Pier Paolo Pasolini, IO SO. Audio e articolo in Corriere della Sera, 14 novembre 1974

Corriere della Sera, 14 novembre 1974

Cos’è questo golpe? Io so

di Pier Paolo Pasolini

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo”, sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile.
Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all’editoriale del “Corriere della Sera”, del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi – proprio per il modo in cui è fatto – dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al “tradimento dei chierici” è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un “Paese separato”, un’isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel “compromesso”, realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: “compromesso” che sarebbe però in realtà una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell’altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto.
L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso – in questo particolare momento della storia italiana – di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che – quando può e come può – l’impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l’intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi “formali” della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico – non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento – deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente – se il potere americano lo consentirà – magari decidendo “diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon – questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

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Mark Strand, LA FINE, in Tutte le poesie, Mondadori, collana Oscar Baobab, 2019

La fine

Non ogni uomo sa cosa canterà alla fine,
guardando il molo mentre la nave salpa, o cosa sentirà
quando sarà preso dal rombo del mare, immobile, là alla fine,
o cosa spererà una volta capito che non tornerà più.

Quando il tempo è passato di potare la rosa, coccolare il gatto,
quando il tramonto che infiamma il prato e la luna piena che lo gela
non compariranno più, non ogni uomo sa cosa scoprirà al loro posto.
Quando il peso del passato non si appoggia più a nulla, e il cielo

non è più che luce ricordata, e le storie di cirro
e cumulo giungono alla fine, e tutti gli uccelli stanno sospesi in volo,
non ogni uomo sa cosa lo attende, o cosa canterà
quando la nave su cui si trova scivola nel buio, là alla fine.

da  La fine – Interno Poesia

vai a  Mark Strand, LA FINE, in Tutte le poesie, Mondadori, collana Oscar Baobab, 2019 – ANTOLOGIA del TEMPO che resta

 

VARIAZIONI SUL NULLA, di Giuseppe Ungaretti

 

Quel nonnulla di sabbia che trascorre
Dalla clessidra muto e va posandosi,
E, fugaci, le impronte sul carnato,
Sul carnato che muore, d’una nube…

Poi mano che rovescia la clessidra,
Il ritorno per muoversi, di sabbia,
Il farsi argentea tacito di nube
Ai primi brevi lividi dell’alba…

La mano in ombra la clessidra volse,
E, di sabbia, il nonnulla che trascorre
Silente, è unica cosa che ormai s’oda
E, essendo udita, in buio non scompaia.
(Giuseppe Ungaretti)

 

Vasco Ursini, UNGARETTI: COME DARE UN SENSO ALL’ESISTENZA….

Ritrovare la propria unità di esseri nella realtà attraverso l’intuizione diviene in Ungaretti obiettivo fondamentale della poesia e unico mezzo lasciato all’uomo per recuperare un senso all’esistenza, minacciata dall’angoscia della morte.
La lirica in cui più esplicitamente viene attuata questa poetica è

I FIUMI
Cotici il 16 agosto 1916

Mi tengo a quest’albero mutilato
abbandonato in questa dolina
che ha il languore
di un circo
prima o dopo lo spettacolo
e guardo
il passaggio quieto
delle nuvole sulla luna

Stamani mi sono disteso
in un’urna d’acqua
e come una reliquia
ho riposato

L’Isonzo scorrendo
mi levigava
come un suo sasso

Ho tirato su
le mie quattr’ossa
e me ne sono andato
come un acrobata
sull’acqua

Mi sono accoccolato
vicino ai miei panni
sudici di guerra
e come un beduino
mi sono chinato a ricevere
il sole

Questo è l’Isonzo
e qui meglio
mi sono riconosciuto
una dolce fibra
dell’universo

Il mio supplizio
è quando
non mi credo
in armonia

Ma quelle occulte
mani
che m’intridono
mi regalano
la rara
felicità

Ho ripassato
le epoche
della mia vita

Questi sono
i miei fiumi

Questo è il Serchio
al quale hanno attinto
duemil’anni forse
di gente mia campagnola
e mio padre e mia madre

Questo è il Nilo
che mi ha visto
nascere e crescere
e ardere d’inconsapevolezza
nelle estese pianure

Questa è la Senna
e in quel suo torbido
mi sono rimescolato
e mi sono conosciuto

Questi sono i miei fiumi
contati nell’Isonzo

Questa è la mia nostalgia
che in ognuno
mi traspare
ora ch’è notte
che la mia vita mi pare
una corolla
di tenebre

via (1) Vasco Ursini – UNGARETTI: COME DARE UN SENSO ALL’ESISTENZA….

