Congedandoci da Severino. Che cosa egli sarà per noi – di Antonio Lombardi e Gabriele Zuppa in gazzettafilosofica

Congedandoci da Severino. Che cosa egli sarà per noi   È venuto a mancare Emanuele Severino. Chi è stato? È stato – per dirla con Schopenhauer –l’oggettivazione della filosofia.   di Antonio Lombardi e Gabriele Zuppa

Congedandoci da Severino. Che cosa egli sarà per noi – Benvenuti su gazzettafilosofica!

LETTERA A EMANUELE SEVERINO INTORNO A UNA ETERNA LEZIONE, di Roberta De Monticelli

Sandro Lorenzotti in

Amici di Emanuele Severino

Ciao a tutti, da lontano!

Tutti noi abbiamo letto moltissimo su Emanuele Severino, questi ultimi giorni. Tantissime, belle cose.

Qui di seguito e’ quello che considero le parole piu’ belle. Parole pure.

Le ha scritte Roberta De Monticelli, filosofo ed accademica italiana.

LETTERA A EMANUELE SEVERINO INTORNO A UNA – ETERNA – LEZIONE

Caro professore, se l’essere nella Gioia, come spero, le consente di ricevere qualche lettera senza che la Gioia sia interrotta dalla noia di leggerla, lasci pure che questa mia si depositi come foglia, soffio, ombra, umana illusione, fiato di voce o scintillio d’inchiostro là dove i più fra noi, tardi di mente e innamorati del visibile, stoltamente dimorano: nel Cerchio dell’Apparenza.

Non turberà l’eternità dell’esser suo, caro professore, questo cicaleccìo di una collega invisibile, sì, proprio quella dell’aula accanto, quella del giovedì. O forse era martedì? Che cosa conta, e chissà mai perché poi avevamo quest’abitudine di onorare gli orari di lezione, questa conformistica, veramente illogica acquiescenza alla misurazione di ciò che non esiste, il tempo. Lei poi arrivava puntualissimo, molto più di me. Ben me ne accorgevo ogni volta che la folla dei suoi allievi in festosa attesa faceva barriera davanti a tutte le porte dello stretto corridoio su cui si aprivano le nostre aule, e i quattro gatti della mia classe e io restavamo bloccati per un pezzo, prima di entrare, con loro e mio rimpianto, nell’auletta degli esercizi di fenomenologia, piena di controversie e dubbi, invece che nella luce dell’incontrovertibile. Dove per due ore quelle menti giovinette e incerte, anzi certamente scosse da ogni sorta di amore e di terrore, si sarebbero spalancate alla ben rotonda verità dell’Essere, indefettibile e immobile: che sarebbe fluita senza interruzione alcuna dalle sue labbra, nel più religioso silenzio.

Lei cominciava col ben disporle, le menti, al saldissimo fondamento dell’epi-steme – diceva così, mi arrivava il suono della sua voce che inesorabilmente spezzava la parola greca, sapientemente appoggiando, con la pausa, la voce alla solidità di ciò che sta. Il sapere che sta, e non importa dove e come. Di là dalla parete, sentivo l’ombra di Socrate, smarrita, emergere come un fantasma da quella lineetta, da quella pausa che spezzava la parola, e come in un grido afono, beckettiano articolare con la bocca muta parole simili a sospiri: conoscenzaopinione vera e… giustificata… le ragioni, vi prego, le ragioni… Le ragioni per dirlo. L’evidenza per riconoscere che è vero – fino a prova contraria. Altro che stare. Quelli che stavano lì, immobili, ierocratici, erano i dignitari immensi della statuaria babilonese; a me veniva in mente ogni volta la stazione centrale di Milano, e certo subito ne arrossivo. In Grecia erano mobilissimi anche gli dei, invece, pieni di bizze e voglie, di splendori e di furia e di grazia, come i ragazzi e le ragazze che lei sapeva affascinare e render muti – come in un’estasi iniziatica.

Così, una volta che la mia lezione cominciava più tardi, l’ardente desiderio mi prese – chissà, l’invidia – di carpire il segreto di quel fascino. E assistetti alla mirabile dimostrazione “parmenidea” dell’impossibilità di far domande, con cui quel giorno si apriva il suo corso. E fremetti anche io dall’ammirazione, caro professore. Con quella voce così musicale, e insieme ieratica, quella sì, come se non si svolgesse affatto nel tempo: «Chi domanda è evidentemente nella non-verità. Ma dall’essere nella non-verità non c’è via all’essere nella verità. [Pausa]. Non c’è via. Per la contraddizione, che non la consente». Come invidiai questo modo così suadente di trasformare in un silenziatore il paradosso platonico della conoscenza, quello che introdusse nella nostra mente e nella nostra storia l’idea della ricerca, l’idea più sconvolgente e più controvertibile! Anzi controversa, al punto che bisognò morire, con Socrate, e mica una volta sola, perché l’idea vivesse, e la ricerca pure, e da questo sfacciato parricidio, da questa insolente perplessità che obietta alla ben rotonda verità dell’Essere, nascessero, come in una cosmogonia esiodea, la Disputa e l’Argomentazione, il Dubbio e la Scoperta, il disprezzo del sentito dire e la gioia del vedere, e la veglia e la critica, e il demone giocoso eppure serissimo della ragione.

