Il 2019 è ormai passato. Dunque è morto. È appena apparso il 2020 che, imperterrito, continua a portare in vita, ma solo per poco tempo, un altro giorno dopo che il precedente è morto …. di Luciano Tomagè.

Vasco Ursini

Il 2019 è ormai passato. Dunque è morto. È appena apparso il 2020 che, imperterrito, continua a portare in vita, ma solo per poco tempo, un altro giorno dopo che il precedente è morto. E così accade per un anno. Poi, da capo, ricomincia questo sempre uguale alternarsi degli anni. I mortali assistono più o meno attentamente a questo spettacolo. Alcuni di loro poi hanno l’accortezza di comprendere che ad animare questo spettacolo da protagonisti, prima o poi, saranno loro stessi. Inevitabilmente!

“Eh.. Così va il mondo nella Terra isolata”, ha commentato Luciano Tomagè.

 

in

(1) Amici di Emanuele Severino

Fine d’anno, Jorge Luis Borges (Fervore di Buenos Aires, 1923)

 

Né la minuzia simbolica
di sostituire un tre con un due
né quella metafora inutile
che convoca un attimo che muore e un altro che sorge
né il compimento di un processo astronomico
sconcertano e scavano
l’altopiano di questa notte
e ci obbligano ad attendere
i dodici e irreparabili rintocchi.
La causa vera
è il sospetto generale e confuso
dell’enigma del Tempo;
è lo stupore davanti al miracolo
che malgrado gli infiniti azzardi,
che malgrado siamo
le gocce del fiume di Eraclito,
perduri qualcosa in noi:
immobile.

Jorge Luis Borges (Fervore di Buenos Aires, 1923)

Einstein e Heisenberg, in E. Severino, La potenza dell’errare, Rizzoli, Milano 2013, pp.188-189

 

Si ritiene tuttora che la teoria ‘generale’ della relatività di Einstein e la fisica quantistica di Heisenberg si contrappongono mantenendosi ‘entrambi’ all’interno del senso greco-occidentale dell'”essere” e del “nulla”: per il “determinismo” di Einstein le forme di energia escono dal proprio esser nulla e vi ritornano seguendo un percorso inevitabile (“determinato”) e quindi prevedibile: per Heisenberg tale percorso non è né inevitabile né prevedibile; ma anche per lui le forme di energia escono e rientrano nel proprio nulla. Non è un caso che egli abbia ricondotto il concetto di “onde di probabilità” al concetto aristotelico di ‘dynamis’, “potenza”, cioè alla ‘possibilità’ reale (non alla necessità) che uno stato del mondo sia seguito da un cert’altro stato). Freud ebbe a scrivere, di Einstein, col quale ebbe peraltro rapporti cordiali: “Capisce di psicologia quanto io capisco di fisica”. Eppure si capiscono benissimo sul fondamento ultimo, cioè sulla caducità delle cose del mondo, che oggi è data comunque per scontata.

(E. Severino, La potenza dell’errare, Rizzoli, Milano 2013, pp.188-189)

Ancora sul concetto di tempo, di Vasco Ursini

 

Vasco Ursini

Il presente non si ferma che per uno sfuggente frazione di tempo dunque non si lascia guardare, toccare.

È inafferrabile.

Sprofonda nel passato attimo dopo attimo.

Si può soltanto ricordarlo e riviverlo.

Ma nel ricordo esso non è più ciò che era quando è apparso, ma è intriso e in qualche modo sfigurato da un reticolato di elementi soggettivi di chi lo ricorda

Mark Strand, LA FINE, in Tutte le poesie, Mondadori, collana Oscar Baobab, 2019

La fine

Non ogni uomo sa cosa canterà alla fine,
guardando il molo mentre la nave salpa, o cosa sentirà
quando sarà preso dal rombo del mare, immobile, là alla fine,
o cosa spererà una volta capito che non tornerà più.

Quando il tempo è passato di potare la rosa, coccolare il gatto,
quando il tramonto che infiamma il prato e la luna piena che lo gela
non compariranno più, non ogni uomo sa cosa scoprirà al loro posto.
Quando il peso del passato non si appoggia più a nulla, e il cielo

non è più che luce ricordata, e le storie di cirro
e cumulo giungono alla fine, e tutti gli uccelli stanno sospesi in volo,
non ogni uomo sa cosa lo attende, o cosa canterà
quando la nave su cui si trova scivola nel buio, là alla fine.

da  La fine – Interno Poesia

vai a  Mark Strand, LA FINE, in Tutte le poesie, Mondadori, collana Oscar Baobab, 2019 – ANTOLOGIA del TEMPO che resta

 

Nel corso di una vita consacrata alle lettere e (talora) al dubbio metafisico, ho scorto o presentito una confutazione del tempo, Borges, Nuova confutazione del tempo (1946)

Nel corso di una vita consacrata alle lettere e (talora) al dubbio metafisico, ho scorto o presentito una confutazione del tempo, alla quale io stesso nego fede, ma che spesso mi visita la notte e nello stanco crepuscolo, con illusoria forza di assioma.

