Spirito, Ugo in “Il Contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia”, di Alessandra Tarquini n sito Treccani.it

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UN INDELEBILE RICORDO DI UGO SPIRITO, Vasco Ursini, Il dilemma verità dell’essere o nichilismo?, Book Sprint Edizioni, 2013, pp. 7

Per tutta la vita ho sentito fortemente il bisogno di dare un senso all’esistenza. Iniziai a pormi il problema sin da ragazzo. Continuai ad affrontarlo per tutta l’adolescenza e la giovinezza. Durante gli anni universitari trascorsi a Roma, potei discutere del problema con alcuni professori della facoltà di filosofia di quell’Università cui mi ero iscritto nel 1956.
Tra questi ricordo con grande affetto Ugo Spirito che mi stimò molto per le capacità che mi attribuiva di fare dell’autentica filosofia.
Dopo aver avuto, a cominciare dal 1934, cattedre di insegnamento nelle università di Pisa, Messina e Genova, Spirito approdò all’Università La Sapienza di Roma nel 1951 in qualità di ordinario di filosofia teoretica.
Io lo conobbi nel 1957 al termine di una di quelle famose “discussioni del giovedì” che, a cominciare proprio dal 1951, egli affiancò alle sue lezioni anno dopo anno. Vi partecipai a lungo con grande entusiasmo e interesse.
Ai suoi “giovedì” che si svolgevano nell’aula grande dell’Istituto di Filosofia intervenivano studenti, assistenti e anche persone di varie età, convinzione e provenienza. Egli pazientemente ascoltava tutti, rilanciava la discussione dopo ogni intervento e la guidava verso nuove prospettive conoscitive.
Quasi subito sorse tra noi una affettuosa amicizia e incominciammo a frequentarci anche al di fuori dell’università. Le nostre frequentazioni continuarono anche dopo il conseguimento della laurea e durante la mia attività di docente di lettere nelle scuole medie. Ci vedevamo anche in estate, quando lui veniva in villeggiatura nei pressi di Rieti ove aveva una casa. Le nostre frequentazioni si interruppero due anni prima della sua scomparsa avvenuta in Roma nel 1979.
Al centro delle nostre discussioni c’era sempre, tra gli altri, il problema se sia possibile per l’uomo scorgere la Verità incontrovertibile. Ero io a porgli il problema perché credevo in quella possibilità.
Spirito in quegli anni era appena passato dal problematicismo all’onnicentrismo. Era dunque su posizioni che negavano quella possibilità e tuttavia era sempre disponibile ad accogliere come argomento di discussione quello posto dal suo interlocutore, anche se esso contrastava, come nel nostro caso, con quelle che allora erano le sue convinzioni.
Il tratto distintivo del suo pensiero consisteva infatti nella curiosità e nel rispetto per qualsiasi posizione. Non esisteva per lui una parola definitiva ed era fortemente convinto che la ricerca della verità dovesse essere praticata con continuità senza tentennamenti o rinunce.
Per questo tratto distintivo del suo carattere Spirito esercitò una grande influenza su di me. Fu lui a pormi nella condizione di non mollare mai nella ricerca della verità. Fu lui a insegnarmi che ogni ricerca filosofica va condotta “con l’occhio rivolto unicamente alla verità cui si anela, senza subordinarla a nessun presunto valore, a nessuna autorità, a nessuna pressione del senso comune e della forza della tradizione”.
Dopo la sua scomparsa, la mia ricerca della verità è diventata ancora più serrata e convinta, nonostante l’insoddisfazione e lo sconforto che s’insinuano nell’animo quando si falliscono gli obiettivi che ci si proponeva di raggiungere.
(Vasco Ursini, Il dilemma verità dell’essere o nichilismo?, Book Sprint Edizioni, 2013, pp. 7 – 😎