Che non è affatto una dea barricadiera e neppure una prosopopea della storia, ma solo l’irriguardosa, umile, ridente e dolente giovinezza dell’età adulta, quando ancora ha freschezza e speranza per dire, ad esempio: “No, a nessun prezzo mi si imporrà questo, piuttosto morire”; oppure “E perché no? Perché mai le cose non dovrebbero avvenire così, anche se non le vedo ancora? Perché mai, contro la tesi di un famoso professore italiano del Novecento, il possibile non dovrebbe essere tale, cioè forse vero, anche se non lo vedo?”. La filosofia, mi dicevo, non è che questo doppio ricciolo interrogativo, l’essere disposti a chiedere e dare ragione di ciò che si dice e di ciò che si fa, o di ciò che ci viene detto o imposto: e la Ragione non è affatto soltanto nostra natura, anzi! È una disponibilità, non una disposizione: si risveglia soltanto con la libertà. E ancor meno somiglia, la Ragione, a quella sorta di indomabile potenza della storia che lei, professore, e il suo predecessore tedesco chiamavate “la Tecnica”. Per carità, quel suo predecessore sì che era pericoloso: il suo, di Essere, odorava lontano un miglio di Blut und Boden.

Della tecnica invece continuavamo a servirci ogni volta che dovevamo compilare i registri elettronici, e meno male, con tutti gli allievi che aveva. Per non parlare poi del sollievo di evitare i denti strappati dalle gengive deste e sanguinanti… (mi perdoni, la natura femminea si distrae sovente in pensieri banali). Che poi, se anche sostituissimo a questo nome, “la Tecnica” (preferito nei suoi elzeviri), uno degli altri e numerosi nomi divini di quella potenza assoluta che ci destina a questo e quell’altro (il Destino dell’Occidente, il Capitalismo, il Potere, il Denaro), cambierebbe poco. Sospetto che quello che le Sue parole inducevano nell’anima dei suoi ascoltatori e lettori fosse una specie di rilassamento – in tedesco mistico si dice Gelassenheit – o meglio un gesto di virtuale auto-destituzione del soggetto morale in noi, un abbandono della responsabilità. Un gesto ben nascosto dietro l’ombra della macchinazione universale che di tutto ha colpa, e libera da ogni responsabilità nell’uso delle parole noi intellettuali, giornalisti, politici, professori, studenti, pensionati… Tutti noi operai del linguaggio.

Insomma, a pensarci bene, anche questa destituzione in noi dell’agente razionale e morale, sensibile e responsabile, era un atto di libertà – peccato, però, che fosse nella direzione della più perfetta sottomissione. Sarà per questo che i suoi ragazzi amavano tanto anche Spinoza? Libertà come inchino alla necessità? Curioso equivoco, a leggere l’autore del Trattato teologico-politico e il teorico della democrazia! Ma non divaghiamo.

Perché la ragione, appunto, o meglio il suo esercizio, è una libera disposizione, cui si può spavaldamente rifiutarsi o che pavidamente si può lasciar sopire: e fatica comunque a liberarsi come il ragazzo fatica a diventare adulto. Così che molti, nei tempi antichi e in quelli moderni, negli imperi dispotici e nelle comunità tribali, consigli di facoltà compresi, nelle città ierocratiche e in quelle demagogiche, responsabili di sé e di fronte al vero non lo diventano mai, e vivono di fake news e di costumi consortili. Per questo, caro professore, è un vero peccato zittire Socrate in culla, e farlo rimangiare da Parmenide, come da un Crono divoratore dei propri figli: perché proprio da quella fessura nella ben rotonda compattezza dell’Essere, dalla possibilità del non essere, è nata la fragile bellezza della nostra mente, la sua umiltà di fronte all’inesauribile vero e la sua fierezza di consentire – o no – alla legge. Per quella fessura è passato il doppio palpito della civiltà, il cuore pratico e quello teorico del nostro domandare ragione, cioè, infine, l’etica e la logica, la democrazia e la scienza. Che passando da quella fessura si sono lentamente fatte largo, in mezzo alle tragedie dei millenni.

