Vasco Ursini: Alle molte domande che mi sono pervenute sulla questione se “l’uomo sia libero o no”, rispondo con questo illuminante scritto di Emanuele Severino, “Libertà e destino”, che io pienamente condivido.

Alle molte domande che mi sono pervenute sulla questione se “l’uomo sia libero o no”, rispondo con questo illuminante scritto di Emanuele Severino, “Libertà e destino”, che io pienamente condivido.

Sarebbe potuto esistere un mondo più felice, invece di quello che conosciamo? diverso da quello che è esistito? E anche per il futuro: la vita cui andiamo incontro è l’unica che ci attende? Quella che vivremo è l’unica che avremmo potuto vivere? Oppure la vita che vivremo è una delle molte, forse infinite, vie possibili che avremmo potuto vivere? L’uomo è in cammino: la via che egli percorre è l’unica che gli era aperta? o altre egli avrebbe potuto imboccare?
Queste domande riguardano sia gli eventi più semplici e più umili della vita, sia quelli più complessi e più grandi. Sta venendo sera e accendiamo la lampada. Avremmo potuto lasciarla spenta? Invece di questa lampada. che ora è accesa, sarebbe potuta stare ora dinanzi a noi questa lampada, spenta? Adamo ha peccato, rendendo “massa dannata” l’umanità intera. Avrebbe potuto non peccare, o la sua caduta era inevitabile?
A seconda della risposta, si afferma o si nega la “libertà” dell’uomo. Lungo la storia della cultura occidentale, la negazione della libertà ha ricevuto molti nomi. “Destino” è uno dei più noti. Il destino è la necessità che il divenire del mondo e della vita si sviluppi così come effettivamente si sviluppa: se ora si accende la lampada o si pensa alla giornata trascorsa, era inevitabile che questo gesto e questo pensiero accadessero; se Adamo ha peccato e un uomo chiamato Gesù è stato crocifisso in Palestina, se tutti i grandi imperi sono crollati, era inevitabile che tutto questo accadesse.
Lungo la storia della nostra cultura i sostenitori del destino si scontrano con i sostenitori della libertà. Per Zarathustra, il cristianesimo (o gran parte di esso), il buddismo e l’intero pensiero contemporaneo l’uomo è libero; per Makhali Gosala, il grande rivale di Budda, per lo stoicismo e Spinoza l’uomo è sottoposto a un destino ineludibile. Da un lato si dice che non tutto, o addirittura nulla, accade necessariamente; dall’altro lato si afferma che tutto accade necessariamente. L’opposizione non può essere più frontale.
Ma è proprio così? Non hanno proprio nulla in comune questi due opposti schieramenti? Non c’è proprio nulla in comune tra chi afferma e chi nega che gli eventi accadono necessariamente?
Qualcosa di comune c’è, ed è ben visibile; anche se può sembrare di poca importanza. Sia gli uni, sia gli altri affermano che ‘gli eventi accadono’. Per il cristianesimo, come per gli stoici, Nietzsche e la scienza moderna, gli eventi accadono. Ma è così importante rilevarlo? O non piuttosto qualcosa di così ovvio che non vale la pena di perderci altro tempo? Non vogliamo nemmeno ricordare che le parole “evento” e “accadere”, nel pensiero dell’Occidente, hanno un significato profondamente costante, per il quale ciò che accade è ciò che giunge ad essere – accade, nel senso che, appunto, cade sull’essere – e, cadendo, proviene dal suo non essere stato, cioè dal suo essere stato nulla? e che il cadere sull’essere è un provenire, e quindi ciò che accade è un evento che viene dal non essere e che dopo esser caduto sull’essere ricade nel non essere, ricade nel nulla?
Per il pensiero dell’Occidente, dunque, ciò che accade non è indissolubilmente legato né al suo non essere (in cui si trova prima di esistere), né al suo essere, giacché prima o poi ricade nel nulla. Per sciogliersi e liberarsi da entrambi. E’ ibero dal nulla, perché entra nell’essere; è libero dall’essere perché ricade nel nulla. Il potersi liberare sia dall’essere sia dal nulla è il significato più profondo che, nella storia del pensiero occidentale, viene conferito alla libertà. E’ la ‘libertà originaria’. Per il pensiero occidentale l’accadere è la libertà originaria degli eventi. (E poiché, per il pensiero dell’Occidente, essere una ‘cosa’ significa oscillare tra l’essere e il nulla, la cosa è la libertà originaria – è l’essere originariamente libera – e la libertà originaria è di diritto l’unica cosa possibile.)
Ma qui sopra avevamo detto che ‘sia’ i sostenitori, ‘sia’ i negatori della libertà – sia coloro che negano sia coloro che affermano che gli eventi accadono necessariamente – hanno in comune la persuasione che ‘gli eventi accadono’. Ora possiamo dunque dire: ‘sia’ gli uni ‘sia’ gli altri hanno in comune la persuasione che gli eventi siano quella libertà originaria che consiste nel loro esser liberi dall’essere e dal nulla. Sia i sostenitori del destino, sia i sostenitori della libertà hanno in comune una libertà più profonda: l’oscillazione in cui gli eventi si liberano e dall’essere e dal nulla. Per i primi gli eventi oscillano tra l’essere e il nulla seguendo un ordine inevitabile e insostituibile, per i secondi l’ordine secondo cui gli eventi del mondo oscillano effettivamente tra l’essere e il nulla è uno dei molti (e forse infiniti) ordini che gli eventi avrebbero potuto seguire invece di quello effettivamente seguito.
La contrapposizione libertà-destino si costituisce dunque all’interno della libertà originaria di ciò che, venendo nell’essere e andando nel nulla, è libero sia dall’essere sia dal nulla, Anche lo stoicismo, anche Spinoza, cioè anche le forme più radicali del fatalismo occidentale sono forme della libertà originaria dell’evento. La persuasione che l’evento sia libertà originaria guida e domina l’intera storia dell’Occidente.
Ma nello sguardo della verità – che non è lo guardo di uno di noi, ma l’apertura che rende possibile ogni guardare – appare che quella persuasione è l’alienazione estrema della verità. Credendo che le cose escono dal niente e vi ritornano – credendo che le cose sono libertà originaria – si crede che le cose sono niente: è l’estrema follia che identifica le cose e il niente.
[…]
Il pensiero che non è guidato e dominato dall’alienazione della verità si mantiene quindi al di là della contrapposizione di libertà e destino: quando parla di ‘destino’ pensa dunque “la negazione della libertà originaria’ degli eventi dell’Occidente, cioè intende qualcosa di abissalmente diverso dal destino in quanto forma della libertà originaria dell’evento […]
Il cammino degli eterni nella volta dell’apparire è unico, non lascia ai margini della via gli eterni che sarebbero potuti apparire e che invece non sono apparsi (cfr. E. S., Destino della necessità,capp. III-IV). Tutto ciò che si manifesta è necessario che si manifesti. Anche per questo motivo è opportuno usare la parola “destino”. Nel suo significato autentico, e sconosciuto all’intera civiltà occidentale, il destino no è il Giogo che opprime il divenire delle cose (cfr. E. S., Il giogo, Adelphi, 1989), non è il Padrone, il Signore, la Legge che ha sotto si sé e domina la libertà originaria delle cose Le cose stesse sono il destino. La libertà originaria è il sogno compiuto da una di esse. L’eternità non sta al di fuori e al di sopra delle cose, ma è la loro anima: la loro vocazione più profonda e, insieme, ciò che da sempre esse hanno ottenuto.