Vasco Ursini: COME SIAMO EFFETTIVAMENTE MESSI CE LO DICE UGO SPIRITO: NON PUÒ ESSERCI NESSUNA VERITÀ ULTIMA, MA SOLO UNA CONTINUA RICERCA SOGGETTA A CONTINUA REVISIONE. (LA VITA COME RICERCA)

Vasco Ursini COME SIAMO EFFETTIVAMENTE MESSI CE LO DICE UGO SPIRITO: NON PUÒ ESSERCI NESSUNA VERITÀ ULTIMA, MA SOLO UNA CONTINUA RICERCA SOGGETTA A CONTINUA REVISIONE. (LA VITA COME RICERCA)

da Amici di Emanuele Severino | Facebook

Un pensiero del mio “Maestro”, Ugo Spirito, con il quale occorre misurarsi

Un pensiero del mio “Maestro” Ugo Spirito con il quale occorre misurarsi:

“Non può esserci alcuna verità ultima, ma soltanto una continua ricerca soggetta a continua revisione.

(Ugo Spirito, La vita come ricerca, Rubbettino Editore, 2007)

(1) Amici di Emanuele Severino | Facebook

Ugo Spirito , Emanuele Severino e Vasco Ursini in un disegno per Il Pensiero Storico. Post di Riccardo Messina in gruppo facebook Amici di Emanuele Severino

Ugo Spirito , Emanuele Severino e Vasco Ursini in un disegno per Il Pensiero Storico che oggi li ha ricordati con questo articolo

Danilo Breschi : https://ilpensierostorico.com/vivi-siamo-se-bisognosi-di…/

Per chiunque fosse interessato a discutere del pensiero di Emanuele Severino, può unirsi al Gruppo telegram: https://t.me/joinchat/yRGh-40PxrY1ODNk

Ugo Spirito, “La vita come amore”

« Una nuova società va determinandosi, che continua a combattere per inerzia, ma che in realtà vive tra l’indifferenza e lo scetticismo, dubitando di ogni fede e di ogni verità. È una società caratterizzata da stanchezza e disorientamento, che ai presunti ideali di ieri non sa che opporre il vuoto dell’oggi.»

Ugo Spirito, “La vita come amore”

EMANUELE SEVERINO RICORDA UGO SPIRITO , in Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, Milano 2011, p. 96

Cornelio Fabro è stato molto amico di Ugo Spirito, che io conoscevo sin dal dicembre del 1950, quando ero andato a Roma per il concorso per la libera docenza. Spirito non era in commissione – che si riuniva nell’Istituto di Filosofia di cui egli, se ben ricordo, era direttore -, ma era molto favorevole alla mia candidatura.Da allora incominciò la mia amicizia con Spirito, che fece da collegamento nei miei rapporti con Fabro, molto cordiali nella sostanza, e che potevano anche dirsi di amicizia, sebbene altalenanti. Ma anche Bontadini aveva grande stima dl Spirito, eppure lì la stima comune non fece da collegamento tra Fabro e Bontadini.

(E. Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, Milano 2011, p. 96)

Il problematicismo di Ugo Spirito si muove nella stessa direzione dell’intera filosofia contemporanea: liberare il divenire della realtà da ciò che lo rende impossibile …, in Emanuele Severino, Oltre il linguaggio, Adelphi, Milano 1992, pp. 99 – 100

