Luciano Tomagè, I DUE SGUARDI DI GIANO

I DUE SGUARDI DI GIANO
L’antico dio romano Giano “bifronte” volgeva lo sguardo in avanti e all’ indietro, cioè verso il futuro e verso il passato. Nelle sapienze che nutrono la storia del mortale in questa landa desolata che è l’ Occidente, l’ immagine del dio Giano esprime un valore simbolico di grande pregnanza ontologica, poichè il passato e il futuro rappresentano gli estremi punti di contatto con le cose che oscillano tra l’ essere e il nulla rispetto al presente. In altre parole, la testa bifronte di Giano è il simbolo del tempo e della dominazione sul tempo che lo sguardo divino, lo sguardo dell’ eterno, intende esercitare.
La forma alienata della verità prende corpo nelle sapienze dei mortali che abitano il tempo e che percorrono (inconsapevolmente) il sentiero della notte alla ricerca di un farmaco per la loro malattia terminale. Giano è un rimedio simbolico per la ferita originaria insaputa, quella della verità. E lo sguardo in avanti e all’ indietro del dio Giano è la testimonianza simbolica di una fede essenziale che costituisce il mortale, la fede nella capacità di dominare l’ oscillazione delle cose tra l’ essere e il nulla, cioè il divenire altro di tutte le cose del mondo, se ci si identifica allo sguardo dell’ eterno, allo sguardo divino. La felicità, per il mortale che vive lungo i millenni, consiste nel premio di questa virtù fondamentale: il sapere assoluto, sciolto dalle catene del divenire.
Fino a due secoli fa, la filosofia è stata la pratica di questa virtù, meglio: ha inteso esserlo. Allora concludiamo sul significato dell’ immagine bifronte del dio, dicendo che:
se il suo senso simbolico testimonia della Follia del mortale che ha fede nel dominio metafisico sul tempo e che questa fede è possibile solo sul fondamento di una fede più originaria che è quella nel divenire altro delle cose, allora l’ immagine bifronte del dio Giano si offre anche ad un’ altra interpretazione che non soggiace alla persuasione dei mortali ma che indica la direzione dell’ altro sguardo, dell’ altra fronte del dio, la direzione del destino che siamo veramente. Non del tempo in cui abitiamo come mortali, che è appunto il tempo del nulla essenziale che lo costituisce all’ interno della sua Volontà, della sua fede.
L’ ALTRO VOLTO del dio Giano è una traccia che il destino lascia sul corpo martoriato della Terra isolata, un segno che traccia il solco dove piantare il seme della verità. L’ altro sguardo di Giano è opposto al suo opposto, è altro dal suo altro, è lo sguardo che vede l’ apparire dell’ apparire dell’apparire della verità. Una traccia del destino che ci indica in quale misura la dolorosa lacerazione nel petto del mortale si consuma: si, perchè il “mortale” è una forma essenziale dell’ alienazione nichilistica della verità ma vive insieme all’ altro sguardo, quello dell’ apparire del destino. Di più: il mortale appare SOLO alla luce della Verità del destino, che ne rappresenta il fondamento incontrovertibile della sua smentita.
Uno sguardo nega l’ altro, ecco. Gli sguardi opposti sono uniti nell’ apparire della verità, che siamo noi. All’ interno di questo orizzonte si colloca il nulla del divenire altro che appare all’ altro sguardo e che, nella testa dei mortali occupa l’ intero spazio della prospettiva.
Così va il destino, ha bisogno dell’ errore per confermare la sua verità e la necessità che il suo contenuto sia necessario, non contingente! Contingente, libero, precario, transeunte, è invece tutto ciò che appare all’ altro sguardo, quello del mortale che portiamo dentro ineliminabilmente. INELIMINABILMENTE.

daAmici di Emanuele Severino | Facebook

“Penso alla dimensione fenomenologica dell’ essere e all’ immediatezza della sua esperienza da parte del soggetto, dell’ individuo … “, testo di Luciano Tomagè, segnalato da Vasco Ursini all’interno del gruppo facebook “Amici di Emanuele Severino”