(Emanuele Severino, Libertà e destino, in Pensieri sul cristianesimo, Rizzoli, 1995, pp. 200-204)

 

da  (13) Amici di Emanuele Severino

Emanuele Severino, Il fondamento e la storia del fondamento, da un post di Giorgio Amendola, segnalato da Vasco Ursini. Citazione da: “La struttura originaria”, Cap. 1 “L’esposizione della struttura originaria”, par. 4 “Il fondamento e la storia del fondamento”

“Le negazioni accadute (…) si distinguono all’interno del sistema delle negazioni possibili, dalle negazioni non accadute, per quel tanto che le prime sono oggetto di una cura, di un interesse, di un appassionamento, per cui o la base logica sulla quale tali negazioni si appoggiano viene considerata come il fondamento stesso, o, in generale, esse divengono, in quanto tali, contenuto di una certezza.

E appunto in ciò consiste “l’astuzia della ragione”: nell’impegnare a fondo l’individuo (chè l’individuo è appunto quella cura, quell’interesse, quell’appassionamento), facendogli apparire l’opera o il compito che gli è affidato, come positivo e come l’intero dell’opera, del compito: anche quando si tratta di un negativo, o di un momento del positivo (…) la posizione del fondamento implica essenzialmente il toglimento della negazione del fondamento; o che questo si realizza come apertura originaria della verità solo in quanto è in grado di togliere la sua negazione, e quindi solo in quanto sta in relazione con questa. Sì che il fondamento è posto solo in quanto la negazione è posta (come tolta) (…) il contenuto posto è il fondamento appunto in quanto mostra (è posta) la sua capacità di togliere assolutamente la sua negazione (…) questa negazione non è un’astratta universalità, ma è il sistema concreto delle negazioni possibili. E questo sistema è appunto la storia possibile del fondamento (…) poiché il fondamento è tale solo in quanto implica come tolta la propria negazione, questo sistema di negazioni è dunque essenziale al fondamento (…) Se il fondamento implica negativamente la sua negazione, non può infatti essere indifferente al concretarsi di questa (…) In quanto il fondamento si impegna essenzialmente con la sua storia, l’ “eternarsi” del fondamento coincide essenzialmente col suo “storicizzarsi”. Se la storia del fondamento è il concretarsi dell’universalità della sua negazione, è infatti in rapporto allo sviluppo della negazione che il fondamento esercita il suo valore. La condizione della possibilità di uno sviluppo storico del sapere filosofico sta appunto in questa struttura, per la quale il fondamento – e ogni posizione logica che su questo si appoggia – implica (negativamente) il concreto della sua negazione (…) E’ dunque rispetto allo sviluppo della negazione (fenomenologia dell’errore) che il fondamento si tien fermo. Ma il tenersi fermo in relazione allo sviluppo della negazione è anche un movimento – movimento della negazione di ciò che via via insorge contro il fondamento (movimento della negazione della processuale negazione del fondamento) – sì che per questo lato il fondamento è svolgimento, novità, progresso.”


(E. Severino “La struttura originaria”, Cap. 1 “L’esposizione della struttura originaria”, par. 4 “Il fondamento e la storia del fondamento”)

“La persuasione che la storia esiste e che l’uomo è essere storico, la persuasione che la storia è anzi l’orizzonte originario che dà senso a ogni cosa, questa persuasione è il fondamento indiscusso che costringe a riconoscere l’impossibilità di ogni sapere assoluto …” , da Emanuele Severino, Gli abitatori del tempo, p. 127. Citazione proposta da Vasco Ursini con il titolo: Ma la storia esiste?

