lezione di Voltaire, era “la tolleranza intellettuale e pratica non come uno dei tanti «buoni» sentimenti ma come strumento concreto non solo per garantire la pace ma per consentire la crescita del sapere”. Non mancava – è il caso di dirlo – di denunciare quello che chiamava “il circolo vizioso tra invadenza della politica e corruzione”.
Quello che si potrebbe chiamare, d’accordo con Giorello, il suo relativismo, non era fatuità sofistica, ma una lezione di metodo critico. Con vistosa vicinanza a Bertrand Russell, Giorello mirava all’esercizio di un senso critico che liberasse “gli individui da ogni assolutismo in campo etico-politico e morale”. Il suo relativismo – sempre in accordo con Russell e con un grande matematico come Bruno Finetti – consisteva nel rifiuto di poter conseguire “qualche verità fuori discussione per l’eternità”. La verità è, invece, che “non c’è alcuna pretesa verità di oggi che non rischi domani di essere considerata falsità”. E con ragione. Se vogliamo, anche Giorello, al pari di Russell, era uno “scettico”, sapendo però che “per essere scettici fino in fondo si dev’essere scettici anche nei riguardi dello scetticismo”.
Per quel che direttamente mi riguarda, a Giorello mi lega, oltre l’ammirata lettura e studio di molti suoi libri (che peraltro rinverdivano in me il ricordo di essermi laureato in Filosofia della Scienza con una tesi su “Il problema del tempo nella relatività di Einstein” nel 1968), ma anche un ricordo di ordine familiare. Si tratta di questo. il 18 aprile 2012, la quarta edizione del “Premio Nazionale Frascati di Filosofia” vide come vincitore Giulio Giorello. L’altro vincitore, anzi vincitrice, fu mia figlia Mariafilomena Anzalone, alla quale venne assegnato il “Premio Esordiente” “per le sue ricerche su Hegel” (segnatamente per i suoi due volumi, “Volontà e soggettività nel giovane Hegel”, Luciano Editore 2008, e “Forme del pratico nella psicologia di Hegel”, Il Mulino 2012).
Questo ricordo fa comprendere anche il mio emotivo coinvolgimento personale per la morte di questo illustre filosofo, che fu Giulio Giorello.

L’ultima intervista di Giulio Giorello (1945-2020) al Dubbio: “Le mascherine ci tolgono identità e umanità…” – in sito Il Dubbio

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L’ultima intervista di Giulio Giorello al Dubbio: “Le mascherine ci tolgono identità e umanità…” – Il Dubbio


Giulio Giorello (1945-2020). Filosofo. Laurea in Matematica (1971) e in Filosofia (1978). Titolare della cattedra di Filosofia della scienza alla Statale di Milano (successore del suo maestro Ludovico Geymonat). Dichiaratamente ateo. Grande passione per i fumetti. Tra i libri: con Pietro Adamo Quale Dio per la sinistra? (Unicopli, 1994), con Elio Sindoni I volti del tempo (Bompiani, 2001), Di nessuna chiesa. La libertà del laico (Raffaello Cortina, 2005) con Umberto Veronesi La libertà della vita (Raffaello Cortina, 2006), con Donald Gilles La filosofia della scienza nel XX secolo (Laterza 2006), con Ilaria Cozzaglio La filosofia di Topolino (Guanda, 2013). Presidente della Siles, la società italiana di logica e filosofia della scienza, ha diretto la collana “Scienza e idee” della Raffaello Cortina e ha collaborato con il Corriere della Sera e Radiotre. «Adora i canti partigiani, quelli degli esuli politici, le canzoni di Caterina Caselli. Tanto per fare dei nomi. “Sono le compagne delle nostre piccole odissee”, dice. “Io per esempio le ascolto soprattutto alla radio, le canticchio sotto la doccia, in macchina. Sono la sublime banalità della nostra esistenza. Lo scopo di una canzonetta è restituirci uno stato d’animo, comunicarci in modo semplice che cosa siamo. Esse fanno della nostra vita un tessuto particolarmente coerente. Consentono alle nostre esperienze completamente dissociate di stare bene insieme. Ci danno a volte la traccia di un ricordo, colorano la nostra nostalgia, sollecitano desideri di conciliazione con il mondo» [ad Antonio Gnoli, Rep]. Era stato ricoverato per due mesi per l’infezione da Covid-19 ed era tornato a casa. Tre giorni fa aveva sposato la compagna Roberta Pelachin.