(Borges, Nuova confutazione del tempo (1946)

Il “tempo che resta”, riflessioni di Paolo Ferrario sulla vita e la morte, dopo un dibattito cittadino (con particolare riferimento alla lezione di Maurizio Migliori). Primi anni 2000, ai tempi del blog di Splinder

“Il tempo che resta”

E’ l’importante questione che l’associazione Accanto – Amici dell’Hospice San Martino” ha messo sotto riflessione in città:
“il tempo che resta è ciò che resta a ciascuno dalla nascita all’ultimo delicato soffio o respiro.
Il compito è quello di riuscire a viverlo il meglio possibile”,
dice la locandina.

In tre settimane si sono dipanati tre film e un dibattito:

Le temps qui reste di Francois Ozon

Go Now di Michael Winterbottom

La mia vita senza di me di Isabel Coixet

Chi, come me, sta velocemente avvicinandosi ai 60 anni questo tema se lo pone.

Non dico insistentemente, ma spesso. Come una questione importante, ineliminabile, oggettiva.

Il nostro tempo è breve.

E’ breve sempre, sia che moriamo giovani (certo di più), sia che moriamo vecchi (di meno, ma con la stessa percezione che il tempo è breve).

E’ tema talmente rilevante che mi trascino di stanza in stanza questo libro:
Harald Weinrich, Il tempo stringe: arte ed economia della vita a termine, Il Mulino, 2006 (edizione originale: Knappe Zeit. Kunst un Okonomie des befristeten Lebens, 2004. Quindi sono grato a Francesca Rigotti che lo ha tradotto).

Ecco alcuni capitoli di questo libro: Breve è la vita, lunga è l’arte, il tempo urge nell’aldiquà e nell’aldilà, il dramma del tempo scarso, finitezza-infinitezza, vivere con termini e scadenze.

Weinrich è un magistrale esperto di linguistica e filologia e la sua ricerca è di immenso interesse.

Ma tornando alla città c’è stato anche un dibattito a cui sono intervenuti:

Maurizio Migliori, filosofo

Don Bruno Maggioni, teologo,

Giuliano Turone e Gherardo Colombo, magistrati.

Ho preso qualche appunto che ora raccolgo e lascio qui nel mio blog –diario.

La morte è un processo individuale che riguarda tutti. E’ l’evento più universale e “democratico” che ci sia. Per l’individuo è una esperienza del tutto irripetibile, che si conosce solo per averla vista solo attraverso il corpo di uno o più altri.

Questa è la sua “eccezionalità”: tocca a tutti e a ciascuno, per ogni persona capita solo una volta. L’esperienza che ne facciamo è sempre indiretta.

Le tecnologie mediche oggi ci pongono un problema. Un problema tipicamente “moderno”, cioè non presente nelle società del passato. Non era così nelle culture esplorate dalle letterature classiche o da quelle moderne. Diciamo fino almeno alla seconda metà del ‘900.

Il problema è quello delle diagnosi sempre più selettive e precise e quello del tempo concesso in più dalle tecnologie mediche.

Insomma, oggi la morte, che pure è coperta da mille tabù, oscurità, rimozioni sempre più può metterci davanti al nostro “Tempo che resta”. Può avvenire che uno di noi venga a conoscenza forte e viva che il suo viaggio volge al limite. Sapendolo, avendone coscienza. Una coscienza resa ancora più avvertita dalla tecnica

Amici, credo che sia
meglio per me ricominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l'ora
d'arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m'è giunto all'orecchio
di questi luoghi, ch'io
vi dovrò presto lasciare.

Giorgio Caproni, Congedo del viaggiatore cerimonioso
Questo processo della fine della vita individuale investe le politiche e le istituzioni.

Un tempo si moriva a casa, poi in ospedale (nei reparti di medicina e geriatria). Oggi le istituzioni si specializzano: dal 1989 si è sviluppata in Italia la rete delle RSA- Residenze sanitarie assistenziali. Ed ora si creano gliHospice, strutture specializzate ad accompagnare in un contesto socio-sanitario alla morte i malati a prognosi infausta.

La novità è questa: nell’elenco delle situazioni estreme occorre aggiungere quello della:

possibile consapevolezza del tempo che resta

E allora attorno e dopo questo problema nuovo ne nasce un altro:

si può “pensare” il tempo che resta?