Il problematicismo di Ugo Spirito si muove nella stessa direzione dell’intera filosofia contemporanea: liberare il divenire della realtà da ciò che lo rende impossibile. Per cogliere il senso di questa affermazione, non si deve perdere di vista il rapporto privilegiato che Spirito instaura col suo maestro Gentile, riformatore della dialettica hegeliana. La dialettica è la teoria del divenire.
Le prime pagine della “Vita come ricerca” (Sansoni, Firenze, 1937) intendono mettere in luce l’ “antinomia ” dalla quale il pensiero è incapace di uscire.
Il primo lato dall’antinomia è la constatazione dell’esistenza del divenire. A ogni pensiero si contrappone l’obiezione. Questa contrapposizione è lo stesso “svolgimento storico”, cioè il passaggio dal passato al futuro. Dal passato, , “quando nessuna delle cose di oggi esisteva ed esistevano altre cose che oggi non sono”, al futuro, “quando le cose di oggi non esisteranno più e ne esisteranno altre”, sino a che tutte le cose “scompariranno nel nulla”. “Tutto diviene e l’infinito fluire tutto vanifica”. L’annientamento, la vanificazione delle cose è l’obiezione contro il pensiero in cui esse si mostrano; e l’obiezione è l’annientamento, la vanificazione del pensiero che presuma di porsi come conclusivo.
Il secondo lato dell’antinomia è la consapevolezza che se, nell'”eterno divenire” tutto è vano, d’altra parte non può essere vana la “ragione” del divenire: e pertanto tutto ciò che diviene, che pure si vanifica completamente, è insieme completamente salvato dal suo vanificarsi e si presenta “come assolutamente necessario”. La vita, insieme si vanifica e non è vanificabile. Se questa è, per Spirito, la “veste più immediata ed elementare dell’antinomia, d’altra parte questa è, nella sua sostanza, l’antinomia che si traduce nei più difficili problemi della dialettica contemporanea”. I problemi che Hegel, e poi Marx e soprattutto Gentile hanno dovuto affrontare. Difficili e drammatici, perché nell’attualismo, scrive Spirito, (Il problematicismo, Sansoni, Firenze, 1948, p. 45), “il punto culminante dell’antintellettualismo si converte nel punto culminante dell’intellettualismo”.
(Emanuele Severino, Oltre il linguaggio, Adelphi, Milano 1992, pp. 99 – 100).

NECESSITA’ DELLA METAFISICA, in U. Spirito, “Giovanni Gentile”: L’eredità dell’attualismo, p. 207-208

 

L’antimetafisica di moda, l’antimetafisica di cui si compiacciono le cosiddette scienze analitiche, nelle loro varie denominazioni, è quanto di più puerile, di più grossolano, di più inconsapevole, di più stupidamente metafisico si possa immaginare. Esse sono tutte al di qua e non al di là del problema e perciò lo lasciano affatto insoluto.
[…]
Il problema non si può eliminare e neppure ignorare, e, se si cerca di eliminarlo, ingenuamente e velleitariamente, con semplici parole, esso non solo rimane in piedi, ma vanifica tutti i tentativi speculativi che ne prescindono. Occorre convincersi che non può avere senso rifiutare ciò che della metafisica costituisce il principio essenziale: il principio dell’unità, del tutto, dell’assoluto. Gli analisti di oggi si affannano a dire ch’essi non si occupano di questi concetti astratti, anzi che non si occupano neppure della verità, bensì delle verità. Poi aggiungono che anche le verità sono propriamente fuori della loro ricerca, perché verità è termine equivoco, ed essi preferiscono parlare di validità, di verificabilità. Così essi si illudono di minimizzare ed addirittura di far scomparire il problema, e non si accorgono che il problema non può finire, perché non è solo della metafisica nel senso tradizionale, ma anche della scienza concepita come scienza particolare. Che significato, infatti, potrebbe mai avere la parte senza che in essa fosse implicito il concetto di unità e di tutto? Che significato potrebbe avere il relativo, il sistema delle relazioni, senza il concetto di assoluto?

Chi ragiona in questa maniera non si è dato mai la briga, evidentemente, di leggere Kant o Hegel o Gentile.