Perdoni, professore, sento che la sua eterna essenza oppone un cortese ma fermo diniego all’opinione che Socrate per la dolente e felice fessura del parricidio, perché di lì passasse il possibile senso e valore della vita umana, morì proprio. Come morirono molti e molti altri suoi discendenti. Quella volta, finita la lezione, lei, con la sua grande e signorile cortesia, e dopo un baciamano galante che mi spense subito in gola ogni obiezione e mi accese un sorriso di gratitudine, mi accompagnò nel corridoio, fra due ali di giovinetti plaudenti, e c’era anche qualche dame à chapeau che mi lanciò un’occhiata di invidia. Che vuole, il suo fascino ammutolì anche me, e così mi rimangiai questa lunga obiezione che per tutta la lezione avevo rimuginato. E so che non è affatto troppo tardi per rivolgerla ora alla sua essenza eterna, dal di qua al di là del cerchio delle apparenze. Poco importa, su questo sono d’accordo con lei. Continuerà, col suo sorriso (tout just un peu compatissant, comme c’est le cas avec une dame) a lasciarmi disputare con lei, con parole sempre più affannate – come ho fatto tutta la vita.

Emanuele Severino su alcuni momenti del processo del Sant’Uffizio al suo pensiero filosofico, in Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, p. 96

Prima dell’inizio del processo, i periti – “giudici”, nel linguaggio canonico – avevano avuto a disposizione alcuni mesi per stendere il loro “Voto”, che poi era un vero e proprio saggio sul mio discorso filosofico. Il “voto” di Fabro era il più ampio, ed egli ne trasse in seguito un libro, intitolato ‘L’alienazione dell’Occidente. Osservazioni sul pensiero di Emanuele Severino’, Quadrivium, 1981. È stato certo una delle figure più importanti del tomismo del Novecento – e mi si dice che tuttora sia la voce più seguita nelle Università pontificie. È stato molto amico di Ugo Spirito, che io conoscevo sin dal dicembre del 1950, quando ero andato a Roma per il concorso per la libera docenza. Spirito non era in commissione – che si riuniva nell’Istituto di Filosofia di cui egli, se ben ricordo, era direttore – ma era molto favorevole alla mia candidatura.

Da allora incominciò la mia amicizia con Spirito, che fece da collegamento nei miei rapporti con Fabro, molto cordiali nella sostanza, e che potevano anche dirsi di amicizia, sebbene altalenanti. Ma anche Bontadini aveva grande stima di Spirito, eppure lì la stima comune non fece da collegamenti tra Fabro e Bontadini.

(Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, p. 96).

Emanuele Severino ancora su “Musica e peccati di gioventù”, in Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, pp. 21-22

Tra le vacanze dopo l’esame di maturità e i primi mesi da studente del Collegio Borromeo, iscritto al corso di laurea in Filosofia, buttai giù un volumetto, pubblicato poi nel 1948 e intitolato ‘La coscienza. Pensieri per un’antifilosofia”. L’antifilosofia era la musica. Quelle pagine su muovevano nell’orbita di Arthur Schopenhauer e di Eduard Hanslick – ma era il tipico peccato di gioventù. Sarebbe riuscito meglio se non avessi dato ascolto a un noto filosofo di quel tempo, per il quale la mia scrittura era troppo secca: mi aveva consigliato di raddolcirla – insomma di imbellettarla. In seguito ritirai dalla circolazione tutte le copie possibili – ms incontro sempre qualcuno che mi indispettisce dicendomi di averlo letto e. Dopotutto, apprezzato. Ma anch’io ho agito ambiguamente, perché in “Heidegger e la metafisica, pubblicato da Adelphi nel 1994, insieme ad altri miei saggi giovanili ho incluso lo scritto ‘Lineamenti di una fenomenologia dell”atto’ (1950), che si ricollega esplicitamente a ‘La coscienza’.(Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, pp. 21-22).

EMANUELE SEVERINO PRESENTA: IL MIO RICORDO DEGLI ETERNI. AUTOBIOGRAFIA, A CHETEMPOCHEFA, 22 MAGGIO 2011, AUDIO, 18 minuti

Vai all’Audio, 18 minuti:

 ESeverinoRicordoEterni22mag11

… ogni istante è impossibile che divenga nulla e vada nel nulla ……

…. soltanto se qualcosa è eterno può essere ricordato ……

…. ogni istante è … …

…. la parola “eterno” sta a significare “essere senza diventare nulla” …

… ognuno di noi è un firmamento stellato ….

…. la parola firmamento rimanda alla “fermezza” del firmamento stellato …

da: Emanuele Severino presenta: IL MIO RICORDO DEGLI ETERNI. Autobiografia, a CheTempoCheFa, 22 maggio 2011 | Politica dei servizi sociali: ricerche in rete.

