Meriggiare pallido e assorto, di Eugenio Montale … ricordata da Vasco Ursini in Amici di Emanuele Severino : https://m.facebook.com/story.php | Facebook

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
m entre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.
Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
m entre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Eugenio Montale , Nell’ombra della magnolia …

Nell’ombra della magnolia

che sempre più si restringe,

a un soffio di cerbottana

la freccia mi sfiora e si perde.

Pareva una foglia caduta

dal pioppo che a un colpo di vento

si stinge – e fors’era una mano

scorrente da lungi tra il verde.

Un riso che non m’appartiene

trapassa da fronde canute

fino al mio petto, lo scuote

un trillo che punge le vene,

e rido con te sulla ruota

deforme dell’ombra, mi allungo

disfatto di me sulle ossute

radici che sporgono e pungo

con fili di paglia il tuo viso…

Oltre a essere stata una delle maggiori danzatrici classiche italiane, Carla Fracci è stata anche una delle ultime muse di Eugenio Montale, di Oltre a essere stata una delle maggiori danzatrici classiche italiane, Carla Fracci è stata anche una delle ultime muse di Eugenio Montale, di Ylenia Gambaccini

Ylenia Gambaccini

da m27 tmdaSgugiop aonurgnsuSmllouoe rrncorirdeSe l14Si:0nd3mn  · 

Oltre a essere stata una delle maggiori danzatrici classiche italiane, Carla Fracci è stata anche una delle ultime muse di Eugenio Montale.

Montale – non soltanto poeta, ma anche critico e, soprattutto, amante della musica e della danza – vide per la prima volta la Fracci il 5 marzo 1955 durante il suo “Passo d’Addio” alla Scuola di Ballo: lei non era neanche ventenne e lui ne rimase ammaliato. Montale era a Milano già da una quindicina d’anni: nel 1940 era divenuto collaboratore del “Corriere della Sera” e due anni dopo era stato nominato redattore della pagina letteraria, incarico al quale si era aggiunto, dal 1954 al 1967, quello di critico musicale per il “Corriere d’Informazione”; molte delle sue recensioni di balletto confluirono in “Prime alla Scala”. Lei entrò poi nella Compagnia scaligera come ballerina di fila, e successivamente divenne una protagonista della scena internazionale (legata, tra i tanti, all’American Ballet Theatre di New York). Tuttavia, egli non smise mai di ammirarla (si sa, d’altronde, che Montale era un marpione).

Nacque così una profonda ed affettuosa amicizia tra Carla ed Eugenio, che culminò in un soggiorno estivo a Forte dei Marmi (si sa, d’altronde, che Montale faceva la bella vita), che la Fracci rammenta come «il viaggio con il Maestro: il viaggio più bello della mia vita». Trovandosi al ‘Forte’ come ospite di Annamaria Papi insieme al marito, il regista Beppe Menegatti, Carla Fracci organizzò con un gruppo di amici, tra cui Montale stesso, una gita lenta, «alla ricerca della memoria», di cui l’ultima tappa sarebbe stata Siena, per assistere al Palio d’estate il 16 agosto.

La Fracci reputò Montale «grandioso nel quotidiano», «taciturno in mezzo ai larghi raggruppamenti e invece loquacissimo in compagnia di poche persone», e ci ha regalato molti aneddoti preziosi sulla sua figura, non celando mai di aver conservato l’intramontabile onore di averlo avuto nella sua vita. «L’occasione di conoscere i veri maestri e di incontrarli nel momento giusto, cioè quando si comincia a capire qualcosa della vita, sembra oggi un’autentica rarità. (…) Ecco a me è toccata un’esperienza simile: ho frequentato e non solo in vacanza, un uomo come Montale», disse di lui.

Nondimeno, l’affetto era reciproco ed è proprio in nome del suddetto che Montale le dedicò una poesia: “La danzatrice stanca”, composta il 29 ottobre 1972 ed inclusa nel “Diario del ’71 e del ’72”.