La verità è sulla terra e questa non può saperla non può volerla a patto di distruggersi …, Eugenio Montale, Satura II

La verità è sulla terra
e questa non può saperla
non può volerla
a patto di distruggersi.

Così bisogna fingere
che qualcosa sia qui
tra i piedi tra le mani
non atto né passato
né futuro
e meno ancora un muro da varcare

bisogna fingere
che movimento e stasi
abbiano il senso
del nonsenso
per comprendere
che il punto fermo è un tutto
nientificato.

(E. Montale, Satura II)

LA MORTE DI DIO, Eugenio Montale, Satura I

 

Tutte le religioni del Dio unico
sono una sola: variano i cuochi e le cotture.
Così rimuginavo; e m’interruppi quando
tu scivolasti vertiginosamente
dentro la scala a chiocciola della Périgourdine
e di laggiù ridesti a crepapelle.
Fu una buona serata con un attimo appena
di spavento. Anche il papa
in Israele disse la stessa cosa
ma se ne pentì quando fu informato
che il sommo Emarginato, se mai fu,
era perento.

(E. Montale, Satura I)

EMANUELE SEVERINO pensa GIACOMO LEOPARDI, al Teatro Franco Parenti di MILANO, in: LAVIA dice Leopardi, SEVERINO lo pensa |domenica 25 marzo 2018, ore 19,30-20,30

vai al sito del Teatro Parenti

https://www.teatrofrancoparenti.it/


AUDIO della lezione di Emanuele Severino, 19,30-20,30:


AUDIO della recita di Gabriele Lavia, 21-21,30:


IL SABATO DEL VILLAGGIO

 

La donzelletta vien dalla campagna,
In sul calar del sole,
Col suo fascio dell’erba; e reca in mano
Un mazzolin di rose e di viole,
Onde, siccome suole,
Ornare ella si appresta
Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.
Siede con le vicine
Su la scala a filar la vecchierella,
Incontro là dove si perde il giorno;
E novellando vien del suo buon tempo,
Quando ai dì della festa ella si ornava,
Ed ancor sana e snella
Solea danzar la sera intra di quei
Ch’ebbe compagni dell’età più bella.
Già tutta l’aria imbruna,
Torna azzurro il sereno, e tornan l’ombre
Giù da’ colli e da’ tetti,
Al biancheggiar della recente luna.
Or la squilla dà segno
Della festa che viene;
Ed a quel suon diresti
Che il cor si riconforta.
I fanciulli gridando
Su la piazzuola in frotta,
E qua e là saltando,
Fanno un lieto romore:
E intanto riede alla sua parca mensa,
Fischiando, il zappatore,
E seco pensa al dì del suo riposo.
Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
E tutto l’altro tace,
Odi il martel picchiare, odi la sega
Del legnaiuol, che veglia
Nella chiusa bottega alla lucerna,
E s’affretta, e s’adopra
Di fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba.Questo di sette è il più gradito giorno,
Pien di speme e di gioia:
Diman tristezza e noia
Recheran l’ore, ed al travaglio usato
Ciascuno in suo pensier farà ritorno.

Garzoncello scherzoso,
Cotesta età fiorita
E’ come un giorno d’allegrezza pieno,
Giorno chiaro, sereno,
Che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
Stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo’; ma la tua festa
Ch’anco tardi a venir non ti sia grave.


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LAVIA dice Leopardi, SEVERINO lo pensa |al Teatro Franco Parenti di Milano , 25 marzo 2018, da Teatro.it

un inedito connubio di contributi, quelli di Emanuele Severino e di Gabriele Lavia. L’accoppiata, che abbraccia poesia e filosofia – mai così vicine come in Giacomo Leopardi – ha il vantaggio di proporre una visione un po’ meno parziale di quella così di sovente attribuita, specie in passato, al nostro pensatore.