La persuasione che la storia esiste e che l’uomo è essere storico, la persuasione che la storia è anzi l’orizzonte originario che dà senso a ogni cosa, questa persuasione è il fondamento indiscusso che costringe a riconoscere l’impossibilità di ogni sapere assoluto.

L’unica “evidenza”, per il pensiero contemporaneo, è l’evidenza della storia. Nonostante l'”antistoricismo” del suo strutturalismo Levi-Strauss scrive che “è fastidioso oltre che inutile accumulare argomenti per provare che ogni società vive nella storia e quindi muta: è l’evidenza stessa”.

(Emanuele Severino, Gli abitatori del tempo, p.127).

Vasco Ursini, Nessuna cosa richiede un Fondamento della sua appartenenza all’essere, perché  … pubblicata in Amici a cui piace Emanuele Severino

Nessuna cosa richiede un Fondamento della sua appartenenza all’essere, perché ogni cosa è, appunto e soltanto in quanto essa è una cosa, un non-niente.
Proprio in quanto è cosa, ogni cosa  ‘é’  e non può non essere.

Sorgente: (1) Amici a cui piace Emanuele Severino

La filosofia mette in questione tutto, anche la scienza, la logica e la tecnica … da Emanuele Severino, La legna e la cenere

La filosofia mette in questione tutto, anche la scienza, la logica e la tecnica, non perché, vivendo, non ci si debba servire di esse, ma perché – per dirla molto alla buona – nemmeno il sapere scientifico più rigoroso si appoggia (né, ormai, vuol più appoggiarsi) a un fondamento assolutamente incontrovertibile, cioè alla “struttura originaria” del sapere.
(E. Severino, La legna e la cenere)

Sorgente: (56) Amici a cui piace Emanuele Severino

Leonardo Marcato, Ritorno o Fondamento? Tracce per un’analisi dell’interpretazione panikkariana di Parmenide a partire dal dialogo tra Raimon Panikkar ed Emanuele Severino | da Filosofia e nuovi sentieri

vai a questi due post:

1.

Ritorno o Fondamento? Tracce per un’analisi dell’interpretazione panikkariana di Parmenide a partire dal dialogo tra Raimon Panikkar ed Emanuele Severino – Parte prima | Filosofia e nuovi sentieri

2.

 

Leonardo Marcato (Camposampiero 1987), laureato in Filosofia presso l’Università di Siena ed in Scienze delle Religioni presso gli atenei di Padova e Ca’ Foscari di Venezia, è attualmente dottorando in Filosofia Teoretica presso l’università veneziana. Nel 2011 cura Riflessioni di un laico, scritti filosofici di Ascanio Pagello, accademico olimpico vicentino. Studia il pensiero di Raimon Panikkar e si interessa di filosofia della religione e digital philosophy

Ritorno o Fondamento? Tracce per un’analisi dell’interpretazione panikkariana di Parmenide a partire dal dialogo tra Raimon Panikkar ed Emanuele Severino – Parte prima | in Filosofia e nuovi sentieri

Ritorno o Fondamento? Tracce per un’analisi dell’interpretazione panikkariana di Parmenide a partire dal dialogo tra Raimon Panikkar ed Emanuele Severino – Parte prima

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Sorgente: Ritorno o Fondamento? Tracce per un’analisi dell’interpretazione panikkariana di Parmenide a partire dal dialogo tra Raimon Panikkar ed Emanuele Severino – Parte prima | Filosofia e nuovi sentieri

Emanuele Severino: “Parlare di filosofia senza indicare il fondamento di ciò che si dice, altera il senso del filosofare”, dal gruppo  Amici a cui piace Emanuele Severino

Parlare di filosofia senza indicare il fondamento di ciò che si dice, altera il senso del filosofare: esso appare come un mito religioso.

Il rischio aumenta quando la filosofia affronta i grandi temi che costituiscono le “cose ultime”: morte, aldilà, resurrezione, immortalità, reincarnazione, vita eterna; temi, questi, che in filosofia (autentica) assumono un ruolo radicalmente nuovo rispetto a quello assegnatogli dalla tradizione religiosa.

Sorgente: (7) Amici a cui piace Emanuele Severino

Emanuele Severino SULLA CONTRADDIZIONE, citazione da Scenari dell’impossibile. La Contraddizione nel pensiero contemporaneo, Nota introduttiva, a cura di Francesco Altea e Francesco Berto, Il Poligrafo, Padova 2007, pp. 9 – 10

