Giuseppe BARZAGHI O.P., Articolazione teoretica della teologia trinitaria in chiave tomistica, in Le parole dell’Essere. Per Emanuele Severino, a cura di Arnaldo Petterlini, Giorgio Brianese, Giulio Goggi, Bruno Mondadori editore, 2005, pagine 57-74

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https://emanueleseverino.com/2021/01/19/le-parole-dellessere-per-emanuele-severino-a-cura-di-arnaldo-petterlini-giorgio-brianese-giulio-goggi-bruno-mondadori-2005-pagine-718-indice-del-libro/

Ma chi siamo veramente noi? … , Emanuele Severino, Oltre l’uomo e oltre Dio, pp. 83-84

Emanuele Severino ci pone la seguente questione:”noi” siamo autenticamente noi stessi – ossia in noi l’esser sé appare nel suo puro esser sé, per ciò che esso è, dunque nel suo non essere avvolto dalla contraddizione – in quanto noi siamo il luogo originario della contraddizione, oppure noi siamo autenticamente, veramente noi stessi là dove, nell’apparire infinito del destino, il nostro essere contraddizione (che peraltro è esso stesso un eterno) è totalmente e concretamente oltrepassato?L’io che é il cerchio originario dell’apparire del destino (il cerchio cioè che, accogliendo la terra e il suo isolamento, accoglie anche l’ “io” che appartiene alla terra isolata e che, nella Follia di tale isolamento, è riconosciuto, esso soltanto, come il nostro vero esser un io, capace di far diventar altro le cose della terra) è compiutamente se stesso nel suo essere il luogo originario della contraddizione, oppure è compiutamente se stesso là dove l’apparire infinito del destino oltrepassa già da sempre e per sempre la totalità della contraddizione?Ecco la risposta di Emanuele Severino alle domande da lui stesso poste: il finito è autenticamente se stesso solamente in quanto esso è l’infinito, ossia in quanto esso, come apparire infinito del destino dell’essere, è compiutamente libero dalla totalità delle sue contraddizioni. […] L’apparire infinito del tutto è (…) il nostro inconscio essenziale, ciò che autenticamente siamo, ma che nella sua concretezza assoluta non può apparire in “noi” in quanto cerchio finito del destino.

(Emanuele Severino, Oltre l’uomo e oltre Dio, pp. 83-84)

Per il filosofo Severino, Dio è un mirabile errore, il Giornale, 12/01/2003 Cinquantamila.it

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Per il filosofo Severino, Dio è un mirabile errore, il Giornale, 12/01/2003 Quando neanche a metà dell’intervista, accenna per la settima volta alla moglie, «mia moglie qua, mia moglie là», dico a Emanuele Severino: «Ma il suo è un ossessivo amore coniugale, professore!» L’illustre filosofo neoparmenideo innesta un orgoglioso sorriso da ben maritato e ribatte: «Mi sono sposato a 22 anni – Cinquantamila.it

Manzoni, il sacro e l’eternità, le riflessioni di Emanuele Severino. Testo raccolto ed elaborato da Vera FISOGNI, in occasione del Premio Alessandro Manzoni, Lecco, 26 ottobre 2012

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nel seguente link c’è l’AUDIO :

Emanuele Severino, SUL SACRO, AUDIO in occasione del Premio Alessandro Manzoni, Lecco, 26 ottobre 2012

 

Emanuele Severino, SUL SACRO, AUDIO in occasione del Premio Alessandro Manzoni, Lecco, 26 ottobre 2012

Antologia del TEMPO che resta

Emanuele Severino sul SACRO: 

Qui la bella

DISPENSA della giornalista/filosofa  Vera Fisogni  

connessa all’articolo “Severino e Manzoni: dialogo a distanza alLa ricerca del  Sacro”, pubblicato sulla Provincia di Como e di Lecco del 26 ottobre 2012, pagg 42-43:

Questo ricordo è associato al  mio Diario dell’intero pomeriggio:

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LA MORTE DI DIO, Eugenio Montale, Satura I

 

Tutte le religioni del Dio unico
sono una sola: variano i cuochi e le cotture.
Così rimuginavo; e m’interruppi quando
tu scivolasti vertiginosamnete
dentro la scala a chiocciola della Périgourdine
e di laggiù ridesti a crepapelle.
Fu una buona serata con un attimo appena
di spavento. Anche il papa
in Israele disse la stessa cosa
ma se ne pentì quando fu informato
che il sommo Emarginato, se mai fu,
era perento.