Questo è un post di Luciano Tomagè

Penso alla dimensione fenomenologica dell’ essere e all’ immediatezza della sua esperienza da parte del soggetto, dell’ individuo.
Ebbene, il dato immediato della realtà fenomenica non può che essere frainteso dalla coscienza dell’ individuo, immerso nel senso comune, cioè nella fede di essere innanzitutto un individuo, e di essere separato dal nesso necessario col Tutto.
E questo accade anche alla coscienza filosofica immersa nel nichilismo inconscio della fede nel divenire dell’ essere, fin dalle origini greche
Alla coscienza dell’ individuo che vive l’ esistenza immersa nella fede dell’ io, dell’ individualità, della “soggettività”, a tale coscienza appare il senso della realtà come un susseguirsi di attimi divenienti, cioè che oscillano tra l’ essere e il nulla e che come destinazione finale hanno il Nulla. Mentre la dimensione fenomenologica dell’ essere e l’ immediatezza della sua coscienza da parte del destino che io sono insieme a tutte le cose connesse, testimonia un’ altra realtà, la realtà dell’ eterno che scompare nella scia della memoria, obliandosi in tutto o in parte, ma rimanendovi una volta per tutte. Testimonia la realtà dell’ eterno che ora sopraggiunge apparendo insieme a cio’ che va via via scomparendo.
L’ anima dell’ individuo contrasta l’ anima del destino che io in verità sono, ed è quest’ ultima la dimensione originaria dell’ uomo. Originaria dell’ uomo in quanto egli è la coscienza trascendentale della natura, (in linguaggio leopardiano), della terra (in linguaggio severiniano). La nostra vita è doppia perche’ rispecchia il destino della verità, la quale si afferma sull’ errore (e proprio perchè ne è il fondamento).
La nostra vita è doppia e doppia ce la teniamo, questa nostra vita, se capiamo che la felicità e la tristezza, le luci della ribalta o l’ oscurità della depressione, appartengono alla volonta e alla fede di quell’ individuo separato dal tutto. E che questa fede, che non guarda mai in faccia la verità della necessità e crede di essere libera nel suo arbitrio di volere o non volere, vive del riflesso della luce fissa che le sta alle spalle.

Vasco Ursini segnala: Per intenderci: solitudine o socialità, risposta di Luciano Tomagè ad un commento di un iscritto al gruppo “Amici di Emanuele Severino

Per intenderci: solitudine o socialità, illuminazione e oscurità, uomo e Dio, idea e realtà, sono tutte parole del nichilismo, la cui lontananza dalla Verità (quindi la cui alienazione della verità) è misurabile solo e soltanto alla luce del destino della necessità.

(Risposta di Luciano Tomagè ad un commento di un iscritto al gruppo “Amici di Emanuele Severino)