SULLA CONTRADDIZIONE

Si parla molto di contraddizione, di questi tempi. In effetti, si tratta di un tema antico e visitato quanto la storia della filosofia: c’è chi fa risalire la prima formulazione del celebre ‘ Principio di Non Contraddizione ‘, che bandisce le contraddizioni dal mondo e ne dichiara l’assoluta impossibilità, addirittura al ‘Poema sulla natura’ di Parmenide (VI -V sec. a. C.). Il principio si ritrova in Platone, ma la sua prima formulazione esplicita è dovuta a Aristotele, che lo espresse sia nel proprio ‘ Organon ‘ (negli scritti di logica) che nella ‘ Metafisica ‘, e lo difese in quest’ultima. Affrontando la questione della validità generale del ‘Principio di Non Contraddizione’ nella ‘ Metafisica ‘, e non in un contesto logico, Aristotele sottintendeva che questo problema fondamentale competesse al ” filosofo primo “, e non fosse risolvibile mediante i soli strumenti della logica. E l’argomentazione aristotelica a favore dell’illimitata validità del Principio fu filosoficamente così efficace che questo si costituì come la legge più autorevole dell’intero pensiero occidentale – talmente autorevole che ben pochi, dopo Aristotele, si presero la briga di ‘difendere’ il Principio a loro volta (con un paio di eccezioni, quali gli idealisti inglesi Bradley e McTaggar). Thomas Reid incluse il Principio fra i dettati del buon senso comune (insieme ad altre verità ” autoevidenti “, come quella secondo cui le cose che ricordo distintamente sono accadute davvero). Il senso comune, di solito, è soltanto reattivo: non si preoccupa di sostenere le proprie convinzioni, finché qualcuno non le sfida.
Ma, in effetti, qualche sfida ci fu. Uno dei nomi più autorevoli in proposito è quello di Hegel, che fece della contraddizione il motore del procedimento chiamato ” metodo dialettico ” e il cuore della propria filosofia. Autorevoli dubbi sul Principio, all’alba del pensiero contemporaneo, furono espressi da Nietzsche, il quale ne scorse il ruolo assolutamente pragmatico, e quindi connesso – nonostante la ‘bona fide’ dei suoi fautori – più alla volontà di potenza che alla verità delle cose; e, dal lato logico, da Jan Lukasiewicz, il quale attaccò direttamente le argomentazioni aristoteliche della ‘Metafisica’ a favore del Principio.
Molti epigoni di Nietzsche, dislocati lungo le varie correnti di pensiero riunite sotto l’etichetta di “postmoderne” (da una parte della linea ermeneutica Nietzsche – Heidegger – Gadamer, al pensiero debole, al decostruzionismo francese) oggi mettono apertamente in questione il carattere incontrovertibile del Principio di Non Contraddizione come un residuo della tradizione metafisica occidentale – una tradizione impegnata nella ricerca di verità forti, definitive, e vista come consegnata, pur nella sua grandezza, al tramonto.
Dal lato logico-analitico, poi, ci si è occupati delle contraddizioni fin dall’inizio: se il ” mito di fondazione ” della filosofia analitica racconta dell’emancipazione di Russel dall’idealismo metafisico del suo tempo, una parte di questo racconto confluisce nella scoperta di quella che egli chiamava ” la contraddizione “: il famoso paradossi di Russel, rinvenuto nella teoria degli insiemi di Cantor proprio quando si pensava che questa dovesse fornire il fondamento definitivo della matematica. Naturalmente, i filosofi analitici sono tradizionalmente interessati delle contraddizioni solo per espungerle dal mercato filosofico. Ma anche su questo punto qualcosa ultimamente è cambiato. Prestando sempre più attenzione ai paradossi insiemistici e semantici (come il famoso “paradosso del mentitore”), i filosofi analitici hanno riscoperto il gusto di esplorare l’impossibile, e hanno anche cominciato ad elaborare strumenti logici in grado di farlo; logiche ‘paraconsistenti’, in cui l’ammissione di contraddizioni non conduce al caos logico-metafisico. E i più arditi fra essi, adoperando queste logiche, hanno cominciato ad esplorare la possibilità che il Principio non abbia quella validità non ristretta che si credeva; hanno incominciato a supporre che l’impossibile, la contraddizione, possa tutto sommato realizzarsi, talvolta, nel mondo.
(Scenari dell’impossibile. La Contraddizione nel pensiero contemporaneo, Nota introduttiva, a cura di Francesco Altea e Francesco Berto, Il Poligrafo, Padova 2007, pp. 9 – 10).

Sorgente: (17) Amici a cui piace Emanuele Severino

IL PROBLEMA DEL FONDAMENTO (da Emanuele Severino, Educare al pensiero, La Scuola, Brescia 2012. Intervista di Sara Bignotti a Emanuele Severino)

 

D. Ci approssimiamo al “fondamento” del suo discorso: cosa vuol dire che l’uomo è l’apparire del destino, in relazione all’autonegazione della negazione dell’esser sé dell’essente?

R. Il destino è l’apparire dell’esser sé; è l’essenza dell’uomo – ossia ‘non’ l’essenza ‘generica’, ma ciò che ‘ogni’ uomo da ultimo è – è appunto questo apparire. L’essenza dell’uomo è il destino.
Ma proviamo a chiarire il senso dell’autonegazione della negazione dell’esser sé. Non è possibile qui chiarirlo “concettualmente”. Qui si può indicare una metafora che metta sulla strada di un approfondimento adeguato. Supponiamo che ci sia un bersaglio, e che un arciere scagli una freccia contro il bersaglio. E supponiamo che accada questo: che la freccia, invece che colpire il bersaglio, colpisca se stessa. Se questo accadesse per tutte le frecce e per tutti gli arcieri che mirano contro il bersaglio, noi di quest’ultimo dovremmo dire che non può essere colpito da nessun arciere e che qualsiasi freccia che gli fosse scagliata avrebbe questa sorte, di non colpire il bersaglio, ma di colpire se stessa. Questo colpire se stessa è l’equivalente, nella metafora, di ciò che chiamo ‘autonegazione”. Nella metafora, il bersaglio corrisponde al destino. E la freccia è il corrispettivo, nella metafora, di ciò che chiamo ‘negazione del destino’ ( la freccia è una negazione del bersaglio, lo vuole colpire). Il destino soddisfa – ‘qui’ non possiamo dire ‘ciò che più conta’ ossia il ‘perché – la struttura di questa metafora, è ciò rispetto a cui ogni negazione è la freccia che colpisce se stessa, e quindi si toglie da sé, nega se stessa. Ciò significa che il destino è l’innegabile, l’incontrovertibile, ma in senso radicale per cui – qui è uno dei meriti intramontabili della filosofia in quanto evocatrice del senso inaudito ‘dello stare’ della verità – non ci può essere cambiamento di tempo, mutamento di costumi, non ci può esser alcun Dio che modifichi il bersaglio immacolato e intangibile, che riesca a trasformarlo, a farlo diventar alltro, a mostrarne la negabilità.