(Eugenio Montale, Satura I)

Uno studente, nel corso di un dibattito, ha rivolto a Emanuele Severino la seguente domanda: “Nella sua filosofia, insomma nella verità dell’essere, non c’è nessuno spazio per dio?”. Emanuele Severino gli ha risposto …

:

Anche in “Ritornare a Parmenide” viene usata la parola dio come figura del nichilismo. Però anche questo, che è il tema dei temi, qui non l’abbiamo neanche sfiorato. La costellazione dei cerchi implica necessariamente l’ “apparire infinito”, cioè quell’apparire che non solo è eterno, ma non è nemmeno il luogo in cui qualcosa va sopraggiungendo, giacché è già tutto presente, contenuto in quel cerchio. Allora il discorso che abbiamo fatto non consiste nel dire: non c’è altro che la costellazione dei cerchi. Non consiste nel dire: c’è soltanto l’apparire finito. Non c’è soltanto l’apparire finito, secondo quanto si è voluto ricordare, che è finito in quanto accoglie il sopraggiungere della terra, ma – e questo non l’abbiamo neanche sfiorato – “l’apparire finito, la costellazione dell’apparire finito,implica necessariamente l’apparire infinito”.
Se la coscienza religiosa – e a volte accade – capisce questo, allora può instaurarsi un dialogo con la coscienza religiosa, perché l’apparire infinito non siamo noi, ma insieme (peccato che ormai è finito) siamo noi. In che senso? Noi siamo attualmente il luogo della contraddizione; la figura del contrasto tra destino e terra isolata è la “figura emergente” della contraddizione.
La figura del linguaggio che vuol designate il destino è una contraddizione. Se io chiedessi: poiché noi siamo il luogo della contraddizione, non indeterminata,, bensì quella in cui il protagonista della contraddizione sono niente di meno che il mortale (il protagonista negativo) e il destino (il protagonista positivo), allora il luogo in cui è tolta ogni contraddizione non è forse ciò che noi veramente siamo? Allora l’apparire infinito “non” è la costellazione dei cerchi finiti, “però lo” è – cioè l’infinito è il finito -, perché la contraddizione del finito è tolta nel luogo in cui il finito è ciò che esso veramente è. Quindi, in questo senso, dio è ciò che noi veramente siamo, se vogliamo chiamare dio l’apparire infinito.

(Emanuele Severino, Lezioni milanesi, Il nichilismo e la terra (2015-2016), a cura di Nicoletta Cusano, Mimesis, Milano-Udine, 2018, pp.191-193).

via (2) Amici di Emanuele Severino

L’ateo e Dio pensano qualcosa di identico, perché entrambi pensano che le cose del mondo escono dal nulla e vi ritornano …, in Emanuele Severino, “Pensieri sul cristianesimo”

« L’ateo e Dio pensano qualcosa di identico, perché entrambi pensano che le cose del mondo escono dal nulla e vi ritornano. L’ateo e Dio concordano cioè sul senso delle cose. Entrambi falliscono nel tentativo di scoprire il vero rimedio contro l’angoscia provocata dal divenire del mondo. Si tratta di comprendere che il contenuto dell’intesa tra l’ateo e Dio è la follia estrema, l’essenza stessa dell’errore, l’estrema alienazione della verità. Pensando le cose come un emergere e uno sprofondare nel nulla, si pensa infatti l’impossibile, cioè che le cose sono nulla, si pensa che l’essere è nulla. Il Dio nichilista dell’Occidente non è troppo, come ritiene l’insipienza dell’ateo: è troppo poco. »

Emanuele Severino, “Pensieri sul cristianesimo”

La cultura contemporanea e Dio, in Emanuele Severino, Pensieri sul cristianesimo

 