Sul nulla come possibilità, nella tradizione occidentale, di Vasco Ursini

In tutta la tradizione occidentale il nulla è visto come la ‘possibilità’ dell’essere – e dunque come qualcosa che non è un nulla assoluto. Ed è visto così perché se il nulla fosse l’impossibilità del suo trasformarsi in essere non ci sarebbe il divenire.
Da ciò già si evince chiaramente che il nulla come possibilità è uno dei modi più significativi in cui si presenta la “Follia del nichilismo”.
Da un lato, il pensiero dell’Occidente pensa il nulla come l’assolutamente nulla da cui l’essere esce; dall’altro lato, invece, per pensare l’uscita dell’essere dal nulla, l’Occidente deve pensare che il nulla è possibilità dell’essere.
Ma pensando che il nulla è possibilità, l’Occidente connota positivamente il nulla facendolo diventare un essente e identifica gli assolutamente opposti, che peraltro, in quanto esso è fede nel divenire, non intende identificare.

Il “nulla” nello sguardo del destino, di Vasco Ursini

Nello sguardo del destino appare l’impossibilità di bandire il significato “nulla”.
La volontà di liberarsi di questo significato presuppone la significanza del nulla.
E infatti il discorso che afferma l’assoluta insignificanza del nulla (come fa, ad esempio, il discorso neopositivista) nega sé stesso, perché il concetto di “assoluta insignificanza” non è altro che il concetto di “nulla”.
All’interno stesso del linguaggio di coloro che vogliono liberarsi della significanza del nulla (e dunque all’interno del linguaggio ontologico), il nulla resta invincibile.
Quando infatti dicono che la parola “nulla” va eliminata perché è assolutamente insignificante, non si accorgono, non solo che stanno trattando come significante l’espressione “assolutamente insignificante”, ma capiscono la differenza che sussiste tra il significato “nulla” e tutti gli altri significati che invece essi non vogliono bandire, finendo col capire che cosa significa la parola “nulla”.

L’essere in Heidegger e Severino, di Vasco Ursini

Per Heidegger l’essere differisce dall’essente.
Questo differire è la “differenza ontologica”, alla quale è opportuno dare un senso preciso: per Heidegger l’essere non è il “nihil absolutum”, ma è “das Nichts” (il nulla) inteso come il nulla dell’ “essente” e non come l’ “assolutamente nulla”.
Quindi per Heidegger l’essente, ad esempio una pietra, nell’atto in cui è, non è un assolutamente nulla, non è un “nihil absolutum”.
Rispetto a questa posizione heideggeriana, Emanuele Severino osserva che i termini della differenza ontologica – essere, ente – , che nelle intenzioni di Heidegger dovrebbero essere gli assolutamente differenti e incommensurabili, in realtà sono invece identici, e lo dovrebbeto essere anche per lui in questo tratto essenziale: quello di essere entrambi non un “nihil absolutum”, di essere cioè negazione del nulla assoluto.

Il 14 giugno 1837 moriva Giacomo Leopardi – Lo vogliamo ricordare con quella che riteniamo la sua più bella poesia: “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” | in sito Elogio alla follia

vai a  Il 14 giugno 1837 moriva Giacomo Leopardi – Lo vogliamo ricordare con quella che riteniamo la sua più bella poesia: “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” | Elogio alla follia

Il “bivio”, di Vasco Ursini in Amici di Emanuele Severino | Facebook

La filosofia, al suo inizio, si volge al senso essenziale dell’opposizione tra l’essere e il nulla e viene a trovarsi a un bivio: da un lato inizia il “Sentiero del Giorno”, dall’altro il “Sentiero della Notte”.
Queste sono espressioni di Parmenide. Possiamo esprimere lo stesso concetto così: trovarsi sul “Sentiero della Notte” vuol dire aver fede nel divenire, fede che appare ai propri occhi come “episteme”; trovarsi sul “Sentiero del Giorno” vuol dire tentare di dare testimonianza del destino della verità negando quella fede.
L’Occidente ha sinora percorso il “Sentiero della Notte”. Non è ancora stato percorso il “Sentiero del Giorno”. L’Oriente sta prima del bivio, cioè prima del pensiero che pone in luce il senso essenziale dell’opposizione tra l’essere e il nulla.
Trascrivo qui, come felice conclusione di questo mio scritto, il commento che su di esso ha espresso Luciano Tomagè:
“È così, al bivio ci aspetta un insolita erma divina, un Mercurio mai visto prima, che indica col dito la gioia del destino in fondo al sentiero di gloria”.