D. Il fondamento, appunto, è l’evidenza della verità…
R. E’ essenzialmente più che l’evidenza: è l’evidenza in ‘relazione’ all’autonegazione della sua negazione. Questo è il senso autentico del ‘fondamento’.
D. Il fondamento corrisponde a ciò che i filosofi antichi chiamavano principio primo o origine?

R. Ma riuscendo ad essere l’innegabile. Se vogliamo un’annotazione storica, è Aristotele che ha intravisto potentemente il fondamento, che lui chiama ‘Bebaiotàte arché’ (‘principium firmissimum’). […] Nella parola ‘bebaiotàte’ risuona la parola ‘epistéme’. Lo star fermo dell’ ‘epistéme?. E’ anche Aristotele, con Platone, a trattare il principio in relazione alla “confutazione” (‘élenchos’) di coloro che intendono negare il principio (che per lui è ciò che poi verrà chiamato “principio di non contraddizione”. Anche il ‘cogito’ cartesiano guarda in questa direzione).

D. Dell’élenchos si ha appunto compiuta esposizione nel libro IV della Metafisica di Aristotele, un classico da lei commentato [Il principio di non contraddizione, La Scuola, 1975], su cui si sono formate generazioni di studenti. In che senso l’élenchos è modello di pensiero che non necessita di dimostrazione?

R. Ma prima di rispondere alla sua domanda, non è più opportuno mostrare l’ ‘aporia’ del discorso che introduce l’ ‘élenchos? Per la risposta alla sua domanda è meglio rinviare ai miei scritti. Vediamo l’aporia, dunque. Aristotele tende a indicare il principio come non bisognoso di ‘élenchos’ (che significa letteralmente la punta della lancia e per noi significa l’apparire dell’autonegazione del principio). Per Aristotele il principio è per sé ‘evidente’, e quindi egli è propenso a considerare la ‘bebaiotàte arché’ come non bisognosa dell’ ‘élenchos’, il quale apparterrebbe quindi alla “dialettica” e non al principio.
Ora, non basta parlare del destino, senza vedere il senso concreto della sua innegabilità. Non basta parlare del “principio di non contraddizione”, senza vedere il senso della sua innegabilità. Tale principio come semplicemente asserito è un dogma, una semplice “evidenza”. Ossia è un dogma affermare soltanto che è evidente. Come è dogma il semplice asserire che esiste il mondo. Quindi, affinché la ‘bebaiotàte arché’ non sia un dogma deve apparire in relazione all’ ‘éelenchos’, che in quanto determinazione del destino è l’apparire dell’esser sé, in quanto l’esser sé degli essenti è in relazione alla propria autonegantesi negazione. L’élenchos è l’apparire dell’autonegazione della negazione del destino).
Aristotele asserisce che è frutto di ignoranza non sapere di quali cose ci sia dimostrazione e di quali non possa esserci: se non si fosse “ignoranti”, si capirebbe che dimostrare significa ricondurre il ‘demonstrandum’ alla ‘bebaiotàte arché’, cioè vedere che la negazione del ‘demonstrandum’ implica la negazione della ‘bebaiotàte arché’. E allora, tenendo ferma questa annotazione, il principio di non contraddizione appare come ciò che non ha bisogno di nient’altro che del suo apparire perché debba essere accettato. Per Aristotele è sufficiente la sua “evidenza”.
‘Ma così si presenta appunto come un dogma’. Dunque è necessario il suo esser visto in relazione all’ ‘élenchos’, in cui appare l’impossibilità di negare l’evidenza. Ma allora, se la ‘bebaiotàte arché’ ha bisogno dell’ ‘élenchos’, che ne mostri l’innegabilità e il suo non aver bisogno di nient’altro che di se stessa, e se d’alta parte la ‘beaiotàte arché’ è il fondamento di ogni dimostrazione, allora si presenta un’ ‘aporia’ – che a mio avviso nella storia del pensiero filosofico non solo non è stata risolta, ma non è stata nemmeno mai vista- L’aporia è che il qualcosa che sta al fondamento di tutto il sapere può apparire come siffatto fondamento, solo in quanto tale qualcosa è in relazione all’ ‘élenchos, che dunque viene a presentarsi come una sorta di fondamento di ciò che dovrebbe essere il fondamento di tutto’. Se non si sa risolvere questa aporia, è aporetico anche parlare di ‘epistéme’, di verità, di destino…

D. La “confutazione”, esposta nel libro IV della Metafisica di Aristotele, è da lei così rigorizzata: l’élenchos è l’autonegazione della contraddizione?

E’ l’autonegazione della negazione del destino. Certo: qui ormai ci siamo lasciati alle spalle la separazione tra pensiero e cosa, perché dire che il destino è l’apparire dell’esser sé dell’essente implica – ma anche qui per una struttura concettuale che non possiamo esplicitare – che è impossibile un essente che non appaia.
(A questo punto, però, qualcuno potrebbe dire che se è impossibile che un essente non appaia, allora si viene a dire che tutto coincide con quello che appare qui e ora. E invece no, a questo punto si tratterebbe di ricordare la necessità che l’Io del destino sia il cerchio ‘finito’ dell’apparire del destino, che implica con necessità la totalità infinita dell’apparire, che non coincide con la totalità che appare in tale cerchio, e nei cerchi dell’altrui esser uomo. Dovrebbe cioè farsi innanzi la figura dell’apparire infinito: l’eterno apparire infinito degli eterni).

