Massimo DONA’, Inaugurale Sacralità. Arte, religione e totemismo, in Le parole dell’Essere. Per Emanuele Severino, a cura di Arnaldo Petterlini, Giorgio Brianese, Giulio Goggi, Bruno Mondadori editore, 2005, pagine 201-220

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Il tema del quadro nel quadro, un vero e proprio topos della raffigurazione scientifica fiamminga, dalla pagina facebook ALÉTHEIA

Alétheia

Il tema del quadro nel quadro, un vero e proprio topos della raffigurazione scientifica fiamminga (si veda “L’Allegoria dei sensi della Vista e dell’Olfatto”, di Rubens e di Brueghel il Vecchio, datato 1618), è magistralmente rielaborato in due straordinari capolavori di Velazquez: “Las Meninas” (1656), innanzitutto, dove il Nostro intreccia i livelli di rappresentazione in un inestricabile fraseggio (che ispirò belle pagine di Foucault), che ha uno dei suoi sfoghi naturali nello specchio, ritratto sul fondo dello studio del pittore, che riflette i due committenti; e “Le filatrici – o la favola di Aracne”, risalente agli anni 1655-1657, dove la pittura dello Spagnolo, che assomma in sé il realismo ispanico, mistico e grave, quello italico, lirico ed ideologico, e quello diottrico dei Paesi Bassi, gioca una nuova partita in questo complesso sistema di “rappresentazioni di rappresentazioni”, arrivando a riprodurre il “Ratto d’Europa” di Rubens (1628) sul fondo del dipinto, nel cuore esatto della scena.Nel ‘900, nella grande corsa delle avanguardie, l’idea del quadro nel quadro è recuperata da De Chirico, che, dopo alcuni disegni quali “Il Filosofo ed il Poeta” (1914), regala una nuova e completa dignità al tema in “Interno metafisico (con grande officina)”, del 1916. Esso tema, che a partire dal Nostro (per la sua influenza sui salotti intellettuali ed artistici di tutta europa) si fa sempre più presente nel panorama artistico dell’avanguardia (si pensi al Dalì di “Les Plaisirs illuminés”, del 1929), si impone addirittura come la più paradigmatica descrizione della condizione umana nell’omonimo dipinto di Magritte (“La Condition humaine”, 1933) – che ci racconta, attraverso la sua opera, l’invalicabilità della rappresentazione coscienziale nel nostro fare esperienza. Scrive Magritte: «Misi di fronte a una finestra, vista dall’interno d’una stanza, un quadro che rappresentava esattamente la parte di paesaggio nascosta alla vista del quadro. Quindi l’albero rappresentato nel quadro nascondeva alla vista l’albero vero dietro di esso, fuori della stanza. Esso esisteva per lo spettatore, per così dire, simultaneamente nella sua mente, come dentro la stanza nel quadro, e fuori nel paesaggio reale. Ed è così che vediamo il mondo: lo vediamo come al di fuori di noi anche se è solo d’una rappresentazione mentale di esso che facciamo esperienza dentro di noi».