Severino una volta disse che era in attesa di un tipo di arte dove si potesse scorgere la differenza tra l’arte che sa della propria follia e quella che non lo sa … post di Riccardo Messina

Severino una volta disse che era in attesa di un tipo di arte dove si potesse scorgere la differenza tra l’arte che sa della propria follia e quella che non lo sa.
Non so se prima di morire fosse riuscito a vederla… io da artista, nel mio piccolo e con molta umiltà, penso che l’Arte ha sempre saputo della sua propria follia, e che è proprio questa sua consapevolezza a renderla ció che essa è, un’elogio alla mortalità che porta con se anche delle tracce dell’eternità dell’ente e della verità del Destino.
Quello sforzo enorme ed assurdo del mortale, che cerca con il suo ingegno e con la tecnica, di cogliere l’eternità di un “frame” dell’apparire, in tutta la sua bellezza o mostrosuità o astrattezza.
In questo sforzo Infinito dell’artista, peró, che non arriva mai a compiersi del tutto, c’è sempre un margine di miglioramento, un tendere infinitamente all’auto-miglioramento. Spero che vi piaccia questo acquerello realizzato in onore di un grande maestro, una guida, un faro di Luce in questa terra isolata (mi dispiace che Facebook ne ha ridotto la qualità e la risoluzione).
Un piccolo tributo personale per un grande uomo

 

da Facebook

Giuliano Guatta: Mi permetto di condividere su questo gruppo un ritratto da me realizzato del filosofo Emanuele Severino

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Giuliano Guatta ha condiviso il suo primo post.

Mi permetto di condividere su questo gruppo un ritratto da me realizzato del filosofo Emanuele Severino

 

Vasco Ursini Bravissimo! Mostri di essere un grande artista che è anche capace di penetrare nel profondo della psiche della persona che hai rappresentato in questo splendido ritratto.

da(9) Amici di Emanuele Severino

 

Un autoritratto, Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, pp. 138-139

 

Pur essendo orgoglioso non mi piaccio. Sono antipatico a me stesso. Da molto tempo. Molti diranno che ho ragione ad esserlo. Difficile, comunque, che siano scontenti di sé come io lo sono di me. Sono orgoglioso – l’ho già detto – perché i miei scritti si rivolgono al Centro del Tutto, che è capace di mostrare quale forza abbia condotto Nietzsche ad affermare che non esiste alcun Centro e che ormai tutte le cose “rotolano via dal Centro”. Infatti un Centro che si lasci scappar via le cose è soltanto una prepotenza incapace di imporsi.
Ma il Centro non ha bisogno della mia fede che esso sia il Centro, ossia non ha bisogno che il mio esser “uomo” creda che il contenuto dei miei scritti sia il Centro di tutto e del Tutto. Quel che “io” credo essere il Centro non è il Centro: proprio perché sono “io” a crederlo. È nel mio esser Io del destino che il Centro appare come ciò che in verità esso è.
(Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, pp. 138-139).

L’uomo e il destino, Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, p. 100

 

L’ “uomo” si illude di capire e perfino di approvare la verità, e addirittura di capire e farsi sostenitore del destino della verità. In questa illusione mi trovavo e tuttora mi trovo (e vi si trova qualsiasi altrui esser “uomo” che creda di capire e di approvare il Contenuto del destino). Non è l’ “uomo” a capire il destino, ma è il destino stesso a capirsi e ad apparire nel proprio sguardo – e questo apparire siamo Noi nel nostro essere originariamente oltre l’ “uomo”.
Tutto ciò che il mio esser “uomo” vuole e compie in relazione al destino – soprattutto quando crede di “difenderlo” – è un equivoco, un’illusione. Il mio esser “uomo” è d’altronde un illudersi e un equivocare “in buona fede”. Anche questa autobiografia lo è: in quanto anch’essa appartiene al linguaggio che intende indicare il senso autentico del destino e salvaguardarlo e dissipare gli equivoci intorno ad esso. Il destino non ha bisogno di essere salvaguardato. È presente in ognuno – anche in Gesù e in Budda, anche nelle Chiese, anche nei credenti e negli atei, e nei bambini e negli idioti. Anche e soprattutto nei morti.
Ma da tutto questo non segue che nei miei rapporti con la Chiesa avrei potuto agire diversamente o che avrei potuto fare a meno di scrivere questa autobiografia.È impossibile agire diversamente da come si agisce.
(Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, p. 100)

Cosa significa “stare” ‘oltre’ il nichilismo”, Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, p. 16

 

Stare ‘oltre’ il nichilismo significa sapere che “perpetuo” – e ‘ non’ “acquistabile” da una qualche operazione (come l’opera d’arte, o la grazia divina) – non è solo ciò che costituisce l’essenza delle cose, ma ‘tutto’ ciò che loro appartiene; e che dunque un evento consistente in “coloro ch non sono più” è soltanto il contenuto di un sogno; di un incubo. Non c’è nessuno che non sia più. Tutto è eterno.
È vero che ricordare è sognare; ma anche i sogni e ciò che essi mostrano sono eterni. Anche l’errare, la contraddizione, la stessa follia del nichilismo sono eterni. Eterno è ‘tutto’ il contenuto dei nostri ricordi, anche se, come dicevo prima, grigio, dis-tratto, sfigurato.
L”essenza del nichilismo è pensare che le cose vengono dal nulla e vi ritornano. Questo pensiero implica che si creda che gli esseri (ossia ciò che non è nulla) siano nulla. E questa è l’impossibilità estrema.
Appunto per questo i nostri morti ci attendono, come le stelle del cielo attendono che passino la notte e la nostra incapacità di vederle se non al buio.
(Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, p. 16)