via (1) Amici di Emanuele Severino | Facebook

Gabriele Pulli, Riflessioni sulla psicoanalisi, in Freud e Severino, Moretti e Vitali Editori, Bergamo 2009, pp. 9-11

La psicoanalisi si basa sull’idea che la sfera più ampia e profonda della vita psichica sfugga al dominio della coscienza, che sia inconscia. Il brano in cui Freud definisce le caratteristiche proprie del sistema inconscio (quelle cioè non “riscontrabili nel sistema immediatamente superiore”) costituisce dunque uno dei passaggi più importanti dell’intera letteratura psicoanalitica. Non per nulla compare nel sagiio del 1915 ‘L’inconscio’, al quale Freud attribuiva un particolare valore. E non per nulla, lo psicoanalista cileno Ignacio Matte Blanco (la cui opera costituisce uno dei momenti più alti del pensiero psicoanalitico) ha definito l’individuazione di tali caratteristiche come “la più creativa delle scoperte di Freud”, come l’esito di un “colpo straordinario di genio”.
La prima di tali caratteristiche dell’inconscio è l’assenza di contraddizione: “Il nucleo dell’ ‘Inc’ è costituito da rappresentanze pulsionali che aspirano a scaricare il proprio investimento, dunque da moti di desiderio. Questi moti pulsionali [ … ] esistono gli uni accanto agli altri senza influenzarsi e non si pongono in contraddizione reciproca”.Tale assenza di contraddizione appare immediatamente connessa con un altro fondamentale carattere: l’assenza di negazione: Freud infatti, senza frapporre alcun altra considerazione soggiunge: “In questo sistema non esiste la negazione, né il dubbio, né livelli di certezza”.
Blanco prende poi in considerazione gli investimenti psichici, cioè i legami che ciascuno di noi stabilisce con ciò che lo circonda, con i quali costituisce il proprio mondo affettivo. Nel sistema inconscio questi sono molto più fluidi di quanto lo siano nel pensiero cosciente: “Le intensità degli investimenti sono di gran lunga più mobili”. Tale maggiore mobilità degli investimenti si determina in particolare attraverso due procedimenti, lo spostamento e la condensazione: “Una rappresentazione può cedere tutto l’ammontare del proprio investimento a un’altra rappresentazione, attraverso il processo di ‘spostamento’; oppure può appropriarsi di tutto l’investimento di parecchie rappresentazioni, attraverso il processo di ‘condensazione”. Freud definisce “processo psichico primario”, l’ambito di tale fluidità dell’energia psichica, evidenziando come questa corrisponda al funzionamento spontaneo della psiche: “Ho proposto di considerare questi due processi come ciò che contraddistingue il cosiddetto ‘processo psichico primario’ “(Freud). Altra fondamentale caratteristica del sistema inconscio è la sua atemporalità: “I processi del sistema ‘Inc sono atemporali’, e cioè non sono ordinati temporalmente, non sono alterati dal trascorrere del tempo, non hanno, insomma, alcun rapporto col tempo” (Freud). Il sistema inconscio, infine, non intrattiene rapporti neanche con la realtà esterna: “i processi ‘inc’ non tengono in considerazione neppure la ‘realtà’ ” (Freud).
Immediatamente dopo, Freud riassume tale già breve descrizione: ” ‘assenza di reciproca contraddizione, processo primario (mobilità degli investimenti), atemporalità e sostituzione della realtà esterna con la realtà psichica’ sono i caratteri che possiamo aspettarci di riscontrare nei processi appartenenti al sistema ‘Inc’ ” (Freud).
(Da Gabriele Pulli, Freud e Severino, Moretti e Vitali Editori, Bergamo 2009, pp. 9-11).