D. Il cerchio finito implica l’apparire infinito, così come la nostra esistenza si libra tra finito e infinito. Cosa vuol dire che siamo finiti ed eterni al tempo stesso?

R. Poiché eterno è l’essente in quanto essente, eterno è anche il finito, ossia l’essente che non è la totalità degli essenti. L’Io del destino è la struttura originaria del finito, il cerchio che, accogliendo la terra, è perciò stesso finito. Nell’apparire infinito non sopraggiunge alcun eterno perché da sempre li contiene tutti.

Sorgente: La Filosofia e i suoi Eroi (www.filosofico.net)

PERCHE’ NON SIAMO FIGLI DEL NULLA: “Il timore della morte ci accompagna. Ma ogni cosa viene da qualcosa di Emanuele Severino” (Corriere della Sera, 9 aprile 2014). Citazione proposta da Vasco Ursini e tratta da La Filosofia e i suoi Eroi (www.filosofico.net)

Vasco Ursini a La Filosofia e i suoi Eroi (www.filosofico.net)

Il dibattito. La scienza si affanna a investigare il senso del Tutto. Eppure è la filosofia che può rispondere all’interrogativo ultimo.
PERCHE’ NON SIAMO FIGLI DEL NULLA
Il timore della morte ci accompagna. Ma ogni cosa viene da qualcosa
di Emanuele Severino (Corriere della Sera, 9 aprile 2014, p. Cultura)

In ambito scientifico cresce l’insofferenza per la filosofia. Vi sono buone ragioni. Quanto vi è oggi di decisivo nel pensiero filosofico, infatti, tende a rimanere sullo sfondo. Accade anche, però, che insieme all’insofferenza cresca anche, nella scienza, l’interesse per i problemi che sono sempre stati propri del pensiero filosofico. Relativamente ai quali essa crede di poter andare molto più a fondo.Ad esempio. la scienza si propone di giungere finalmente a una “teoria del Tutto”. Connesso alla quale è il problema del nulla. Il Tutto è infatti la regione al di là della quale resta, appunto, nulla. E’ recente l’accesa discussione, suscitata in ambito scientifico e filosofico all’estero ma anche in Italia, del libro del fisico statunitense Lawrence Krauss ‘Un universo dal nulla’. Perché c’è qualcosa piuttosto che il nulla? Krauss sostiene che il concetto di nulla è scientifico e non filosofico. Ma questo importa poco:il problema resta, qualunque nome gli si voglia dare: Tutt’al più si potrà dire che Krauss non conosce la filosofia e la sua storia (ma lo si può dire anche di certi filosofi, non pochi, del nostro tempo).
Il problema è presente in ogni ambito della scienza e della cultura. E innanzitutto nella vita dell’uomo. Egli è desiderio della vita e timore della morte. In che rapporto sta la morte col nulla? La morte è l’annullamento di ogni nostra esperienza? Per vivere occorre cibo e riparo. Per ottenerli si sono sperimentate diverse tecniche e forme economiche.Il capitalismo è divenuta quella dominante. L’economista Joseph Schumpeter ha definito il capitalismo “distruzione creatrice” (Crea nuovi mezzi di produzione, quindi nuovi rapporti sociali, e distrugge i vecchi. Ma poi ogni tecnica è distruzione creatrice).E in che rapporto stanno la “distruzione” e la “creazione” col nulla? Hanno senso queste parole se non si pensa il nulla?
Ancora. Per le religioni monoteistiche, le “religioni del libro”, il mondo è creato dal nulla – ex nihilo, dice la teologia cristiana. […] Da gran tempo la matematica ha introdotto lo zero tra i numeri. Lo zero è una forma di assenza. I Greci lo chiamavano “nulla” (oudén). Come è una forma di assenza l’ “insieme vuoto”. Zero e insieme vuoto sono i modi più visibili in cui le matematiche pensano il nulla. E l’arte! Dove l’aspetto minaccioso e insieme ineliminabile del nulla e del “silenzio nudo” si mostra nel modo più vivido. Non solo nella poesia e nella narrativa, ma anche nelle arti figurative la precarietà dell’esistenza e della sue forme positive, desiderabili, sta al centro. E l’intreccio del suono e del silenzio – della vita e della morte – è il fondamento stesso della musica. […]
Ma chiediamoci (una domanda che faccio da gran tempo): ammesso che una casa sia costruita col materiale di costruzione, col progetto dell’architetto e il lavoro degli operai, – tutte cose che esistono già prima della casa -, questo vuol forse dire che tutto ciò che la casa ora è preesisteva alla sua costruzione? NO! altrimenti non ci sarebbe stato bisogno di costruirla.
C’è dunque un residuo che prima della costruzione della casa non esisteva ancora. E che significa questo suo non essere ancora? Diciamolo: questo residuo era nulla. Non in qualche senso nulla e in qualche altro no, ma era assolutamente nulla. Se le particelle provengono da stati senza particelle – ossia da qualcosa -, ciò non significa che tutto ciò che le costituisce esisteva già, prima della loro esistenza; quindi c’è un residuo che prima che esse incominciassero ad esistere era nulla, assolutamente nulla. Che le cose vengano da qualcosa e che, insieme, vengano dal loro nulla non sono dunque affermazioni incompatibili, ma l’una implica l’altra. […]
Ma una volta detto che l’uomo continua a pensare il nulla e a parlarne, il problema del nulla si presenta in tutta la sua potenza. Il nulla è la fonte dell’angoscia più profonda dell’uomo. Tuttavia, […] proprio perché pensiamo il nulla e ne parliamo, proprio per quersto il nulla ci sta dinanzi e ci dà da fare, così potente da esser la fonte della nostra angoscia. Accade cioè che il nulla sia qualcosa. Ciò che non è un “qualcosa” è “qualcosa”. E poiché ovunque noi abbiamo a che fare col nulla, ovunque noi ci troviamo nell’oscurità più profonda – giacché la piùprofonda radice di ogni oscurità è credere, appunto, che il nulla, l’assolutamente nulla, sia qualcosa, e vivere conformemente a questa convinzione. […].
Nell’oscurità, che senso possono avere la salvezza, la felicità, il piacere? Infatti, anche se non vogliamo riconoscerlo, noi, in fondo – un fondo che spesso si lascia vedere – siamo sempre scontenti di ciò che siamo ed abbiamo.
Ma non è questa l’ultima parola.
L’assurdo non ha partita vinta. Bisogna, però sapersela giocare. La si gioca male quando, ad esempio, si crede di vincerla decidendo che la parola “nulla” è assolutamente priva di senso. Qui si gioca male, perché l’espressione “ciò che è assolutamente privo di senso” è un sinonimo della parola “nulla”. Gettato dall finestra, il nulla rientra dalla porta. […] A qauesto tema si è riferirto anche lo storico della psicologia Gabriele Pulli, nel suo libro ‘Freud e Severino’, (Moretti e Vitali editori). In queste pagine interessanti il discorso sul nulla si allarga e si unisce alla tesi, sostenuta da Pulli, del carattere complementare degli scritti di Freud e dei miei. Anche in questo caso c’è da discutere.
Comunque è inevitabile che, qui, il mio discorso sul nulla rimanga in sospeso, e forse fin troppo pericolosamente in sospeso. Si tratta di scorgere il senso autentico dell’ambiguità del nulla. Giacché soprattutto di esso è necessario dire: ‘Nec tecum, nec sine te’ “.