ANCORA SULLA VOLONTA’/FEDE, di Luciano Tomagè, con una nota di Vasco Ursini

ANCORA SULLA VOLONTA’/FEDE

La forma del mortale è la Volontà. Noi, in quanto mortali, siamo individuazioni di questa forma, e come tali, contenuto di questa forma. Il mortale, cioè, è avvolto dalla Volontà.
La Volontà si esprime nell’ azione, nella prassi, nel processo infinito di decisioni (conscie e/o inconscie) che accompagnano la nostra vita.
Ora, tale Volontà presiede la logica dell’ azione individuale, cioè coordina mezzi in vista di scopi, dove tali scopi rappresentano un cambiamento, un alterazione dello stato di cose presenti prima dell’ azione.
Ciò significa che la Volontà possiede la certezza del tentativo di ottenere lo scopo, cioè di cambiare lo stato di cose esistenti. La Volontà è convinta di poter fare e, facendo, cambiare lo stato di cose non voluto, di poterlo alterare in modo conforme ai suoi desideri, alle sue preferenze, ai suoi voleri, alle sue pretese, al suo arbitrio….
La forma del mortale è una forma essenziale della nostra origine perchè esprime appunto l’ essenza del Nulla assoluto, come ogni fede del resto. Ogni fede che pure accade, ha un contenuto nullo, autonegantesi. Ma le fedi accadono, il mondo è una fede, dio è una fede….tutte fedi e ciascuna con un suo specifico contenuto. Come la Volontà. La Fede è Volontà, Volontà di potenza.
Ora la Fede, oppure la Volontà, accade innegabilmente. In questo senso, essa è essenziale, cioè occorre alla struttura originaria della Verità in quanto contraddizione necessaria, e come tale autonegantesi. Il Nichilismo è propriamente la positiva significazione di questa fede nel divenire altro, di questa volontà che le cose si trasformino: una Volontà che contraddice la Verità dell’ Essere, appunto. Verità che afferma l’ eternità di ogni cosa.
Questa contraddizione è destinata a portare il mortale oltre ogni limite mai superato prima, tranne che la morte. Perchè la morte è il contenuto della vita del mortale anche nel prossimo futuro di un mondo tecnocratico. Nel suo inconscio il mortale porta tutta la colpa del peccato d’ origine….volere la potenza, cioè illudersi circa la sua esistenza, contraddicendo la Verità dell’ essere. La Volontà che ha fede nel divenire altro delle cose del mondo è la necessaria negazione della Verità dell’ essere che ne afferma invece l’ eternità.
La forma dell’ uomo in quanto cerchio dell’ apparire finito del Destino avvolge la forma del mortale, la contiene strutturalmente già da sempre.


nota di Vasco Ursini:

Anche questo scritto di Luciano Tomagè conferma la sua straordinaria capacità di porsi nello sguardo della verità del destino e di darne chiara testimonianza con mirabile livello di possesso ed uso del mezzo linguistico. Lo scritto merita pertanto di essere collocato nel mio blog dedicato al pensiero filosofico di Emanuele Severino.

Luciano Tomagè, Forma e contenuto della Volontà, già pubblicato in gruppo facebook amici di Emanuele Severino, 14 settembre 2018

Forma e contenuto della Volontà.

Nella nostra “vita” di “poveri mortali”, nella nostra “vita” da “poveri mortali”, accadono alcuni eventi che ci portano vicini al senso della Verità, momenti in cui ci appare un senso che poi, via via, si allontana nella nebbia e che infine ci sfugge.
Anche rivolgendoci alla fonte della sapienza, ai testi sacri del sapere religioso, poetico, filosofico, ci capita di sentire tutto il peso del dubbio che grava sulla Verità. Cosa possiamo farci?
Ebbene occorre portarsi oltre la “vita” del “povero mortale” per riconoscerne l’ intimo peccato, la colpa o quantomeno la mancanza di innocenza. E cominciare a mettere in discussione il fondamento per cui la “vita” del “povero mortale” sarebbe l’ evidenza prima dell’ essere reale, l’ immediatezza del fenomeno, il fondamento originario inoltrepassabile.
La nostrra consapevolezza è che all’ interno della dimensione alienata della Verità, testimoniata dall’ Occidente come patria del Nichilismo (e dove si svolge la “vita” del “mortale” dominata dalla fede nel divenire), la nostra consapevolezza è che non si sfugge alla Volontà, cioè che la Volontà costituisce l’ intima natura, l’ essenza del “mortale”. Siamo immersi nel volere (la potenza). La nostra FORMA, in quanto mortali, è la Volontà.
Però, portandoci oltre la condizione alienata del nichilismo che avvolge la “vita” del “mortrale”, l’ accadimento della volontà che pure è inevitabile, può essere messo in discussione quanto ai suoi CONTENUTI, tutt’ altro che inevitabili.
In altre parole, se la Volontà è un ente necessario in quanto strutturato originariamente come contraddizione della Verità del Destino, i molteplici contenuti di tutte le sue individuazioni, in primis il “mortale”, sono contenuti nulli, sono niente.
Ora, mentre il “mortale vive la sua vita” attribuendo ad essi il massimo valore, colui che si è portato oltre la sfera del Nichilismo che avvolge la Terra, ne mette in discussione il fondamento e ne svela infine la loro natura illusoria, il loro positivo significare “nulla”.
Ecco cosa rimane da “fare” nella “vita” di noi “mortali”: mettere in discussione il CONTENUTO della Volonta, in quanto distinto dalla FORMA che l’ avvolge.
Ma per me l’ inizio si può rimandare anche a domani eh…oggi è il giorno del mio compleanno e faccio festa

