citazione di Emanuele Severino: Dike, Adelphi, Milano 2015, Avvertenza, pp. 17-18

 

Nel mondo greco, la parola ‘dike’, che comunemente traduciamo con “giustizia”, si riferisce all’inizio alla dimensione giuridica e, prima ancora, religiosa. Ma la filosofia porta alla luce un significato essenzialmente più profondo di questa parola. Si può dire che l’avvento della filosofia coincida con l’avvento di tale significato. ‘Dike’ viene a significare l’incondizionata ‘stabilità’ del sapere. E richiede la stabilità incondizionata dell’essere. Riguarda tutto ciò che l’uomo può pensare e può fare. Secondo (seguendo) essa si svolge l’intera storia dell’Occidente. ‘Dike’ è chiamata da Aristotele “il principio” più stabile”: ‘bebaiotàte arché.
Questo significato di ‘dike’ compare per la prima volta nella più antica testimonianza del pensiero filosofico: il frammento di Anassimandro. Eschilo ne rende esplicita la conseguenza decisiva per l’uomo della tradizione occidentale: l’incondizionata stabilità del sapere e dell’essere è il “vero” rimedio contro il dolore e la morte. A tale conseguenza, dunque anche al rapporto tra Anassimandro ed Eraclito, mi sono rivolto altrove (cfr. Il giogo. Alle origini della ragione. Eschilo).
Nelle pagine che ora presento (in Dike, n.d.r.) si va invece verso le radici di quel significato. Soprattutto perché ‘dike’ e l’Occidente che ne è dominato – questi tratti grandiosi della storia dell’uomo -, ‘sfigurano’ il volto della stabilità autentica: il volto del ‘destino’ della verità.
Ora, dopo questa breve presentazione di Dike, c’è solo una cosa da fare: “leggerlo” e, possibilmente, “ruminarlo” (n. d. r.)

(Emanuele Severino, Dike, Adelphi, Milano 2015, Avvertenza, pp. 17-18

via (37) Amici di Emanuele Severino

MASSIMO CACCIARI, TRA ESSERE E DESTINO QUANDO LA FILOSOFIA È SCOMMESSA ESTREMA., pubblicato su http://www.repubblica.it/

 

In “Dike”, il suo ultimo lavoro, Emanuele Severino porta fino in fondo un’indagine metafisica che va oltre il divenire, la morte e il linguaggio
Se la filosofia nasce, sempre, dalla “meraviglia”, forse anche il discorso di un filosofo è in grado di destarla. “Meraviglia” di fronte a un problema che non ammette negligenza alcuna nell’essere affrontato. Una simile “meraviglia” suscita in me l’opera di Severino, e quest’ultimo Dike l’ha rinnovata. È un libro-summa; vi trovano sviluppo tutti i motivi fondamentali del suo pensiero, a partire dalla relazione che esso fin dall’inizio presenta con Parmenide.

vai a:

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/08/28/tra-essere-e-destino-quando-la-filosofia-e-scommessa-estrema46.html

Il pensiero di Emanuele Severino, da ‘La struttura originaria’ (1958) a ‘Dike’ è assolutamente fedele alle sue premesse, del tutto lineare e il suo linguaggio del tutto compatto … , testo di Vasco Ursini

Vasco Ursini a Amici di Emanuele Severino

Il pensiero di Emanuele Severino, da ‘La struttura originaria’ (1958) a ‘Dike’ è assolutamente fedele alle sue premesse, del tutto lineare e il suo linguaggio del tutto compatto.

E tuttavia, a ben guardare, si possono cogliere nel suo discorso, soprattutto a livello di stile compositivo, profonde variazioni. Anche nello sviluppo del suo pensiero Severino è andato incontro a progressi ed aggiustamenti significativi di direzione. Si pensi ai tratti “nichilistici” presenti ne ‘La struttura originaria’ e al loro graduale superamento in ‘Ritornare a Parmenide’ e in tutte le successive opere.
Va però detto, a chiare note che queste “variazioni” che caratterizzano il suo itinerario di pensiero non sono mai delle ritrattazioni. Severino, imboccata la strada della verità del destino, non è più tornato indietro e ha proseguito senza tentennamenti e ripensamenti in quella direzione compiendo ovviamente dei “passi in avanti” nell’arco di una riflessione filosofica che dura da 58 anni.