Mentre la cultura contemporanea ritiene che Dio sia qualcosa di eccessivo, un’iperbole che la realtà non può contenere, si tratta invece di comprendere che Dio è ‘troppo poco’ (…), e cioè è esso stesso l’immagine prodotta da un pensiero tragicamente modesto, arrendevole e disperato di fronte al nulla da cui Dio trae e in cui respinge le cose.
Per l’ateo esiste soltanto il mondo. Dio è “troppo”: un sogno – anche se può essere un bel sogno. Rispetto a chi crede in Dio, l’ateo ‘riduce’ quindi i confini della realtà. La restringe sino a farla coincidere col mondo. Appunto per questo, chi afferma Dio vede nell’ateismo una privazione radicale, un’irrimediabile ‘povertà’. (…)
Esiste solo il mondo – pensa l’ateo. Ma che cos’è il mondo per lui? E’ l’insieme delle cose che nascono e muoiono, che erano nulla e tornano ad esserlo. Per la cultura contemporanea, ormai, il mondo stesso nella sua totalità è uno sporgere provvisoriamente dal nulla.
Il pensiero che, al di là del nichilismo, vede il senso autentico dell’essere – e cioè dell’ “esser cosa” delle cose – non è dunque ateismo! Esso non scende, come l’ateismo, al di sotto di Dio, riducendo l’essere al mondo, ma vede ciò che sta al di sopra di Dio: vede il senso autentico di ciò che è. Ciò che è – l’essere – sta al di sopra di ogni riduzione dell’essere al nulla, e quindi sta al di sopra della riduzione che agisce nella coscienza di chi afferma l’esistenza di Dio e intende Dio come una mente che crede di poter creare e annientare ciò che è. Anche “Dio” – cioè anche la coscienza che afferma Dio – riduce ‘troppo’ i confini di ciò che è: troppo, perché riduce al nulla tutte le cose. Dio non è troppo, come ritiene l’insipienza dell’ateo, ma è “troppo poco”.

(Emanuele Severino, Pensieri sul cristianesimo)

L’incredibile pretesa della “fede” atea di Severino in ILSUSSIDIARIO.NET

ILSUSSIDIARIO.NET
Nel suo recente “Capitalismo senza futuro”, il filosofo Emanuele Severino ha declinato nel mondo presente la sua visione dell’essere che non muta.
Ma dove finisce la persona?
GIANNI ZEN

Dice il grande filosofo: “Solo un Dio ci può salvare”. Ma si è dimenticato che “Dio è morto” (Vasco Ursini ha condiviso un post nel gruppo: Amici di Emanuele Severino)

Vasco Ursini ha condiviso un post nel gruppo: Amici di Emanuele Severino.
Vasco Ursini

Dice il grande filosofo: “Solo un Dio ci può salvare”.
Ma si è dimenticato che “Dio è morto”.

DIO, nel programma Voci di filosofia, Dibattito fra GIOVANNI REALE e EMANUELE SEVERINO, coordina ARMANDO TORNO, in Fondazione Corriere della Sera, video di un’ora e 31 minuti in Corriere della Sera TV (video.corriere.it), 2010


AUDIO dell’intero incontro:

https://drive.google.com/file/d/11C5zeZScdDUAK9Os23ID81uQeZ0zlXEO/view?usp=sharing

AUDIO delle singole parti dell’incontro:


VIDEO dell’incontro

video.corriere.it/video-embed/9f59f3cc-e10b-11df-b5a9-00144f02aabc?fbclid=IwAR07XKLXqr5p8Hw-FIGNXeu6xdpt_j6U-fCcs9LY7BzuDYTxXuBp4WuN91Y


la discussione è stata coordinata da Armando Torno

il 28 ottobre 2010

da: http://video.corriere.it/voci-filosofia–dio/9f59f3cc-e10b-11df-b5a9-00144f02aabc


25 ottobre 2010

LA MORTE DI DIO, Eugenio Montale, Satura I

 

Tutte le religioni del Dio unico
sono una sola: variano i cuochi e le cotture.
Così rimuginavo; e m’interruppi quando
tu scivolasti vertiginosamente
dentro la scala a chiocciola della Périgourdine
e di laggiù ridesti a crepapelle.
Fu una buona serata con un attimo appena
di spavento. Anche il papa
in Israele disse la stessa cosa
ma se ne pentì quando fu informato
che il sommo Emarginato, se mai fu,
era perento.