Si può apprendere qualcosa di questa situazione? Si può “fare anima”, come direbbe James Hillman o Claudio Risè, attorno a questo evento.

Ci si può provare.

Maurizio Migliori, quella sera ci ha sapientemente provato. Per ora riassumo il suo denso contributo.

Poi ci penserò e ripenserò e correggerò ed amplierò.

Esordio:

La NOSTRA morte è impensabile. E’ impossibile da razionalizzare.

Possiamo applicare funzioni di pensiero solo alla morte degli altri.

Tuttavia la morte ha anche una funzione attiva sulla vita. Sulla vita intera e sul frammento finale:

la morte tende ad attribuire senso al tempo che resta

Gli immortali dei romanzi di fantascienza e di fantasy sono dei soggetti infelici. Per loro il tempo eterno arriva a perdere significato. Non sanno cosa fare. Ricordo qui il discorso finale del perfetto robot in Blade Runner.

La morte può produrre apprendimento:

dà il senso del limite

Cioè fornisce coscienza che siamo esseri finiti e limitatissimi.

Siamo foglie, foglie importanti, ma foglie.

Ricordo una frase di Alberto Moravia: “siamo rugiada della notte che si asciuga al sole”.

E’ la coscienza di un limite pesante perché la natura è concentrata sulla viva non ci viene in aiuto per la morte:

alla natura la morte non interessa,

alla natura interessa solo la specie, non l’individuo

La natura non ci aiuta. Anzi si allontana quando si avvicina la morte.

Allora, cosa possiamo fare in una situazione di coscienza non solo della ineluttabilità della morte, ma del tempo scarso, come ben dice Weinrich?

Possiamo, facendoci anche aiutare, fare questo:

attraversare la nostra vita, l’unica cosa che veramente ci appartiene,

alla luce della certezza della morte.

Nessuno può dare istruzioni in proposito, data la singolarità dell’evento finale.

Tuttavia qualche cosa può essere pensato. Già: pensare. Visto che la specie umana ha sviluppato la coscienza ed il pensiero. E proprio perché li ha elaborati ha anche necessariamente elaborato il tema della angoscia della morte. Lo sa bene chi possiede animali: soffrono, provano dolore, si nascondono. Ma non hanno coscienza della morte. Avvertono il dolore, quella cosa che non sentivano prima. E noi possiamo alleviarlo.

Alcune cose che possono essere pensate:

occorre sapere da subito che “il tempo è poco”

Questo vale anche per i più giovani. Non è un problema dei pre-vecchi, come io sono, o dei vecchi. Anche un giovane dovrebbe apprendere che il tempo è poco. Non è facile, anzi sembra impossibile nella società dei consumi e dell’immagine.

Occorre poi:

sapere che siamo in cammino.

E che questo cammino ha delle tappe e che il tempo non non va sprecato.

Come? Per esempio non concentrandosi  su una sola cosa. Il lavoro, l’ideologia, il divertimento. Allargare il campo degli interessi. Come Tarzan: attaccarsi a più liane. Volare e prenderne un’altra.

Poi si può, piano piano, senza masochismi eccessivi (come ho detto proprio questa mattina ad Arsenico, che pure il tema della sofferenza lo maneggia professionalmente)

prepararsi ed accettare questo processo

Allenarsi ad accettarlo

Dire “non me lo aspettavo” è un insulto alla intelligenza.

No: è nella gamma delle possibilità. O per cause probabilistiche, come nei mestieri pericolosi. O per rischi accettati. O, comunque, per biologia. Naturalmente si deve fare di tutto per ridurre i rischi

Però può succedere.

O nell’attimo dell’incidente e delle bombe nelle metropolitane (è un mio chiodo fisso: ma se loro mi dicono “ti odio e ti voglio uccidere”, io gli credo).

O in un decorso lungo e assistito.

E allora cosa pi può ancora fare in questo percorso che è la mia vita, la tua vita?

si può relazionarsi con il mondo,

si può tentare di lasciare un segno della nostra presenza

Si può scrivere una poesia: magari l’unica poesia. Ma la mia. Sì : anche un haiku, senza la tecnica dell’haiku

Si può fare un dipinto: magari l’unico, ma il mio.

Si può scrivere in un blog. Chissà mai che questi segni dell’elettronica lascino da qualche parte una traccia di sé. E illuminino il cammino di un qualunque altro

E dove si inscrivono le tracce di sé?

In altre persone. Come un software invisibile che però plana su un hardware.

Ecco la funzione delle biblioteche.

La funzione delle piazze e delle vie.

La funzione dei rituali.

Tutto questo si può e deve fare.

Sapendo, tuttavia che il passaggio finale è solitario.