Sorgente: Amici a cui piace Emanuele Severino

Emanuele Severino, “L’errare esiste, ed esiste come convinzione esplicita del mortale che l’essente diventa altro da sé  …”, in Fondamento della contraddizione, p.80

L’errare esiste, ed esiste come convinzione esplicita del mortale che l’essente diventa altro da sé e che, diventandolo, è altro da sé; e, anche come convinzione esplicita che l’essente proviene dal nulla e vi ritorna; e come convinzione implicita che l’essente in quanto essente, è niente. Cioè si tratta di comprendere che anche nella non verità, l’apparire dell’errare, cioè della contraddizione, è possibile solo in quanto la contraddizione appare come negata, e che questa negazione si fonda da ultimo sulla negazione (dell’errare e della contraddizione) che appartiene al destino della verità.

(E.S. – Fondamento della contraddizione, ) p.80

Sorgente: (1) Amici a cui piace Emanuele Severino

Che cos’è la STRUTTURA ORIGINARIA?, di Nicoletta Cusano, Capire Severino, Mimesis Filosofie, Milano 2011, pp. 55 – 57. Citazione segnalata da Vasco Ursini

La struttura originaria è la struttura originaria dell’essere, ciò che è necessariamente presente in quanto un essente è e appare. Senza la presenza di tale struttura nessun essente potrebbe essere e apparire. In altre parole essa è lo scheletro dell’essere, la sua grammatica di base, la sua ‘sintassi’ fondamentale. Poiché tale sintassi non è un unico significato ma un ‘intreccio inscindibile di significati’, essa è una ‘struttura’, cioè un complesso logico-semantico consistente nella totalità delle determinazioni che devono essere presenti affinché un essente possa apparire. Si può quindi dire che la struttura originaria è la ‘forma essenziale’ di ogni essente, ciò che ogni essente ‘formalmente’ “è”, o meglio, ciò con cui esso è necessariamente “in relazione”.
In quanto l’essere è l’immediatamente innegabile e l’innegabilmente immediato, la struttura originaria dell’essere è la struttura originaria della “necessità”, dove il termine ‘necessità’ – dal latino ne-cedo – esprime il senso assoluto dell’innegabilità quale autonegatività immediata del proprio negativo. In quanto il proprio negativo è l’immediatamente autonegativo, la struttura originaria è ciò che “sta”, innegabilmente ed eternamente; in altre parole, essa non è “un prodotto teorico dell’uomo o di Dio, ma il luogo già da sempre aperto della Necessità”. E’ lo stare innegabile dell’essere-significare.
In quanto l’essenza dell’essere è quella di essere ‘innegabile’ nel senso suddetto, “l’intento dell’intera indagine contenuta ne “La struttura originaria” è di determinare in maniera rigorosa il senso dell’opposizione del negativo e del positivo”. [ … ]
In quanto la verità originaria dell’essere consiste nell’innegabilità quale identità dell’esser sé e dell’immediata autonegatività del proprio non esser sé, essa non è un significato semplice ma un complesso predicazionale, un intreccio inscindibile di significati, cioè una “struttura”. essa “è la struttura delle determinazioni necessarie di ciò che con verità può essere affermato” e senza di cui “nessun essere può apparire”.
Queste ultime affermazioni ribadiscono che la struttura originaria è ciò che deve apparire affinché qualcosa possa essere e apparire, e cioè che essa è il “fondamento dell’essere: un essente è e appare in quanto è presente “una certa dimensione dell’essente […] costituita dalle determinazioni che competono con necessità a ogni essente e nelle quali consiste appunto il destino”. Queste determinazioni, che sono la ‘forma’ dell’essente, dalla ‘Struttura originaria’ alla ‘Gloria’ sono chiamate determinazioni “persintattiche”. Esse sono “l’esser sé dell’essente, il suo non esser altro da sé, il suo non poter diventare ed essere altro da sé, il suo essere eterno, e, ancora, l’essere dell’apparire infinito, la necessità che gli essenti della terra, sopraggiungendo, siano accolti dagli essenti dello sfondo, e la necessità che il sopraggiungere della terra sia la Gloria, cioè si dispieghi senza fine – e a queste determinazioni dello sfondo si aggiungano tutte quelle che gli competono e che costituiscono la dimensione stessa a cui si rivolgono i miei scritti, indicandole” (E. Severino, Oltrepassare, p. 179).
In questo passaggio compare il termine “sfondo” che è un altro modo di nominare la “sintassi” originaria dell’essere evidenziandone l’essere contenuto necessariamente ‘originario’ e ‘costante’ dell’apparire, l’insieme di determinazioni che non sopraggiunge e non tramonta mai all’interno dell’apparire trascendentale, ossia all’interno di quell’orizzonte che ospita l’apparire empirico e particolare degli essenti. Lo sfondo è appunto la “permanenza non sopraggiungente”. Come si nota, l’illustrazione della struttura originaria chiama direttamente in causa l’apparire.