NEGARE LA CONTRADDIZIONE, di Luciano Tomagè, in Amici di Emanuele Severino

Nella storia dell’ uomo, segnata all’ origine dal Nichilismo preontologico (mitico-religioso, magico-alchemico) e ontologico (filosofico-epistemico), la coscienza appare quando viene testimoniata la volontà di negare la contraddizione. Quando cioè il pensiero compie il primo passo verso quel principio che poi troverà esplicita formulazione nella metafisica di Aristotele e che viene tramandato nel corso dei secoli, dei millenni, come “principio di identità o di non contraddizione”.
A questo stadio aurorale della coscienza, l’ uomo rifiuta l’ indeterminazione dei propri atti e configura l’ agire come attività cosciente che coordina mezzi in vista di scopi determinati. Nega che il diverso sia identico.
In fondo, si tratta della sua salvezza, della sua sopravvivenza nella selva oscura che gli si para dinanzi.
Ogni cosa comincia ad essere intesa come determinata in quanto tale, perciò differente dalle altre. La Natura comincia ad essere vista come la manifestazione di una molteplicità di cose. Tra esse, alcune potenze naturali sovrastanti, a cui attribuire un valore sacro e salvifico. E tanti miti dell’ Origine richiamano la metaforfosi, la morte e lo smembramento del Dio come causa/potenza produttiva del mondo nella molteplicita’ delle suoi regni, delle sue forme.
Quando la coscienza umana saprà esprimere la testimonianza del valore della Verità, comincerà ad apparire anche il senso della sua contraddizione, cioè dell’ errore, dell’ inganno, della mistificazione della Verità, della sua alienazione.
Nella storia dell’ uomo, il liguaggio ontologico della filosofia greca segna fin dalle origini l’ alienazione della Verità. La più radicale perchè appunto riguarda il valore più alto di tutta la sapienza – e si tratta di un valore proprio perchè è in grado di assicurare una forma di salvezza alla vita dell’ uomo superiore a quella già offerta dal mito e dalla religione. Questo sapere assoluto ha un contenuto eminente che sarà l’ oggetto della Metafisica nel corso dei secoli, dei millenni. E questo contenuto è l’ Essere. E l’ ente in quanto ente. La cosa in quanto cosa, ontologicamente determinata. L’ ente e non altro da se’, non alienato a se’ stesso.’.
Il passaggio dal nichilismo Parmenideo (che per negare la contraddizione della verità dell’ Essere, condanna al Niente il molteplice dive-niente che appare e di cui pure facciamo esperienza), al nichilismo platonico-aristotelico (che per negare la contraddizione della verità salva il mondo, il molteplice diveniente di cui pure abbiamo esperienza, nell’ ordine di una perenne oscillazione tra l’ Essere e il Nulla) è il passaggio decisivo. Parmenide scioglie il legame necessario dell’ ente all’Essere e così facendo condanna al niente dell’ illusione l’ esperienza del mondo. Platone scioglie il legame dell’ ente al Niente (a cui lo aveva condannato Parmenide) ma non lega secondo necessità l’ ente all’ Essere, bensì secondo l’ ordine del Tempo. Con l’ Occidente si apre la vicenda del mortale in quanto coscienza ontologica della vita e della morte di tutte le cose. Nelle pagine del “Sofista” emerge la testimonianza di questa coscienza filosofica giunta alla soluzione di un paradossale rebus metafisico.