Alessandro ha letto il mio saggio: Vasco Ursini, “Il dilemma verità dell’essere o nichilismo?, BookSprint Edizioni, 2013

Alessandro ha letto il mio saggio: Vasco Ursini, “Il dilemma verità dell’essere o nichilismo?, BookSprint Edizioni, 2013

Ho terminato il suo stupendissimo libro-compendio filosofico. Le cose da dire sarebbero talmente tante e talmente difficile per me da esprimere che è molto meglio mi astenga del tutto, tranne dal dirle la mia gratitudine per alcuni fatti certi: è la prima panoramica esaustiva della filolosofia contemporanea ‘onesta’, nel senso che mostra tutto ciò che c’è da sapere in modo semplice (perciò il più chiaro ed essenziale) e non tergiversa mai sui punti nodali, anche quando dichiara la posizione del “forse” oppure il propendere per una versione maggiormente che per un’altra. Sul pensiero di Severino si à scritto relativamente tanto ma quasi mai permettendo una parafrasi degli aspetti più ostici senza tradirli. Prima di lei, a mio personale parere, solo Vero Tarca si era cimentato in questo compito esemplificativo ma non riduttivo. Soprattutto credo che molte persone si riconosceranno in aspetti laceranti di questa diatriba interiore, su cui non riescono mai del tutto a trarsi fuori con sicurezza definitiva, a quanto pare neppure la persona (io empirico) di Severino ci riuscì del tutto. Quindi saremo assolti! Avendola letta più con calma ho potuto apprezzare quella stessa immediatezza antimanieristica di presentare il pensiero del Maestro e dell’altro maestro Heidegger, che avevo colto nella sua relazione. E’ mia convinzione che questo approccio alla materia permetta di espandere grandemente la diffusione nelle generazioni successive alla sua, come lo sono io, e quella che viene dopo la mia, della immensa ricchezza di pensiero insito nel Discorso sul Destino. Sarà un ponte formidabile che eviterà tra l’altro alle correnti neo(realistico-positivistico-materialistiche-postmoderniste) di liquidare quella teoresi a prezzo ribassato. Costituirà il suo scritto un ostacolo al giudizio approssimativo che spesso si dà nell’accostare Severino poco più cha a un trombone arzigogolante postcattolico e neoscolastico postmetafisico. Senza dirle nulla di personale in merito al mio modo di aver accolto in me (almeno in parte) la Verità del Destino, e restando in superficie della questione ultima, porto un enorme rammarico rispetto al vuoto speculativo (serio però) che si è prodotto anche per volontà di Severino stesso, sulle comparazioni in senso radicale col pensiero del misticismo orientale ed iniziatico in genere. So cosa ne ha detto Lui, ma è l’unica cosa che per me resta da compiere per la vera comprensione sul Destino è andare a cercare le coincidenze e le divergenze in modo approfondito non tanto e non solo con il monumentale Sapere pratico teorico di alcune di quelle metafisiche-nonmetafiche, ma soprattuto con l’esperienza diretta testimoniata da migliaia di anni di esseri umani che hanno attraversato stati coscienziali quasi identici a quelli indicati in quelle Scritture, testimoniandoli come ricorrenti e progressivi in un ordine invariato, e che – mio modesto parere – solo e proprio negli Scritti di Severino trovano la spiegazione più completa e corrispondete, ancor più che nelle loro stesse scritture. Tale convergenza de facto, seppur respinta per ragioni note sul piano teoeretico, è l’anello mancante vero per trasformare quel “forse” in un sì. Per portarsi fuori dal Nichilismo non solo in senso filosofico ma esistenziale, per sentire che lo sdoppiamento io-Io non è tale come appare. Che siamo già quell’eterno apparire degli eterni, ma in modo consapevole possiamo esserlo. Posso solo dirle che il suo libro mi ha finito di convincere proprio su questo tema, che ancora non riuscivo a rappresentarmi in modo chiaro nel senso di escludere ed emendare le interferenze depistanti. A me la verità del Destino non mi è giunta tramite studio dei testi, nei testi ho trovato la spiegazione di esperienze avute in stati non ordinari di Coscienza, o intuizioni sconvolgenti in momenti di estremo dolore, e solo poi dopo molti anni e tanto frequentare il sapere orientale e le sue pratiche, ho trovato che il Destino era l’unica descrizione appropriata e coerente di quelle stesse percezioni divenute stabili modi di fruire il senso della cosiddetta esistenza. Scusi la lungaggine ma volevo almeno darle un paio di motivi per farle sentire quanto e perchè ho così apprezzato questa lettura. Buon lavoro, in attesa di altre sue meditazioni pubbliche.
Alessandro
La suddetta recensione è dell’amico Alessandro Rossi che recentemente, dopo aver letto con grande attenzione e forte interesse il mio saggio, “Il dilemma verità dell’essere o nichilismo?, ha voluto manifestarmi tutto ciò che ne ha ricavato in termini di acquisizione e/o problematizzazione delle questioni filosofiche in esso affrontate”. Non nascondo il piacere e la gratitudine che questa sua robusta recensione mi procura.
Anzi ho deciso di trasferirla nel mio blog.
Vasco Ursini