Un anno senza Emanuele Severino. Non lo vediamo più, ma c’è ancora, di Davide D’Alessandro in L’HuffPost, 14 gen 2021

Un anno senza Emanuele Severino. Non lo vediamo più, ma c’è ancora. È stato tra i più significativi filosofi del Novecento, il più importante tra gli italiani

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Un anno senza Emanuele Severino. Non lo vediamo più, ma c’è ancora

L’HuffPost

Il grande sogno, Vasco Ursini cita Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni. Rizzoli, 2011,p. 47

Ascoltiamo Emanuele Severino in questo suo sguardo sull’uomo. Potremo, tra l’altro, constatare come il suo linguaggio si fa, a tratti, profondamente poetico:

“Al centro di ciò che non può essere in alcun modo negato sta l’impossibilità che un qualsiasi essente (cose, eventi, stati della coscienza o della natura o di altro ancora) sia stato nulla e torni ad esserlo. Questa impossibilità è la necessità che ogni essente – dal più umbratile e irrilevante al più grande e profondo – sia ‘eterno’. Al centro di questo centro sta l’apparire del senso autentico della impossibilità e della necessità.Nella sua essenza, ogni uomo è l’eterno apparire del destino; e nel cerchio del destino, in cui l’essenza dell’uomo consiste, va via via apparendo ciò che sopra abbiamo chiamato la manifestazione del mondo, cioè il grande sogno che include anche questo esser uomo che sono io e che sta scrivendo intorno ai propri ricordi.Il grande sogno è ciò che nei miei scritti viene chiamato “la terra isolata dal destino. Anche il grande sogno – il grande errare – è un essente eterno, ed è eterno anche ogni suo contenuto, quindi anche quella povera cosa che sono io che sto scrivendo dei miei ricordi, con la vanità, l’insincerità, la puerilità – eterne anch’esse – che accompagnano questo proposito. Una povera cosa, tuttavia, che, come la più povera delle cose, se non ci fosse non ci sarebbe alcunché; se fosse nulla, tutto sarebbe nulla. Giacché, se tutto è eterno, tutto è legato a tutto, sì che, se un filo d”erba non fosse, nulla sarebbe”.

(Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni. Rizzoli, 2011,p. 47).

Per il filosofo Severino, Dio è un mirabile errore, il Giornale, 12/01/2003 Cinquantamila.it

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Per il filosofo Severino, Dio è un mirabile errore, il Giornale, 12/01/2003 Quando neanche a metà dell’intervista, accenna per la settima volta alla moglie, «mia moglie qua, mia moglie là», dico a Emanuele Severino: «Ma il suo è un ossessivo amore coniugale, professore!» L’illustre filosofo neoparmenideo innesta un orgoglioso sorriso da ben maritato e ribatte: «Mi sono sposato a 22 anni – Cinquantamila.it

La follia dell’esistere. Intervista a Emanuele Severino a cura di Vera Slepoj, Riza psicosomatica n. 74, aprile 1987