“Passi in avanti” che egli stesso ci dice come vanno interpretati:

Il passo innanzi è possibile perché si appoggia al primo passo; ma non come nell’andatura dove ogni passo sembra anche cancellare quello precedente, ma [ … ] come una scala, dove i gradini più bassi rimangono sebbene ci siano quelli più alti, e li sostengono; anche se, stando su quelli più alti, si può vedere qualcosa che non si riusciva a vedere rimanendo su quelli più bassi. I gradini della scala sono infiniti. Il linguaggio non potrà mai percorrerli tutti. Ma l’intera scala infinita appare già da sempre in ognuno di noi. Il nostro esser Io del destino è il mostrarsi di questa scala – la scala del destino della verità”.

Dike, un libro prezioso di Emanuele Severino, presentazione di Vasco Ursini

Dike, un libro prezioso di Emanuele Severino

Nel mondo greco, la parola ‘dike’, che comunemente traduciamo con “giustizia”, si riferisce all’inizio alla dimensione giuridica e, prima ancora, religiosa. Ma la filosofia porta alla luce un significato essenzialmente più profondo di questa parola. Si può dire che l’avvento della filosofia coincida con l’avvento di tale significato. ‘Dike’ viene a significare l’incondizionata ‘stabilità’ del sapere. E richiede la stabilità incondizionata dell’essere. Riguarda tutto ciò che l’uomo può pensare e può fare. Secondo (seguendo) essa si svolge l’intera storia dell’Occidente. ‘Dike’ è chiamata da Aristotele “il principio” più stabile”: ‘bebaiotàte arché.
Questo significato di ‘dike’ compare per la prima volta nella più antica testimonianza del pensiero filosofico: il frammento di Anassimandro. Eschilo ne rende esplicita la conseguenza decisiva per l’uomo della tradizione occidentale: l’incondizionata stabilità del sapere e dell’essere è il “vero” rimedio contro il dolore e la morte. A tale conseguenza, dunque anche al rapporto tra Anassimandro ed Eraclito, mi sono rivolto altrove (cfr. Il giogo. Alle origini della ragione. Eschilo).
Nelle pagine che ora presento (in Dike, n.d.r.) si va invece verso le radici di quel significato. Soprattutto perché ‘dike’ e l’Occidente che ne è dominato – questi tratti grandiosi della storia dell’uomo -, ‘sfigurano’ il volto della stabilità autentica: il volto del ‘destino’ della verità.
Ora, dopo questa breve presentazione di Dike, c’è solo una cosa da fare: “leggerlo” e, possibilmente, “ruminarlo” (n. d. r.)

(Emanuele Severino, Dike, Adelphi, Milano 2015, Avvertenza, pp. 17-18)

da (2) Amici di Emanuele Severino

in questo libro c’è un capitolo dedicato a: “La giustizia di Emanuele Severino” (pagg. 115-118) centrato sul libro DIKE: MAURO BONAZZI, Con gli occhi dei Greci, Carocci editore

in questo libro c’è un capitolo dedicato a:
“La giustizia di Emanuele Severino” (pagg. 115-118) centrato sul libro DIKE

Antologia del TEMPO che resta

Dalla felicità all’amore e alla morte, dalla giustizia alla forza, all’amicizia e alla nostalgia: non c’è argomento di cui i Greci antichi non si siano occupati con una libertà e una spregiudicatezza che ancora oggi lasciano ammirati. Senza paura di mescolare temi alti e bassi (quali sarebbero poi?), ben deciso a non lasciarsi irretire in un classicismo di maniera, questo libro mostra che è proprio volgendo lo sguardo verso quelle distanze remote che potremo trovare una valida guida per orientarci nei complessi problemi dei nostri giorni. Tanti agili saggi che, unendo profondità e leggerezza, ci accompagnano nel più difficile e nel più attuale dei mestieri: quello di vivere.

Sorgente: Carocci editore – Con gli occhi dei Greci

2016-09-27_203256

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Emanuele Severino: Esiste la guerra giusta?, da Il Grillo, 26 aprile 1999, VIDEO, 24 minuti

Il Grillo (26/4/1999)

Emanuele Severino

Esiste la guerra giusta?

Documenti correlati
“Bisogna sapere che polemos [il conflitto] è presente in tutte le cose, che la giustizia è conflitto e che tutto accade necessariamente come frutto di una lotta”.
Eraclito (Frammento 80)

26 aprile 1999
Liceo Classico “Gianbattista Vico” di Napoli

SEVERINO: Mi chiamo Emanuele Severino; oggi dobbiamo discutere insieme il tema: “Esiste una guerra giusta?”. Adesso vedremo una scheda filmata e poi discuteremo.