Ora, la coscienza filosofica della verità epistemica, che permane nella tradizione occidentale fino a due secoli fa e poi crolla lasciando in superficie al vitalismo e alla prassi scientifica la parola ma coltivando sottotraccia le mosse dello scacco matto alla tradizione, attraversa una prima fase in cui la negazione della contraddizione si fonda sulla verità dell’ Essere, cioè di quel valore eterno ed immutabile che la parlola “sacro” sintetizza bene. Mentre invece nella seconda fase di questa coscienza filosofica, da un paio di secoli appunto, la negazione della contraddizione è operata sul fondamento del divenire, come dimensione non smentibile dell’ esperienza, come fondamento di verità. AFFERMARE LA VERITA’ DEL DIVENIRE SIGNIFICA NEGARE LA CONTRADDIZIONE DEL SACRO E DEL DIVINO IN QUANTO ETERNI CHE ENTIFICANO IL NULLA DEL FUTURO.
La lettura severiniana di questo processo storico-fenomenologico della coscienza filosofica dell’ Occidente offre una visione orientata verso la progressiva coerentizzazione della Follia, cioè dell’ errore, dell’ alienazione della verità. La negazione della contraddizione si fa coerente poichè la logica del divenire si sbarazza di quell’ ente privilegiato che è l’ Iperuranio come luogo delle idee eterne, di Dio e di tutti i valori eretti a diga del fiume della vita, e afferma la verità del divenire trascendentale. La crisi in atto nel mondo è il riflesso mondano di questo sommovimento epocale, il passaggio inevitabile dall’ epoca della verità dell’ eterno all’ epoca dell’ attimo fuggente sottoposto alla previsione scientifica dell’ apparato tecnico totale. Abbiamo detto passaggio inevitabile sempre secondo il senso “debole” che la necessità acquista all’ interno della fede nel divenire, che del Nichilismo è l’ essenza e del mortale l’ alienazione essenziale. E senza considerare che la civiltà della Tecnica che avanza ancora non raggiunge il grado di coscienza avanzato (il sottosuolo del pensiero, secondo il linguaggio di Severino), che gli garantisca di diritto, e non soltanto di fatto, la vittoria nello scontro con le altre fedi politiche, economiche, religiose. Prendendo coscienza di ciò su cui si fondano le ragioni del suo dominio, il Superuomo moderno, l’ apparato tecnoscientifico cioè, libera tutte le sue risorse di potenza. Percio’ la Tecnica deve imparare a negare con verità la contraddizione di qualsiasi immutabile, di qualsiasi dio che pretenda l’ eternità nell’ orizzonte del divenire trascendentale, per accedere al grado filosofico della coscienza di se’ e della legittimità del suo primato al dominio, in quanto culmine della volontà di potenza.