L’appuntamento è per il  25 marzo 2118

vai alla scheda:

Lavia dice Leopardi, Severino lo pensa | Teatro.it

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«In somma, il principio delle cose, e di Dio stesso, è il nulla. Giacché nessuna cosa è assolutamente necessaria, cioè non v’è ragione assoluta perch’ella non possa non essere, o non essere in quel tal modo …, Giacomo Leopardi, Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura (Zibaldone di pensieri), 1341-1342, Luglio 1821

«In somma, il principio delle cose, e di Dio stesso, è il nulla. Giacché nessuna cosa è assolutamente necessaria, cioè non v’è ragione assoluta perch’ella non possa non essere, o non essere in quel tal modo ec. E tutte le cose sono possibili, cioè non v’è ragione assoluta perché una cosa qualunque, non possa essere, o essere in questo o quel modo ec. E non v’è divario alcuno assoluto fra tutte le possibilità, né differenza assoluta fra tutte le bontà e perfezioni possibili… Un primo ed universale principio delle cose, o non esiste, né mai fu, o se esiste o esistè, non lo possiamo in niun modo conoscere, non avendo noi né potendo avere in menomo dato per giudicare delle cose avanti le cose, e conoscerle al di là del puro fatto reale. […] La necessità di essere, o di essere in un tal modo, e di essere indipendentemente da ogni cagione, è perfezione relativa alle nostre opinioni ec. Certo è che distrutte le forme platoniche preesistenti alle cose, è distrutto Iddio».

Giacomo Leopardi, Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura (Zibaldone di pensieri), 1341-1342, Luglio 1821.

“Leopardi è l’interlocutore privilegiato di Emanuele Severino, che nel contrapporre al nichilismo leopardiano il destino della verità scrive pagine mirabili che spesso raggiungono le alte vette dell’autentica poesia”, di Vasco Ursini, in riferimento all’articolo di Davide D’Alessandro, Sempre caro mi fu Leopardi – Il Foglio 22 novembre 2017

“Leopardi è l’interlocutore privilegiato di Emanuele Severino, che nel contrapporre al nichilismo leopardiano il destino della verità scrive pagine mirabili che spesso raggiungono le alte vette dell’autentica poesia”,

di Vasco Ursini in riferimento a:

Se per il Leopardi filosofo m’inginocchio davanti alle pagine sublimi di Emanuele Severino, per il Leopardi letterato mi rivolgo a Citati, Davide D’Alessandro in Il Foglio 22 novembre 2017

via Sempre caro mi fu Leopardi – Il Foglio

Emanuele Severino, Entro la dimensione nichilistica dell’Occidente non si può non essere “leopardiani”. Ma qual’è in Leopardi la forma del rapporto tra filosofia e poesia?

Entro la dimensione nichilistica dell’Occidente non si può non essere “leopardiani”. Ma qual’è in Leopardi la forma del rapporto tra filosofia e poesia?

Negli iniziali “pensieri” dello ‘Zibaldone’ poesia e filosofia sono due cose essenzialmente diverse. “La filosofia è la visone della verità, cioè della nullità delle cose; la poesia è l’illusione che volta le spalle alla verità e unisce l’uomo all'”infinito”. Ma successivamente Leopardi capisce che, nell’età della scienza e della tecnica, all’uomo non è più consentita alcuna illusione in relazione al nulla che sempre più incombente gli sta davanti e lo attraversa.
Rimane però, nel ‘genio’, la ‘forza’, la grandezza, la potenza con cui egli esprime lo spettacolo terribile del nulla e questa forza è la poesia – che dunque non è un sogno ozioso e separato da quello della filosofia, ma è la potenza stessa del linguaggio filosofico.
Ben presto, cioè, poesia e filosofia diventano in Leopardi una unità grandiosamente potente.
La ‘forza’ con la quale il genio esprime la nullità delle cose gli consente di sporgere ancora per un poco al di sopra del nulla e di sollevare in alto con sé gli uomini, ancora per un poco. Solo l’unità di filosofia e poesia consente un’ultima provvisoria salvezza dal nulla.
[…]
Dunque Leopardi è un pensatore “epocale”?
“Raccoglie in sé l’intera epoca dell’Occidente”.
Come va visto il cosiddetto “pessimismo” del Leopardi?
“Se il “pessimismo” è la vocazione per il nulla – e dunque è la fede nel divenire, cioè nel nichilismo -, il pessimismo appartiene all’essenza dell’uomo occidentale: ai Padri della Chiesa, a Leibniz, a Goethe non meno che a Leopardi.
Tutta la cultura dell’Occidente, e dunque tutta la cultura “ottimistica” dell’Occidente, ha al proprio fondamento il “pessimismo”, la fede nell’oscillazione delle cose tra l’essere e il nulla e, nonostante ogni suo tentativo di mascherarsi, è questa fede la matrice dell’angoscia che avvolge l’Occidente”.
(Emanuele Severino)