Nel 1969, Carla Fracci aveva partorito il suo unico figlio, Francesco. Montale aveva frequentato la Fracci nei mesi della sua gestazione ed era persino stato presente al battesimo del bambino, avvenuto il 1º gennaio 1970 a La Verna. Ad ogni modo, era decisamente raro, perlomeno a quei tempi, che una ballerina osasse avere dei figli, onde evitare di sciupare la propria bellezza. Non fu, però, il caso della Fracci che, inaspettatamente, sarebbe tornata a danzare molto in fretta («Poi potrai / rimettere le ali»). Il suo ritorno sulle scene è di fatti registrato sin dai primi mesi del 1970 e, ad esempio, una settimana prima della stesura di questo testo aveva partecipato a uno spettacolo di beneficenza al Teatro Olimpico di Vicenza. Per quanto concerne la lirica, la stanchezza evocata nel titolo è dovuta alla maternità: la ballerina viene descritta dal poeta come una figura leggerissima, quasi eterea, che torna a ballare dopo essere diventata mamma. Inizialmente, è presentata quasi come un’ammalata in via di guarigione e si parla della rifioritura di una convalescente; ciò nonostante, ella tornerà presto in forma («a te bastano i piedi sulla bilancia / per misurare i pochi milligrammi / che i già defunti turni stagionali / non seppero sottrarti») e riprenderà a volare. Anche se non sarà più una creatura divina («non più nubecola / celeste») bensì terrestre poiché madre, sarà pur sempre speciale perché tutti si accorgeranno del suo ritorno, dal momento che, senza di lei, i balletti paiono delle sfilate di morti («nivei défilés di morte»).

In una recensione musicale del 1961 al balletto “Le donne di buon umore” di Scarlatti (tratto da “Le morbinose” di Goldoni), Montale aveva scritto, nello spazio di poche righe: «[…] si è assistito così a un défilé di danzatori che alternavano le forme della danza accademica agli espedienti della pantomima realistica […]. Il pubblico ha accolto con molti applausi il balletto ammirando l’arte di Carla Fracci».

Riflettiamo: Messaggi montaliani indirizzati a tutti coloro che vogliono capire il loro “esserci” in questo mondo e il senso di questo mondo

Riflettiamo:
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.
E ancora:
Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profondo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Ma anche:
Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
E finalmente:
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.
(Messaggi montaliani indirizzati a tutti coloro che vogliono capire il loro “esserci” in questo mondo e il senso di questo mondo).

Eugenio Montale, Casa sul mare, Ossi di seppia (Torino, Piero Gobetti Editore 1925)

ll viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido.
Ora i minuti sono eguali e fissi
come i giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.

Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
i soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l’isole dell’aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.

Tu chiedi se così tutto vanisce
in questa poca nebbia di memorie;
se nell’ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s’appressa
l’ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l’avara mia speranza.
A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.

in Ossi di seppia (Torino, Piero Gobetti Editore 1925)

La solitudine di Eugenio Montale si ritrova pienamente nella sua visione della vita | articolo in http://www.pantani.net/

La solitudine di Eugenio Montale si ritrova pienamente nella sua visione della vita; essa è caratterizzata da un radicale pessimismo in cui la realtà appare priva di fondamenti metafisici e dove l’uomo, imprigionato in una condizione esistenziale destituita di senso, è travagliato da una dolorosa inquietudine.

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Eugenio Montale | Solitudine

LA MORTE DI DIO, Eugenio Montale, Satura I

 

Tutte le religioni del Dio unico
sono una sola: variano i cuochi e le cotture.
Così rimuginavo; e m’interruppi quando
tu scivolasti vertiginosamnete
dentro la scala a chiocciola della Périgourdine
e di laggiù ridesti a crepapelle.
Fu una buona serata con un attimo appena
di spavento. Anche il papa
in Israele disse la stessa cosa
ma se ne pentì quando fu informato
che il sommo Emarginato, se mai fu,
era perento.

(Eugenio Montale, Satura I)

Chissà se un giorno butteremo le maschere … , di Eugenio Montale

Chissà se un giorno butteremo
le maschere che portiamo sul
volto senza saperlo. Per questo
è tanto difficile identificare
gli uomini che incontriamo.
Forse fra i tanti, fra i milioni
c’è quello in cui viso e maschera
coincidono e lui solo potrebbe
dirci la parola che attendiamo da
sempre. Ma è probabile che egli
stesso non sappia il suo privilegio.

– Eugenio Montale –

I LIMONI, di Eugenio Montale, in Ossi di seppia

 

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi, ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il sussurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.

Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.

(E. Montale, da Ossi di seppia)