via (2) Amici di Emanuele Severino

PER CAPIRE COME E QUANTO SIA IMPOSSIBILE, CIOE’ SIA NECESSARIO CHE NON ACCADA … di Luciano Tomagè, già pubblicato in Amici di Emanuele Severino

PER CAPIRE COME E QUANTO SIA IMPOSSIBILE, CIOE’ SIA NECESSARIO CHE NON ACCADA, liberarsi dalla Volontà che ci tiene in pugno dalla nascita alla morte e che costituisce la fonte originaria di tutti i nostri mali, basti pensare alla struttura elementare della niostra vita. Già dicendo “vita”, si sta parlando di quella “Volontà di vita” che anima ogni individuo delle varie specie che compongono l’ immensità della Terra, ad ogni stadio evolutivo della propria esistenza.
Il presunto “fatto” che la vita sia “animata” da una scintilla che si accende e si spegne in un infinito processo naturale, costituisce la nostra persuasione fondamentale, la fede del mortale in quanto tale, cioè in quanto “volontà di vita”.
Allora, perchè sosteniamo che sia impossibile liberarcene? Rispondiamo.
Innanzi tutto perchè la vità è prassi, azione pratica.
In ogni momento della nostra vita noi siamo sempre accompagnati dalla volontà di “decidere” l’ azione attuale. Siamo sempre immersi in questo flusso di decisioni, azioni e reazioni, da soli o in compagnia, di notte e di giorno. Interiormente ed esteriormente, Ebbene, cio’ che ci costituisce in quanto individui è proprio questa volontà che si individua in ciascuno di noi, come unità separata dalle altrui volontà. E’ QUESTA VOLONTA’ CHE DECIDE. E questo grado di separazione originario si specifica nella prassi dell’ azione quotidiana, dove ciascun individuo si trova contrapposto ad ogni altro, in quella che Eraclito sosteneva essere, appunto, la legge trascendentale della “vita”, il polemos. La contrapposizione è contrapposizione di scelte, decisioni, abitudini, volute coscientemente o inconsciamente, ma comunque decisioni prese nel contesto della vita pratica. Con l’ apparire della Volontà, che si inoltra insieme alla totalità della Terra nel cerchio dell’ apparire e si individua in ogni ente, si apre il regno della Possibilità al mortale, il regno della Libertà, ma nondimeno questa libertà si gioca sempre dentro l’ orizzonte finito della sua propria esistenza.
La Terra, con quell’ ente che appare originariamente nel cerchio finito dell’ Io e che è appunto la Volontà, rimane isolata dalla struttura del Destino che la accoglie e ne fonda la contraddizione (di se stesso) . Può sembrare un paradosso, ma è la Verità a fondare l’ errore che avvolge la Terra come una cappa di alienazione.
Orbene, il mortale, ciascuno di noi, vive e decide all’ oscuro della Verità che governa fatalmente la legge della Terra e che gli si oppone come il giorno alla notte.
Il mortale percorre il sentiero della notte inevitabilmente poichè lo percorre eternamente, cioè la Volontà che lo anima nella sua sete di vita è un ente eterno. Abbiamo appena detto che al di là della presunzione del mortale, la Terra è governata dalla legge del Destino. La legge del Destino stabilisce che tutto è eterno, ogni ente. E la Volontà è un ente al pari di tutti gli altri enti eterni. E’ un ente necessario, oltre che eterno. Ma anche poichè è eterno.
E’ un ente necessario alla Verità, per determinarne l’ alterità, per costituire la struttura originaria di relazione tra gli opposti fondamentali: verità e volontà. Il contenuto eminente della Verità è la Necessità. Il contenuto eminente della Volontà è il Possibile (la libertà, la contingenza della scelta e della decisione nell’ atto della realizzazione pratica).
Rimane da introdurre il senso dell’ agire pratico, la struttura dell’ azione umana, per chiudere il giro di concetti.
La struttura fondamentale dell’ azione consta del suo scopo determinato che la definisce in quanto tale, e degli strumenti mobilitati dalla volontà cosciente di realizzarlo. Ora, ogni nostra azione è indirizzata ad uno scopo che realizza il nostro desiderio, il contenuto specifico della nostra volontà. L’ individuo, in altre parole, è SEMPRE ATTIVO nello stabilire attimo dopo attimo la coincidenza dello stato di cose reale alla conformazione del suo volere. E’ implicito, in questo comune modo di pensare, che la realtà del mondo sia disponibile, al cambiamento e alla trasformazione, in un senso determinato dalla nostra Volontà, in tutto o in parte. La Volontà di potenza sul Mondo, presuppone un mondo disponibile al cambiamento e alla trasformazione “realisticamente” volute.
Tiriamo le somme: noi agiamo sempre, la vita è azione, come ci insegnano le filosofie vitalistiche da più d’ un secolo a questa parte, e ogni azione ha uno scopo ( che la qualifica). Questo scopo è coerente alla logica del pensiero ALIENATO DEL MORTALE che crede nel divenire altro. Cioè adotta, anche per se’ stesso, la regola che il mondo sia un processo di trasformazione nichilistica dell’ Essere, dove cioè ne va dell’ Essere (L’ Essere va nel Nulla).
Noi siamo questo contrasto tra la Volontà e la Necessità, che costituiscono le polarità della struttura originaria della verità e questo nostro petto lacerato dalla separazione di ciò che è necessariamente unito all’ origine per l’ eternità, attende la fine del dolore e dela morte, il tramonto di ciò che, essendo il contenuto di una fede (ed essendo questa fede un contenuto della Terra), è necessario che tramonti. Il tramonto della fede nel divenire, che è l’ essenza del Nichilismo (la patria dell’ Occidente) è atteso dal Destino che batte nel nostro petto come il cuore della Verità.