La follia dell’esistere
Intervista a Emanuele Severino a cura di Vera Slepoj, Riza psicosomatica n. 74, aprile 1987
Com’è diventato filosofo?
Ho sentito parlare per la prima volta di filosofia da mio fratello che era normalista all’università di Pisa, io e mio fratello avevamo otto anni di differenza, lui era del ’21; io del 29; morì nel ’41 durante la guerra, che aveva appena vent’anni. Mio fratello studiava lettere, ma ogni studente che andasse a Pisa era influenzato dal pensiero di Giovanni Gentile. Quindi, per me, il primo filosofo, il primo contatto fu con Gentile. Mio fratello era in contatto con i filosofi di quel tempo, Ruiz, Calogero e altri che conobbi quando avevo 12 anni. A quel tempo studiavo dai Gesuiti qui a Brescia e per l’ambiente di Pisa era come una boccata d’aria. Diciamo che mio fratello fu il tramite e fece sì che leggessi La logica di Gentile e le Opere, ma nel contempo coltivavo un altro interesse che era quello della musica, non come musicista ma come compositore; infatti ho studiato con Luigi Manenti, che scrisse un bel libretto di cui la prefazione fu scritta da un poeta, Francesco Mascialino, che era il padre di quella che poi è diventata mia moglie.
Come conciliava questi due interessi?
Tra le terza liceo classico e il primo anno di università scrissi il mio primo libretto: La coscienza: pensieri per una antifilosofia, naturalmente c’era Schopenhauer, Nietzsche e altri, ma soprattutto Eduard Hanslick, il teorico della musica. Avevo anche coniato un termine, quand’ero ragazzo. In opposizione al termine «eitetica» di Husserl, cioè la riflessione sui significati, il termine «aneitetica», cioè il distogliersi della musica dai significati del mondo. La musica non è un descrivere il mondo ma un ritrarsi dai significati del mondo. Anche qui, Husserl parlava di intenzionalità, cioè rivolgersi verso i significati del mondo, io avevo coniato il termine «ecstensionalità», cioè il dissolvimento dei significati. Allora ci credevo, adesso no. Poi, ho ripreso questo tema, proprio in un libro che ho scritto l’anno scorso per l’Adelphi. Tornando alla musica, essa rappresenta tutto ciò che la cultura occidentale è, cioè il divenire del mondo. Lo rappresenta in forma diversa, con il movimento, che le cose siano movimento, tempo…Questo pensavo a diciotto anni.
Che cosa successe poi?
A quei tempi l’influenza di Schopenhauer e Nietzsche era molto forte. Nel dopoguerra mi iscrissi all’università di Pavia, dove c’era Mariano Maresca, figura molto interessante di quel tempo. Fui studente universitario al famoso collegio Borromeo di cui il rettore era Cesare Angelini, molto amico di Giovanni Papini. Ricordo che un giorno, mentre stavamo mangiando, arrivò proprio con lui. C’erano docenti come Michele Federico Sciacca, poi a Maresca e Sciacca, subentrarono Gustavo Bontadini ed Enzo Paci. Mi laureai con Bontadini, e questo voleva già dire avere un interesse verso i Greci. Pubblicai la tesi che era: Heidegger e la metafisica. Nella tesi cercai di dimostrare un’omogeneità tra Gentile e Heidegger, oggi questo scandalizzerebbe; anche se Gentile era più provinciale di Heidegger, come sostanza può occupare lo stesso posto.
Quando decise di diventare filosofo?
Le decisioni vengono dopo le azioni. A quei tempi avevo già scritto un libretto Note sul problematicismo italiano, dove criticavo Abbagnano, Sciacca ecc. Ero critico verso il grossissimo baronato accademico, dove c’erano persone come Calogero, Spirito, Banfi. Era incoscienza pura, e credo di averne avuto anche dei danni. Stupisce sempre quando si vede un ragazzo di vent’anni criticare i «grandi» ma io ero convinto che uno potesse dire quello che pensava. E’ ovvio che non si può fare così. L’anno dopo la mia fidanzata, ora mia moglie, lesse casualmente che si poteva chiedere la libera docenza senza che fossero passati i cinque anni dalla laurea. Partecipai al concorso e ottenni la libera docenza, che è come ora essere professore associato. Comunque è stato tutto un caso!
Cosa vuol dire essere filosofo oggi?
Volendo stare a un livello alto, direi, che oggi non solo la filosofia, ma l’intera cultura, trae le conseguenze da un modello, che è quello greco: la scienza, la religione, il senso comune, tutte le forme della civiltà occidentale, sono tutti sostenitori della grecità, ma sono lontani dall’autentico riconoscimento del carattere determinante della grecità per l’Occidente. Ora, in questa situazione, tutte le grandi forme di pensiero filosofico sono sviluppi di questo modello. E oggi, fare filosofia in senso radicale vuol dire mettere in discussione quel modello, ma siccome quel modello rimane alla base di tutta la cultura occidentale, vuol dire metterne in discussione l’intero sviluppo. E poi qual è questo modello? E’ il termine che ha usato lei prima dell’intervista, il «Tempo», cioè la persuasione che la realtà sia storica, diveniente, processuale, temporale, che le cose nascano e muoiano, che sono, ma potrebbero non essere, che sono caduche, finite, contingenti, producibili, che sono distruttibili, creabili, annientabili. Ecco, questo concetto che è stato inventato dai Greci, anche se pochi lo sanno, è diventato una convinzione indiscutibile di tutta la nostra cultura. Chi mette in discussione questo? Nessuno. E’ all’interno di questa fede, che lo spirito critico del nostro tempo discute tutto. Bene, fare filosofia in senso radicale è mettere in discussione ciò che viene creduto di estrema evidenza, e cioè il carattere storico, temporale, finito, diveniente, della realtà. Fare filosofia in senso radicale è rendersi conto che ciò che per l’occidente, e ormai per l’intero pianeta, è evidenza suprema, è invece follia estrema, cioè alienazione estrema.