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Il pensiero di Leopardi passa vicinissimo alla “cosa che non è cosa” che è implicata dal divenire, la nomina, ma la nomina senza trasalire, senza scorgere, appunto, che “cosa che non è cosa” è l’assolutamente impossibile, necessariamente implicato dal divenire, Emanuele Severino, In viaggio con Leopardi. La partita del destino dell’uomo, Rizzoli, Milano 2015, pp. 219-221

IL PENSIERO DI LEOPARDI

Il pensiero di Leopardi passa vicinissimo alla “cosa che non è cosa” che è implicata dal divenire, la nomina, ma la nomina senza trasalire, senza scorgere, appunto, che “cosa che non è cosa” è l’assolutamente impossibile, necessariamente implicato dal divenire. Afferma invece che “il non essere” inteso come “cosa che non è cosa”, è l’unico bene (“non v’è altro bene”). A trattenerlo e a chiuderlo in questa cecità vi sono due millenni e mezzo di filosofia e di civiltà, e dietro a essi v’è l’intera storia dell’uomo. E ancora: come pretendere che , dopo la partita vinta col Giocatore Bianco (che è la ‘tradizione’ della civiltà occidentale. E’ cioè il pensiero e le opere di tale tradizione). E ancora: come pretendere che, dopo la grande partita vinta col Giocatore Bianco, il Giocatore Nero (in queste pagine è Leopardi) abbia ancora la forza di trasformarsi nel Terzo Giocatore ( in sintesi il pensiero di Severino) e giungere a riveder le stelle e dire che proprio il diventar altro implica l’esser “cosa che non è cosa”, cioè l’assolutamente impossibile, che proprio per questo tutte le cose sono eterne? (Il Terzo Giocatore indica lo ‘Sguardo’ che vede qualcosa di mai visto dalla sapienza dei mortali: lo ‘Sguardo’ che vede la grande e potente scacchiera sbriciolarsi, cadere a pezzi).
Tuttavia Leopardi, identificando il non essere (delle cose) e l’esser “cosa che non è cosa”, è in qualche modo in procinto di voltare il capo verso le stelle. Ma senza saperlo. Il Terzo Giocatore, infatti, ha già mostrato che il risultato dell’annullamento non è il puro nulla, il nulla in quanto tale, ma è l’esser nulla ‘da parte della cosa che è diventata nulla’. Questo risultato non è il ‘nulla’ che è nulla, bensì la ‘cosa’ che è nulla, Il ‘non-nulla’ che è nulla: è appunto ‘la cosa che non è cosa’, il non essere ‘della cosa’. La contraddizione abissale del divenire sta sotto agli occhi di Leopardi, in qualche modo egli l’ha snidata, ma senza saperlo, quindi non la vede. Crede anzi che sia l’unico “bene”.
Non la può vedere, carico com’è della fede che l’annullamento delle cose uscite dal nulla sia l’evidenza assolutamente non smentibile. Egli è ‘in qualche modo’ in procinto di voltare il capo verso le stelle, perché questa imminenza rimane congelata. Non volta il capo perché non gli è possibile negare l’evidenza del diventar altro e affermare l’eternità di tutto. E d’altra parte è ‘in procinto’ di voltarlo: sia perché le contraddizioni dell’esistenza, che egli scorge, le intende come conseguenza dell’andare nel nulla da cui l’esistenza proviene; sia perché, lo si è appena rilevato – vede che il nulla in cui le cose vanno e da cui vengono è il ‘loro’ nulla, vede che il non essere, implicato dal divenire, è identico all’esser “cosa che non è cosa”.
Pensare l’assurdo ‘come esistente’ e il nulla ‘delle cose’ significa portarsi in uno degli estremi avamposti fino ai quali l’essenza del nichilismo può spingersi rimanendo tale: oltre di essi questa essenza entrerebbe in un territorio dove sarebbe costretta a svanire. Non potrebbe nemmeno riconoscere la propria Follia, perché sarebbe il destino a mostrarla, giacché solo il destino potrebbe mostrarla come verità.
Per questo si può dire che se il Giocatore Nero è infinitamente lontano dal Terzo Giocatore, del Terzo Giocatore egli è anche un interlocutore privilegiato. Gli è in qualche modo vicino. Chi è sceso nelle estreme profondità della Terra si è allontanato dal Cielo. Ma, se avesse proseguito ancora, e avesse quindi rovesciato il capo, le stelle avrebbe infine potuto giungere a rivederle, lasciando cadere a terra le sue vesti nere e lasciando apparire il destino della verità, che eternamente appare.
(Emanuele severino, In viaggio con Leopardi. La partita del destino dell’uomo, Rizzoli, Milano 2015, pp. 219-221).