(E. Montale, Satura I)

Intervista a Emanuele Severino. Per capire perché la civiltà della tecnica «ha bisogno di mostrare la necessità della “morte di Dio”» | Luigi Amicone, 16 marzo 2014

Intervista a Emanuele Severino. Per capire perché la civiltà della tecnica «ha bisogno di mostrare la necessità della “morte di Dio”»
Luigi Amicone 16 marzo 2014

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Intervista a Emanuele Severino. Per capire perché la civiltà della tecnica «ha bisogno di mostrare la necessità della “morte di Dio”» | Tempi

EmanueleSeverino: Nietzsche, Leopardi e Gentile sono stati coloro i quali hanno mostrato, con necessità, l’inevitabile morte di Dio, video pubblicato da In Labore Fructus , 5 ottobre 2018

Nietzsche, Leopardi e Gentile sono stati coloro i quali hanno mostrato, con necessità, l’inevitabile morte di Dio.

Qui Dio vuol dire qualsiasi realtà assoluta, definitiva, eterna e immutabile. Tenendo ferma la concezione nichilistica del divenire del mondo è impossibile affermare l’esistenza di un eterno. La tradizione filosofica affermava che l’esistenza del mondo diveniente esigesse la presenza dell’eterno, il sottosuolo filosofico si accorge che l’evidenza innegabile del divenire rende impossibile l’esistenza del Dio-eterno.

Tolto di mezzo Dio l’unica realtà a rimanere in piedi è il mondo del divenire.

Uno studente, nel corso di un dibattito, ha rivolto a Emanuele Severino la seguente domanda: “Nella sua filosofia, insomma nella verità dell’essere, non c’è nessuno spazio per dio?”. Emanuele Severino gli ha risposto:

Uno studente, nel corso di un dibattito, ha rivolto a Emanuele Severino la seguente domanda:

Nella sua filosofia, insomma nella verità dell’essere, non c’è nessuno spazio per dio?

Emanuele Severino gli ha risposto:

Anche in “Ritornare a Parmenide” viene usata la parola dio come figura del nichilismo. Però anche questo, che è il tema dei temi, qui non l’abbiamo neanche sfiorato. La costellazione dei cerchi implica necessariamente l’ “apparire infinito”, cioè quell’apparire che non solo è eterno, ma non è nemmeno il luogo in cui qualcosa va sopraggiungendo, giacché è già tutto presente, contenuto in quel cerchio. Allora il discorso che abbiamo fatto non consiste nel dire: non c’è altro che la costellazione dei cerchi. Non consiste nel dire: c’è soltanto l’apparire finito. Non c’è soltanto l’apparire finito, secondo quanto si è voluto ricordare, che è finito in quanto accoglie il sopraggiungere della terra, ma – e questo non l’abbiamo neanche sfiorato – “l’apparire finito, la costellazione dell’apparire finito,implica necessariamente l’apparire infinito”.
Se la coscienza religiosa – e a volte accade – capisce questo, allora può instaurarsi un dialogo con la coscienza religiosa, perché l’apparire infinito non siamo noi, ma insieme (peccato che ormai è finito) siamo noi. In che senso? Noi siamo attualmente il luogo della contraddizione; la figura del contrasto tra destino e terra isolata è la “figura emergente” della contraddizione.
La figura del linguaggio che vuol designate il destino è una contraddizione. Se io chiedessi: poiché noi siamo il luogo della contraddizione, non indeterminata,, bensì quella in cui il protagonista della contraddizione sono niente di meno che il mortale (il protagonista negativo) e il destino (il protagonista positivo), allora il luogo in cui è tolta ogni contraddizione non è forse ciò che noi veramente siamo? Allora l’apparire infinito “non” è la costellazione dei cerchi finiti, “però lo” è – cioè l’infinito è il finito -, perché la contraddizione del finito è tolta nel luogo in cui il finito è ciò che esso veramente è. Quindi, in questo senso, dio è ciò che noi veramente siamo, se vogliamo chiamare dio l’apparire infinito.

(Emanuele Severino, Lezioni milanesi, Il nichilismo e la terra (2015-2016), a cura di Nicoletta Cusano, Mimesis, Milano-Udine, 2018, pp.191-193).