Le vicende belliche nella regione dei Balcani hanno ormai del tutto dissolto la convinzione che, dopo il secondo conflitto mondiale, la guerra potesse toccare l’Europa solo a distanza, combattuta in paesi lontani e pensata secondo categorie, capaci sì di accendere gli spiriti, ma che difficilmente toccano la vita di ogni giorno. Ora, con la guerra di nuovo in Europa, questa distanza è stata annullata. I profughi del Kosovo guardano noi italiani e europei per aiuto. Gli arerei che bombardano le città serbe decollano dalle nostre basi N.A.T.O.. La guerra è diventata di nuovo una questione immensamente reale e vicina e, con essa, la difficoltà di affrontarla. Vi è come un abisso che si spalanca di fronte all’idea di pianificare razionalmente attacchi destinati a distruggere città e ad uccidere persone. Come applicare alla guerra i nostri giudizi morali ordinari? L’etica quotidiana, fondata sull’idea del rispetto e della giustizia, sembra come sospesa di fronte alla spaventosa portata del concetto stesso di guerra. Il dovere morale presuppone la vita delle persone a cui si rivolge, mentre nella guerra si tratta di trovare ragioni che giustifichino l’uccisione delle persone. Eppure mai come nelle guerre recenti, nel Golfo e ora in Serbia, le ragioni che sono state portate sono quelle del Diritto Internazionale che sancisce la difesa dei diritti inalienabili della persona. Mai come questo scorcio di fine secolo le guerre sono state combattute con ragioni che vogliono essere morali, di fronte a un torto subito o alla messa a repentaglio della possibilità stessa della libertà e dell’integrità fisica delle persone. Ma quale etica può consentirci di affrontare la follia della guerra?

STUDENTESSA: A parer Suo, può esistere una guerra giusta?

SEVERINO: Per rispondere rapidamente, così come Lei ha posto la domanda: “No, non esiste una guerra giusta”. Però dobbiamo chiederci che cosa può significare questa domanda. Lei sa che cos’è giustizia? Sappiamo che cos’è giustizia? Se vogliamo procedere con un po’ di ragionamento giustificato, penso che ci si debba innanzi tutto chiedere che cos’è giustizia. A Loro che sono giovani, vorrei dare questo suggerimento: penso che siamo fatti tutti della stessa pasta, di fronte a certe scene tutti proviamo disgusto, orrore. La guerra ci fa orrore. Ecco, direi che uno degli insegnamenti maggiori per i giovani è quello, certamente, di essere fatti in questo modo, per cui provano orrore per la vergogna della guerra, però attenzione a non fidarsi del sentimento d’orrore, perché – e chiudo subito questa prima parte di risposta – il disgusto per la guerra è un qualche cosa che c’è oggi, ma non c’era ieri, non c’è stato tante volte nel corso della storia dell’uomo. “Ieri”, dico “ieri” tra virgolette, per esempio si provava disgusto per gli ebrei. Oggi questo disgusto, fortunatamente, nel nostro tipo di società, è scemato. Ma il disgusto è qualche cosa che ora c’è, ora non c’è. Il sentimento di deprecazione ora c’è, ora non c’è. Quindi l’invito è di provare a ragionare. E ragionare vuol dire innanzi tutto chiedersi che cos’è giustizia. Io penso che la mia risposta potrà concretarsi con le altre domande, altrimenti faccio una chiacchierata troppo lunga.

….

segue

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Sorgente: Emanuele Severino: Esiste la guerra giusta?

Díkē, o della stabilità dell’essere | articolo di Mattia Cardenas in Ritiri Filosofici, 17 settembre 2016

Díkē o più comunemente «giustizia» è, oggi, l’adeguazione, sempre più estesa a livello planetario, degli enti alla tecnica, che lungi dal rappresentare una deviazione dall’originario pensiero greco, ne è, invece, l’estrema coerentizzazione. Come Severino mostra a più riprese nel corso del volume (a partire da un confronto serrato con l’heideggeriano Der Spruch des Anaximander) adíkia, «ingiustizia», è, oggi, il tentativo, destinato al fallimento, di impedire l’incremento indefinito della capacità di realizzare scopi da parte della tecnica. Si tratta di comprendere come tale predominio sempre più incontrastato della tecnica che determina, ad esempio, l’impossibilità della democrazia intesa quale argine contro gli squilibri provocati dalla globalizzazione finanziaria, poggi proprio sul volto greco di Díkē, che Severino non esita però a definire ‘sfigurato’.

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Sorgente: Díkē, o della stabilità dell’essere | Ritiri Filosofici