Luciano Tomagè, I DUE SGUARDI DI GIANO

I DUE SGUARDI DI GIANO
L’antico dio romano Giano “bifronte” volgeva lo sguardo in avanti e all’ indietro, cioè verso il futuro e verso il passato. Nelle sapienze che nutrono la storia del mortale in questa landa desolata che è l’ Occidente, l’ immagine del dio Giano esprime un valore simbolico di grande pregnanza ontologica, poichè il passato e il futuro rappresentano gli estremi punti di contatto con le cose che oscillano tra l’ essere e il nulla rispetto al presente. In altre parole, la testa bifronte di Giano è il simbolo del tempo e della dominazione sul tempo che lo sguardo divino, lo sguardo dell’ eterno, intende esercitare.
La forma alienata della verità prende corpo nelle sapienze dei mortali che abitano il tempo e che percorrono (inconsapevolmente) il sentiero della notte alla ricerca di un farmaco per la loro malattia terminale. Giano è un rimedio simbolico per la ferita originaria insaputa, quella della verità. E lo sguardo in avanti e all’ indietro del dio Giano è la testimonianza simbolica di una fede essenziale che costituisce il mortale, la fede nella capacità di dominare l’ oscillazione delle cose tra l’ essere e il nulla, cioè il divenire altro di tutte le cose del mondo, se ci si identifica allo sguardo dell’ eterno, allo sguardo divino. La felicità, per il mortale che vive lungo i millenni, consiste nel premio di questa virtù fondamentale: il sapere assoluto, sciolto dalle catene del divenire.
Fino a due secoli fa, la filosofia è stata la pratica di questa virtù, meglio: ha inteso esserlo. Allora concludiamo sul significato dell’ immagine bifronte del dio, dicendo che:
se il suo senso simbolico testimonia della Follia del mortale che ha fede nel dominio metafisico sul tempo e che questa fede è possibile solo sul fondamento di una fede più originaria che è quella nel divenire altro delle cose, allora l’ immagine bifronte del dio Giano si offre anche ad un’ altra interpretazione che non soggiace alla persuasione dei mortali ma che indica la direzione dell’ altro sguardo, dell’ altra fronte del dio, la direzione del destino che siamo veramente. Non del tempo in cui abitiamo come mortali, che è appunto il tempo del nulla essenziale che lo costituisce all’ interno della sua Volontà, della sua fede.
L’ ALTRO VOLTO del dio Giano è una traccia che il destino lascia sul corpo martoriato della Terra isolata, un segno che traccia il solco dove piantare il seme della verità. L’ altro sguardo di Giano è opposto al suo opposto, è altro dal suo altro, è lo sguardo che vede l’ apparire dell’ apparire dell’apparire della verità. Una traccia del destino che ci indica in quale misura la dolorosa lacerazione nel petto del mortale si consuma: si, perchè il “mortale” è una forma essenziale dell’ alienazione nichilistica della verità ma vive insieme all’ altro sguardo, quello dell’ apparire del destino. Di più: il mortale appare SOLO alla luce della Verità del destino, che ne rappresenta il fondamento incontrovertibile della sua smentita.
Uno sguardo nega l’ altro, ecco. Gli sguardi opposti sono uniti nell’ apparire della verità, che siamo noi. All’ interno di questo orizzonte si colloca il nulla del divenire altro che appare all’ altro sguardo e che, nella testa dei mortali occupa l’ intero spazio della prospettiva.
Così va il destino, ha bisogno dell’ errore per confermare la sua verità e la necessità che il suo contenuto sia necessario, non contingente! Contingente, libero, precario, transeunte, è invece tutto ciò che appare all’ altro sguardo, quello del mortale che portiamo dentro ineliminabilmente. INELIMINABILMENTE.

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