U. Spirito, “Giovanni Gentile”: L’eredità dell’attualismo, p. 207-208

EMANUELE SEVERINO RICORDA UGO SPIRITO in Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, Milano 2011, p. 96

EMANUELE SEVERINO RICORDA UGO SPIRITO

Cornelio Fabro è stato molto amico di Ugo Spirito, che io conoscevo sin dal dicembre del 1950, quando ero andato a Roma per il concorso per la libera docenza. Spirito non era in commissione – che si riuniva nell’Istituto di Filosofia di cui egli, se ben ricordo, era direttore -, ma era molto favorevole alla mia candidatura.
Da allora incominciò la mia amicizia con Spirito, che fece da collegamento nei miei rapporti con Fabro, molto cordiali nella sostanza, e che potevano anche dirsi di amicizia, sebbene altalenanti. Ma anche Bontadini aveva grande stima dl Spirito, eppure lì la stima comune non fece da collegamento tra Fabro e Bontadini.

(E. Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, Milano 2011, p. 96)

PENSARE SIGNIFICA OBIETTARE, in UGO SPIRITO, “La vita come ricerca” (1937)

Pensare significa obiettare. L’ingenuo ascolta e crede; riceve passivamente la parola altrui, così come i suoi occhi ricevono la luce. Allorché nella sua anima affiora il primo dubbio e a poco a poco egli ne acquista coscienza, al dogma si sostituisce il problema e sorge il pensiero. Non ascolta soltanto, ma reagisce e parla. La prima parola che dà vita al suo discorso alimentandosi di tutta la sua personalità; la prima parola, a rigore, in cui la personalità si distingue e si afferma è un terribile monosillabo: “ma”. Alla tesi si contrappone l’antitesi, alla fede il dubbio, alla conclusione l’antinomia. E comincia il colloquio con gli altri e con se stesso, l’ansia di persuadere e di persuadersi, di risolvere il problema che continuamente si ripropone, di rispondere alle obiezioni che sempre si frangono in nuove obiezioni; finché a un certo punto ci si arresta, o delusi per non esser capaci di giungere a una soluzione o soddisfatti di averla raggiunta, ma nell’uno e nell’altro caso cessando di pensare. Quando le obiezioni sono esaurite si chiude la discussione.

UGO SPIRITO, “La vita come ricerca” (1937)

www.storiadellafilosofia.net

Il problematicismo di Ugo Spirito, citazioni di Emanuele Severino in Oltre il linguaggio, Adelphi, Milano 1992, pp. 99 – 100 e pp. 107 – 109

Il problematicismo di Ugo Spirito si muove nella stessa direzione dell’intera filosofia contemporanea: liberare il divenire della realtà da ciò che lo rende impossibile. Per cogliere il senso di questa affermazione, non si deve perdere di vista il rapporto privilegiato che Spirito instaura col suo maestro Gentile, riformatore della dialettica hegeliana. La dialettica è la teoria del divenire.
Le prime pagine della “Vita come ricerca” (Sansoni, Firenze, 1937) intendono mettere in luce l’ “antinomia ” dalla quale il pensiero è incapace di uscire.
Il primo lato dall’antinomia è la constatazione dell’esistenza del divenire. A ogni pensiero si contrappone l’obiezione. Questa contrapposizione è lo stesso “svolgimento storico”, cioè il passaggio dal passato al futuro. Dal passato, , “quando nessuna delle cose di oggi esisteva ed esistevano altre cose che oggi non sono”, al futuro, “quando le cose di oggi non esisteranno più e ne esisteranno altre”, sino a che tutte le cose “scompariranno nel nulla”. “Tutto diviene e l’infinito fluire tutto vanifica”. L’annientamento, la vanificazione delle cose è l’obiezione contro il pensiero in cui esse si mostrano; e l’obiezione è l’annientamento, la vanificazione del pensiero che presuma di porsi come conclusivo.
Il secondo lato dell’antinomia è la consapevolezza che se, nell'”eterno divenire” tutto è vano, d’altra parte non può essere vana la “ragione” del divenire: e pertanto tutto ciò che diviene, che pure si vanifica completamente, è insieme completamente salvato dal suo vanificarsi e si presenta “come assolutamente necessario”. La vita, insieme si vanifica e non è vanificabile. Se questa è, per Spirito, la “veste più immediata ed elementare dell’antinomia, d’altra parte questa è, nella sua sostanza, l’antinomia che si traduce nei più difficili problemi della dialettica contemporanea”. I problemi che Hegel, e poi Marx e soprattutto Gentile hanno dovuto affrontare. Difficili e drammatici, perché nell’attualismo, scrive Spirito, (Il problematicismo, Sansoni, Firenze, 1948, p. 45), “il punto culminante dell’antintellettualismo si converte nel punto culminante dell’intellettualismo”.
(Emanuele Severino, Oltre il linguaggio, Adelphi, Milano 1992, pp. 99 – 100).