Ma qual è la funzione sociale dell’ «esser filosofo»?
Se per filosofia si intende il suo carattere storico, cioè come forma della cultura occidentale, allora, oggi la filosofia ha il compito di far uscire la civiltà della tecnica dalla fase in cui si trova, dove la scienza ancora ignora i suoi legami con la tradizione filosofica. Perché soprattutto il linguaggio scientifico ignora il proprio inconscio ontologico, cioè ciò che è presente nel linguaggio ma non è espresso semanticamente nel linguaggio stesso. Da questo punto di vista la filosofia può assumersi tale ruolo riportando la civiltà della tecnica ai Greci. Non può fare il passo successivo, cioè vedere la filosofia come cultura dominante, cioè vedere la follia presente nella fede greca del divenire. Questo la filosofia, come esistenza storica, non lo può fare, perché dovrebbe vedere la propria follia. Perché questa stessa follia, che mi riporta ai Greci, dipende dai Greci.
Che cos’è allora la follia?
La follia, nella sua forma più radicale, è credere che le cose siano «niente». D’altra parte, si trovano in molte forme di malattia mentale persone che dicono: «sono niente», «sono un niente», «tutto è niente». Alla base di questa fede nel divenire c’è il fatto che la realtà è storica. L’inconscio dell’Occidente è la persuasione che le cose siano niente e questa persuasione è legata di necessità alle fede greca nel carattere storico, diveniente della realtà. Quindi, chi dice – a livello della sua coscienza – che le cose divengono, nel suo inconscio pensa che le cose, non le cose in generale, ma le cose concrete come il divano, le sedie, la terra, siano niente. Nel proprio inconscio l’occidente, ed è la follia, pensa che le cose siano niente, e le vive come niente, e proprio perché le vive come niente può proporsi di crearle e di distruggerle. Tutti i progetti di dominio presuppongono questo. Perché lei pensa di poter dominare una situazione? Perché crede nella fluidità, nel carattere fluido e diveniente della realtà. L’agire sottintende la follia, la convinzione del carattere diveniente del mondo.
Professor Severino che cosa pensa dell’inconscio?
L’inconscio in senso freudiano è un’ipotesi di tipo induttivo, in sostanza data una certa analisi del modo in cui si comportano le rappresentazioni della mente, Freud dice che bisogna supporre una loro permanenza, anche quando non sono esplicitamente consapute, che è un’induzione di carattere ipotetico. Qui si allude a qualcosa di diverso, a un nesso necessario tra la fede nel divenire e la persuasione che le cose siano niente. Però, chi ha fede nel divenire non si rende conto di ciò che la sua fede implica, e questo è l’inconscio: il non rendersi conto di ciò che la fede nell’occidente implica di necessità. Questa parola, «necessità», sta per «destino della necessità». La cosa decisiva non è una tesi, è la fondazione di una tesi. Una tesi separata dalla giustificazione può somigliare a un’altra tesi. Però in quanto legata a un certo tipo di fondazione, che non è quella di tipo scientifico-psicologico, allora si trasfigura… Il tipo di fondazione freudiana usa quella logica analitica che è riconducibile alla logica greca. L’assonanza ci può essere nel senso dell’assonanza tra i due inconsci, ma non più che un’assonanza. La logica della scienza non è la logica del destino.
Perché usa la parola destino?
Uno psicologo sa che cosa vuol dire epistemologia, ma epistemologia è una parola moderna che ha perduto il significato fondamentale della parola episteme. Noi traduciamo epistemologia come: riflessione sulla scienza, analisi della scienza o riflessione metodica sulla scienza. Però episteme in greco significa qualcosa di diverso, cioè «lo stare che sta sopra», la capacità di stare su ogni possibile avversario, su ogni possibile negazione e quindi, su ogni possibile novità che sia introdotta dal corso del mondo. Quando noi traduciamo con episteme «verità definitiva» è un cattivo modo di esprimere il vero significato di episteme. Quindi la filosofia – cioè la filosofia dei Greci – nasce come «episteme» ma nasce insieme con l’invenzione del «divenire» e la fede nel «divenire» rende impossibile lo «stare» che l’episteme intende essere. La fede nel divenire impedisce ciò che chiamiamo verità definitiva, verità assoluta e immutabile. Prima dei Greci non si riflette, appunto, su questa opposizione infinita di «essere e niente» che è quella che consente di definire il «divenire» come «uscire dal niente e ritornare nel niente», in cui tutti credono, anche lei…Si tratta di comprendere che quando tramonta quella fede, allora ridiventa possibile l’apparire autentico dello «stare». Ridiventa possibile