via (7) Amici di Emanuele Severino

I DUE SGUARDI DI GIANO, Luciano Tomagè, pubblicato nel gruppo fb amici di Emanuele Severino

I DUE SGUARDI DI GIANO

L’antico dio romano Giano “bifronte” volgeva lo sguardo in avanti e all’ indietro, cioè verso il futuro e verso il passato. Nelle sapienze che nutrono la storia del mortale in questa landa desolata che è l’ Occidente, l’ immagine del dio Giano esprime un valore simbolico di grande pregnanza ontologica, poichè il passato e il futuro rappresentano gli estremi punti di contatto con le cose che oscillano tra l’ essere e il nulla rispetto al presente. In altre parole, la testa bifronte di Giano è il simbolo del tempo e della dominazione sul tempo che lo sguardo divino, lo sguardo dell’ eterno, intende esercitare.

La forma alienata della verità prende corpo nelle sapienze dei mortali che abitano il tempo e che percorrono (inconsapevolmente) il sentiero della notte alla ricerca di un farmaco per la loro malattia terminale. Giano è un rimedio simbolico per la ferita originaria insaputa, quella della verità. E lo sguardo in avanti e all’ indietro del dio Giano è la testimonianza simbolica di una fede essenziale che costituisce il mortale, la fede nellla capacità di dominare l’ oscillazione delle cose tra l’ essere e il nulla, cioè il divenire altro di tutte le cose del mondo, se ci si identifica allo sguardo dell’ eterno, allo sguardo divino. La felicità, per il mortale che vive lungo i millenni, consiste nel premio di questa virtù fondamentale: il sapere assoluto, sciolto dalle catene del divenire.
Fino a due secoli fa, la filosofia è stata la pratica di questa virtù, meglio: ha inteso esserlo. Allora concludiamo sul significato dell’ immagine bifronte del dio, dicendo che:
se il suo senso simbolico testimonia della Follia del mortale che ha fede nel dominio metafisico sul tempo e che questa fede è possibile solo sul fondamento di una fede più originaria che è quella nel divenire altro delle cose, allora l’ immagine bifronte del dio Giano si offre anche ad un’ altra interpretazione che non soggiace alla persuasione dei mortali ma che indica la direzione dell’ altro sguardo, dell’ altra fronte del dio, la direzione del destino che siamo veramente. Non del tempo in cui abitiamo come mortali, che è appunto il tempo del nulla essenziale che lo costituisce all’ interno della sua Volontà, della sua fede.
L’ ALTRO VOLTO del dio Giano è una traccia che il destino lascia sul corpo martoriato della Terra isolata, un segno che traccia il solco dove piantare il seme della verità. L’ altro sguardo di Giano è opposto al suo opposto, è altro dal suo altro, è lo sguardo che vede l’ apparire dell’ apparire dell’apparire della verità. Una traccia del destino che ci indica in quale misura la dolorosa lacerazione nel petto del mortale si consuma: si, perchè il “mortale” è una forma essenziale dell’ alienazione nichilistica della verità ma vive insieme all’ altro sguardo, quello dell’ apparire del destino. Di più: il mortale appare SOLO alla luce della Verità del destino, che ne rappresenta il fondamento incontrovertibile della sua smentita.
Uno sguardo nega l’ altro, ecco. Gli sguardi opposti sono uniti nell’ apparire della verità, che siamo noi. All’ interno di questo orizzonte si colloca il nulla del divenire altro che appare all’ altro sguardo e che, nella testa dei mortali occupa l’ intero spazio della prospettiva.
Così va il destino, ha bisogno dell’ errore per confermare la sua verità e la necessità che il suo contenuto sia necessario, non contingente! Contingente, libero, precario, transeunte, è invece tutto ciò che appare all’ altro sguardo, quello del mortale che portiamo dentro ineliminabilmente. INELIMINABILMENTE.