(Nicoletta Cusano, Capire Severino, Mimesis Filosofie, Milano 2011, pp. 55 – 57).

Sorgente: Che cos’è la STRUTTURA ORIGINARIA?, di Nicoletta Cusano, Capire Severino, Mimesis Filosofie, Milano 2011, pp. 55 – 57. Citazione segnalata da Vasco Ursini – Antologia del tempo che resta

CAPIRE EMANUELE SEVERINO: Che cos’è la struttura originaria?, di Nicoletta Cusano, Capire Severino, Mimesis Filosofie, Milano 2011, pp. 55 – 57 (segnalata da Vasco Ursini)

La struttura originaria è la struttura originaria dell’essere, ciò che è necessariamente presente in quanto un essente è e appare. Senza la presenza di tale struttura nessun essente potrebbe essere e apparire. In altre parole essa è lo scheletro dell’essere, la sua grammatica di base, la sua ‘sintassi’ fondamentale. Poiché tale sintassi non è un unico significato ma un ‘intreccio inscindibile di significati’, essa è una ‘struttura’, cioè un complesso logico-semantico consistente nella totalità delle determinazioni che devono essere presenti affinché un essente possa apparire. Si può quindi dire che la struttura originaria è la ‘forma essenziale’ di ogni essente, ciò che ogni essente ‘formalmente’ “è”, o meglio, ciò con cui esso è necessariamente “in relazione”.
In quanto l’essere è l’immediatamente innegabile e l’innegabilmente immediato, la struttura originaria dell’essere è la struttura originaria della “necessità”, dove il termine ‘necessità’ – dal latino ne-cedo – esprime il senso assoluto dell’innegabilità quale autonegatività immediata del proprio negativo. In quanto il proprio negativo è l’immediatamente autonegativo, la struttura originaria è ciò che “sta”, innegabilmente ed eternamente; in altre parole, essa non è “un prodotto teorico dell’uomo o di Dio, ma il luogo già da sempre aperto della Necessità”. E’ lo stare innegabile dell’essere-significare.
In quanto l’essenza dell’essere è quella di essere ‘innegabile’ nel senso suddetto, “l’intento dell’intera indagine contenuta ne “La struttura originaria” è di determinare in maniera rigorosa il senso dell’opposizione del negativo e del positivo”. [ … ]
In quanto la verità originaria dell’essere consiste nell’innegabilità quale identità dell’esser sé e dell’immediata autonegatività del proprio non esser sé, essa non è un significato semplice ma un complesso predicazionale, un intreccio inscindibile di significati, cioè una “struttura”. essa “è la struttura delle determinazioni necessarie di ciò che con verità può essere affermato” e senza di cui “nessun essere può apparire”.
Queste ultime affermazioni ribadiscono che la struttura originaria è ciò che deve apparire affinché qualcosa possa essere e apparire, e cioè che essa è il “fondamento dell’essere: un essente è e appare in quanto è presente “una certa dimensione dell’essente […] costituita dalle determinazioni che competono con necessità a ogni essente e nelle quali consiste appunto il destino”. Queste determinazioni, che sono la ‘forma’ dell’essente, dalla ‘Struttura originaria’ alla ‘Gloria’ sono chiamate determinazioni “persintattiche”. Esse sono “l’esser sé dell’essente, il suo non esser altro da sé, il suo non poter diventare ed essere altro da sé, il suo essere eterno, e, ancora, l’essere dell’apparire infinito, la necessità che gli essenti della terra, sopraggiungendo, siano accolti dagli essenti dello sfondo, e la necessità che il sopraggiungere della terra sia la Gloria, cioè si dispieghi senza fine – e a queste determinazioni dello sfondo si aggiungano tutte quelle che gli competono e che costituiscono la dimensione stessa a cui si rivolgono i miei scritti, indicandole” (E. Severino, Oltrepassare, p. 179).
In questo passaggio compare il termine “sfondo” che è un altro modo di nominare la “sintassi” originaria dell’essere evidenziandone l’essere contenuto necessariamente ‘originario’ e ‘costante’ dell’apparire, l’insieme di determinazioni che non sopraggiunge e non tramonta mai all’interno dell’apparire trascendentale, ossia all’interno di quell’orizzonte che ospita l’apparire empirico e particolare degli essenti. Lo sfondo è appunto la “permanenza non sopraggiungente”. Come si nota, l’illustrazione della struttura originaria chiama direttamente in causa l’apparire.

(Nicoletta Cusano, Capire Severino, Mimesis Filosofie, Milano 2011, pp. 55 – 57).