quello che non è stato possibile lungo la storia della verità occidentale. Questo «stare», quindi, liberato da quella fede che rende impossibile lo stare, è appunto indicato dalla parola «destino». E’ bellissima questa parola che a noi deriva dalla lingua latina, e che ad esempio, la lingua tedesca non possiede. E’ una parola costruita in modo simile a «episteme». «Stino» viene dal latino destinare che è costruito sulla radice «Sta» e quel «de» di destino sono propenso a intenderlo non come indicante un «provenire da», ma come un’intensificazione che c’è in certi verbi come deamare che vuol dire «amare molto», amare intensamente. Destino in senso di «stare molto», in modo pieno. Tutto ciò per ritornare all’uso della parola destino, per dire che il modo in cui si afferma l’inconscio è all’interno di una logica che è la logica del destino, che non è la logica dell’induzione, non è la logica scientifica, non è la logica della scienza moderna e non è nemmeno la logica della filosofia greca e della storia del pensiero filosofico. L’inconscio ha un’assonanza, ma non più che un’assonanza e la logica che lo sorregge e gli alita dentro è radicalmente diversa.
Quindi la morte che cos’è?
Per l’Occidente è l’annientamento delle cose e dell’uomo, ma nell’apparire del Destino, la morte è il contenuto di uno dei modi in cui si presenta la follia dell’Occidente, la persuasione di morire è stata inventata dai Greci. Prima dei Greci si muore in modo diverso, perché non si pensa al «niente». Con i Greci si incomincia a morire in modo radicale nel senso che si incomincia a pensare che il morire sia andare nel «niente». Questa è la follia. La morte è uno dei contenuti emergenti della follia. Questo non vuol dire che non si presentino nell’apparire delle cose tutti quei fenomeni che noi diciamo, malattia, decrepitezza arresto, ma anche tutte queste forme sono esse stesse come l’ «istante», nulla si annienta, neppure le forme orribili dell’esistenza. Siccome morte vuol dire «annientamento delle situazioni» l’ultimo annientamento è quello della vita nella sua interezza. Quando io divento infelice, muore la felicità, vuol dire che si annienta la felicità. Ecco, quando lei mi domanda che cos’è la morte – rispondo – la morte non è un’oggettività, è l’immagine che si presenta nel sogno della follia, cioè la persuasione di annientarsi, e anche la nascita, che è uscire dal «niente»…
Ma lei ha paura di morire?
Come individuo, con la mia storia occidentale nel sangue, come «non verità», anch’io sono impastato della stesa materia di tutti gli altri, quindi, anch’io posso temere la morte. Ma l’individuo non è quello che conosce la verità. Bisogna rovesciare questo concetto che io sono, qui, un fascio di luce che coglie la verità…Sono incluso nell’apparire del destino. L’individuo è «non verità», non può essere santificato, non c’è possibilità di una salvezza dell’individuo in quanto individuo.
Lei ama molto la mente umana?
Io amo molto l’errore! Come la morte, l’individuo non è una realtà oggettiva, è il contenuto di una persuasione, non esiste l’individuo. Però esiste la persuasione che dice: io sono un individuo, cioè esiste l’errore. Più ancora, esattamente, non esiste il contenuto dell’errore, ma l’errore.
E’ possibile che il filosofo sia stato in qualche modo, storicamente, il primo psicoterapeuta, magari inconscio?
Se psicoterapeuta vuol dire curatore dell’angoscia dell’anima, allora sì, la filosofia nasce per curare l’angoscia del divenire. L’episteme di cui parlavo prima è appunto la terapia, perché ciò che terrorizza è l’imprevedibilità presente nel divenire. Allora, la cura dell’angoscia è la «previsione», quindi, la prima grande forma di previsione è la filosofia in quanto «episteme» perché l’episteme definisce il senso definitivo del mondo al quale tutte le cose devono adeguarsi, quindi, è la previsione per eccellenza. Poi questa previsione epistemica sarà sostituita dalla previsione scientifica, ma il compito è sempre quello di anticipare il senso del mondo, in modo da rendere sopportabile l’angoscia e l’angoscia è per il Divenire. Anche qui, l’uomo si angoscia a partire dai Greci in modo diverso da come si angosciava prima dei Greci. Non esiste una categoria metastorica dell’angoscia come intendeva, forse, Freud, e forse anche Jung. L’angoscia occidentale invade oggi la terra perché è l’angoscia per il niente, di fronte al niente. Non occorre aspettare Kierkegaard o Heidegger per parlare dell’angoscia…Eschilo, la tesi che io ho sostenuto, è non solo uno dei primi grandi filosofi, ma è quello che dice che «la verità salva del dolore e dall’angoscia», quindi, non solo è il primo psicoterapeuta, ma sa di esserlo.
Perché l’individuo si ammala? E come guarisce?
Guarire vuol dire uscire dall’errore. La radice di ogni possibile guarigione è uscire dall’errore dell’Occidente che è sempre lo stesso errore. La storia dell’Occidente è unificata da un unico errore. L’autentica storia della follia è la permanenza della storia originale della follia. Poi, ci sono le varie rifrazioni, specificazioni, è tutto un lavoro subordinato, derivato rispetto all’origine.
Che cos’è quindi l’Essere?