Il problematicismo di Ugo Spirito scaturisce dalla convinzione che l’attualismo, cioè “il punto culminante dell’antintellettualismo”,”si converta nel punto culminante dell’intellettualismo” e che quindi”la più flagrante contraddizione investa tutto il pensiero” ( Il problematicismo, Sansoni, Firenze, 1948, p. 45). In sostanza questa contraddizione estrema si produce, secondo Spirito, perché nemmeno l’attualismo può rinunciare a essere una teoria della dialettica e assegna alla propria teoria un carattere non dialettico.
Spirito rileva innanzitutto che in Gentile – ma già in Hegel – l’affermazione che la realtà è divenire, ossia “è e non è” (ibid., p. 48) implica l’affermazione che “nessuna filosofia” può ritenersi definitiva”. La definitività, scrive Spirito, impedirebbe ogni “ulteriore sviluppo e chiuderebbe perciò il processo spirituale, segnerebbe la cessazione della vita” (loc. cit.).La definitività rende cioè impossibile il divenire. E anche Spirito afferma, con Gentile, Hegel e con tutta la cultura occidentale, che il divenire – il senso greco del divenire – non può essere smentito, che lo “sviluppo” deve essere assicurato, il “processo spirituale” deve rimanere aperto e la “vita” deve continuare.
Per Spirito, la contraddizione di Hegel e di Gentile non sta cioè nella volontà di salvare il divenire: anche per Spirito il divenire – “la realtà concepita come divenire in quanto è e non è” (ibid., p. 47 – 48) – è la suprema, indiscutibile evidenza. L’attualismo, ribadisce Spirito, esclude ogni filosofia definitiva, perché “esclude che si possa definire alcunché, senza portare la morte al posto della vita”. La “vita” è appunto il divenire; la “morte” è l’immutabilità. Anche per Spirito, dunque, è indiscutibile che il divenire deve essere liberato dalla “morte”, ossia da tutto ciò che lo rende impossibile, e deve essere “liberato”, perché esso sta qui dinanzi “certo” e “evidente”; anzi, come ciò che è supremamente evidente. Nemmeno il problematicismo radicale di Ugo Spirito mette in questione la fede fondamentale dell’Occidente, ossia la fede che il divenire esiste.
Che questa fede costituisca il fondamento non problematico anche del problematicismo di Spirito, risulta appunto dal fatto che egli abbandona l’idealismo e l’attualismo proprio perché, nonostante ogni loro intenzione di liberare il divenire da ciò che lo rende impensabile, essi finiscono col renderlo radicalmente impensabile. Infatti, scrive Spirito, il “dialettico” – ossia il difensore e il liberatore del divenire – “giunto alla coscienza del dialettismo della vita, la ipostatizza in una conclusione che, a differenza di tutte le altre, si pone al di fuori del processo e ne diventa garante. E’ la conclusione che definisce l’Assoluto e riafferma l’Essere di fronte al divenire (ibid., p. 48).
La coscienza, ossia la teoria del dialettismo, cioè del divenire, si costituisce pertanto, e ancora una volta, come l’Essere immutabile al quale il divenire del pensiero deve adeguarsi. Il divenire deve adeguarsi alla indiveniente consapevolezza del divenire.
(E. Severino, Oltre il linguaggio, Adelphi, Milano 1992, pp. 107 – 109).