Soli, soli, soli.

E chi ha la fortuna di avere la fede se la tenga cara e molto stretta.

E chi non l’ha, e io sono uno che non l’ha, avrà uno strumento in meno.

Ma chissà se in quel momento anche chi ha la fede non vacillerà, almeno per un attimo?

Soli, soli, soli.


vai alle pubblicazioni di Maurizio Migliori

https://antemp.com/2019/09/24/maurizio-migliori-pubblicazioni-in-portale-docenti-della-universita-di-macerata/

MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

“Il tempo che resta”

E’ l’importante questione che l’associazione Accanto – Amici dell’Hospice San Martino” ha messo sotto riflessione in città:
“il tempo che resta è ciò che resta a ciascuno dalla nascita all’ultimo delicato soffio o respiro.
Il compito è quello di riuscire a viverlo il meglio possibile”,
dice la locandina.

In tre settimane si sono dipanati tre film e un dibattito:

Le temps qui reste di Francois Ozon

Go Now di Michael Winterbottom

La mia vita senza di me di Isabel Coixet

Chi, come me, sta velocemente avvicinandosi ai 60 anni questo tema se lo pone.

Non dico insistentemente, ma spesso. Come una questione importante, ineliminabile, oggettiva.

Il nostro tempo è breve.

E’ breve sempre, sia che moriamo giovani (certo di più), sia che moriamo vecchi (di meno, ma con la stessa percezione che il tempo è breve).

E’ tema talmente rilevante che mi trascino di stanza in…

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Ancora sul tempo, come ci appare e come lo percepiamo qui su questa terra … di Vasco Ursini

Ancora sul tempo, come ci appare e come lo percepiamo qui su questa terra. Altrove la sua percezione può essere diversa, anzi sicuramente lo è stando a ciò che la fisica ci dice

Tutto ciò che si vive, istante per istante, sprofonda nel passato. Di esso, tuttavia, si può conservare il ricordo. Ma un conto è il passato, altro conto e il suo ricordo. Se cerchi di acchiappare il presente per fermarlo almeno un istante, non acchiappi nulla. Sprofonda nel passato immediatamente. Resta il futuro. Ma esso è così buio che non si riesce a vedere nulla di ciò che accadrà. Possiamo soltanto assistere, istante dopo istante, agli eventi che uno dopo l’altro ci si presentano innanzi o ci cadono addosso. Tutto questo avviene mentre i mortali vivono la loro vita, giorno per giorno, stando “come d’autunno sugli alberi le foglie”, che prima o poi si sa che cadranno. Questa drammatica condizione esistenziale non impedisce tuttavia ai mortali di mettere in moto la loro volontà fino a spingerli a tentare di progettare ciò che intendono fare nel loro futuro. E di fatto essi definiscono i loro progetti per realizzazioni proiettate anche in tempi lunghi. Così, in questa tragica condizione esistenziale, la grande massa degli umani, in larghissima maggioranza, va avanti da millenni riuscendo così ad attendere il momento della “caduta della foglia”. Alcuni di loro non ce la fanno, si fermano prima del fatidico momento in cui essa cade. Si fermano per loro volontà, mossa o no, a seconda dei casi, dall’istinto di morte.

Riflessioni sul tempo, di VASCO URSINI

Vasco Ursini:

Il passato non è più. Il presente è inafferabile.

Solo il futuro sarà se ci sarà dato di “esserci”.

Possiamo tentare di programmarlo sapendo che “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”, senza però poter prevedere quando la “foglia”, che ciascuno di noi indubbiamente è, cadrà.

E cadrà per decisione che non prenderemo noi, come pure non prendemmo quella di essere stati “gettati” nel mondo.

VASCO URSINI, IL TEMPO SECONDO MARTIN HEIDEGGER

Heidegger ci dice che per comprendere l’essere occorre partire dal “tempo”, ma la sua è una concezione del tempo nuova e diversa rispetto a quella della metafisica tradizionale: la realtà dell’essere non è più presenza ma “possibilità”, e l’essere del tempo non è più il presente ma “l’esistenza”. Inoltre la determinazione fondamentale del tempo non è più il “presente”, ma il “futuro”, inteso non come “non ancora presente”, ma come “possibilità, progetto”: “Il progettarsi in – avanti nell’in – vista di se stesso”, progettarsi che si fonda nell’avvenire, è un carattere essenziale dell”esistenzialita’. Il senso primario dell”esistenzialita’ è l’avvenire”.

(Il brano è tratto da: Vasco Ursini, Essere e Tempo, relazione tenuta al congresso internazionale “Heidegger nel pensiero di Severino, tenutosi a Brescia, 13-15 giugno 2019).