L’Essere è l’oggetto di tutta la storia della filosofia. I Greci pensano l’Essere come attraversato dal «niente» e anche qui si tratta di liberarsi da questo attraversamento. Potremmo parlarne per un decennio… Però sempre l’Essere è pensato come Tempo. Il titolo che Heidegger ha dato alla sua opera, Essere e Tempo, è un titolo il cui contenuto è presente sin dall’inizio nella nostra cultura. L’Essere e Tempo è attraversato dal «niente». Il Divenire, questo è il senso folle dell’Essere.
E il significato della Psiche?
Nella storia della filosofia ad esempio, Aristotele dice che l’anima, la psiche è in un certo modo tutte le cose perché le manifesta. Nella storia della filosofia l’anima è sempre stata intesa, da un lato, come la manifestazione del divenire, e dall’altro, come centro dell’azione, il principio dell’azione. Si decide di agire solo in quanto di possiede la fede nel divenire. L’anima è una delle forme tipiche di questa fede, perché ogni forma di dominio del mondo ha nella psiche, cioè nel centro cosciente dell’individuo, il proprio principio. Quindi, è chiaro che nei miei scritti io non sia affatto d’accordo su questo modo costante d’intendere l’anima come principio attivo di riflessione nel mondo diveniente e come principio attivo d’azione. Così come la morte, l’anima è una delle espressioni tipiche della follia.
Professor Severino il simbolo che cos’è?
Il simbolo per eccellenza è il linguaggio. Il linguaggio ha dominato tutta la storia del mortale perché il quadro è più ampio di quello che le ho detto. Cioè, la fede greca nel divenire è l’espressione di una alienazione più originaria di cui l’isolamento della terra dal destino è la volontà che isola la terra dal destino, guardando se stessa dice: «io sono un mortale». Ecco, la persuasione di essere mortale sta alla radice del nichilismo, che, appunto, si esprime in quello che dicevamo (fede greca nel divenire). Il quadro totale dal quale non c’eravamo fin qui sollevati è la contesa tra l’apparire del «destino della verità» e «l’isolamento della terra dal destino della verità». Il linguaggio, cioè il simbolo che ha preso il sopravvento, è stato quello che ha nominato la terra «isolata», quindi, ogni parola è stata riservata alla «terra» isolata dal «destino». Per me, il termine «terra» non una metafora, ma è qualcosa di molto preciso. E’ tutto ciò che nell’apparire, sopraggiunge e si congeda dall’apparire, quindi, è un termine tecnico che corrisponde in parte all’uso comune della parola terra, ma è contrapposto a ciò che chiamo «lo sfondo», cioè ciò che da sempre, per sempre, appare. Il simbolo dominante nomina la «terra isolata». Nella storia del mortale il linguaggio ha nominato la «terra isolata». Anche qui, il linguaggio diverso, alternativo, è cominciare a nominare la verità, il non isolamento della terra. Un risposta concreta dovrebbe procedere da questo tema dove qui la parola singola è intesa nella forma più elementare di significato di linguaggio. Il simbolo è il linguaggio che nomina il quadro, cioè la totalità dell’essente visibile, la totalità di ciò che appare, che è ben più di quello che crediamo che appaia, che è ben più di quello che la fenomenologia o la scienza crede di rinvenire. Anche tutte le forme di psichiatria fenomenologica ispezionano solo una dimensione estremamente ridotta di ciò che appare. Non si tratta di andare al di là del visibile per trovare l’invisibile, ma si tratta di rendersi conto che nel visibile c’è molto di più di ciò che crediamo ci sia.
La Metafisica è ancora attuale?
Se per Metafisica si intende la tradizione filosofica e cioè il pensiero che a partire dal mondo diveniente sale al mondo immutabile, allora la Metafisica in questo senso è destinata a tramontare, anzi, è tramontata soprattutto nelle forme del sapere scientifico, della «società della tecnica». Se per Metafisica invece si intende, e questi significati sono entrambi presenti nel pensiero filosofico, il pensiero che si volge alla totalità dell’essere e quindi, si volge a ciò che ha fuori di sé, cioè al nulla, per questo l’essere non può essere oltrepassabile. Ci può essere un’eclisse della Metafisica, ma è impossibile prescindere dalla considerazione del tutto. Allora in questo senso non ci può essere un tramonto della Metafisica. Certo che se il tutto è la totalità che unifica il divenire, allora è inevitabile che ci siano quelle forme di critica al pensiero totalizzante che oggi vanno per la maggiore. Se il tutto è il tutto greco, se la totalità dell’Essere è la totalità greca dell’Essere, allora è inevitabile la critica a ogni forma di olismo, di pensiero totalizzante, ogni forma che pretenda di unificare il molteplice diveniente. Quindi, affinché si possa parlare di Metafisica, in questo secondo senso, come comprensione della totalità dell’essere, bisogna ancora una volta oltrepassare la fede nel divenire. Allora sì, è possibile parlare in modo non fallimentare dell’unità del Tutto, del Tutto che non lascia fuori di sé nulla, e quindi, dell’ essere. Dove essere è la totalità del positivo visto nella sua impossibilità di non essere. La totalità delle determinazioni positive viste nella loro eternità, dove ciò che è eterno è ciò il cui non essere è impossibile.