Luciano Tomagè, “L’INAMOVIBILE”, pubblicato su indicazione di Vasco Ursini, e tratto dal gruppo facebook Amici di Emanuele Severino, 20 aprile 2018

Luciano Tomagè riprende qui, sviluppandolola con assoluta competenza, una questione essenziale più volte da lui affrontata in alcuni dei suoi diversi aspetti: la questione delle due anime che abitano nel nostro petto in lacerante contrasto tra loro: una di esse nascosta, l’altra manifesta, anche se solo parzialmente. Scritto importante dunque, che va trasferito nel blog.

“L’ I N A M O V I B I L E”
VOLEVO PORRE BREVEMENTE L’ ATTENZIONE SULLA REALTA’ DELLA NOSTRA VITA. SU QUEL MODO PARTICOLARE DI DETERMINARE IL FENOMENO CHE CHIAMIAMO “VITA” E CHE E’ IL MODO “REALE” – IL MODO CHE CI AVVOLGE FIN DALL’ INIZIO DI OGNI NOSTRA STORIA.

Ebbene, la nostra vita è nè più nè meno la nostra volontà. La nostra vita, cioè, si identifica totalmente, senza alcun residuo, con la nostra volontà. Con la volontà di cui ha parlato e parla la filosofia e la scienza, la religione e il senso comune. La volontà. Ecco, la volontà, che è la nostra vita, è la contraddizione della verità.

Cosa significa tutto questo? Che l’ errore in cui consiste la vita appare solo sul fondamento che sostiene la verità. La verità è ciò rispetto a cui la vita si costituisce come errore, cioè come ciò che intende prevalere sulla verità e spodestarla dal suo trono. La vita, infatti, è identificata dalla volonta che anima l’ individuo nel divenire altro del “mondo”. Tale divenire è il contenuto della forma di alienazione fondamentale della verità, perchè è una fede che coltiva il dogma del divenire altro, ma a sua insaputa. Sul piano cosciente, l’ individuo “uomo” rimuove il senso nichilistico di questa interpretazione di ciò che appare e ne sostiene l’ originaria verità, supponendone l’ evidenza fenomenologica.

E’ per questo che l’ errore fondamentale dell’ “uomo” sta nella fede di essere anche lui parte del processo che trasforma l’ essere in un incessante divenire altro da se’.

Ora, occorre riflettere su ciò che noi siamo realmente al di la di questa convinzione, occorre cioè considerare l’ ampiezza dello spettro in cui si colloca il destino che noi in verità siamo, rispetto all’ arco di orizzonte descritto dalla nostra “vita” di mortali, dalla “nostra vita mortale”. Ebbene il contrasto tra lo spettro infinito del destino e quello ristretto del mortale, la volontà di sottrarre al destino la parola di verità da parte della volontà del mortale, sta nell’ opposizione tra la libertà che la volontà crede propria e la necessità che è propria del destino. La necessità, in altre parole, è il contenuto del destino, cioè il modo in cui la verità si struttura originariamente, mentre la libertà è il contenuto della volontà, cioè il modo in cui l’ errore crede di poter contraddire la verità del destino. Siamo oggi al culmine di questa fede che rappresenta l’ essenza del nichilismo, cioè l’ alienazione essenziale del modo di intendere la verità, ovverosia il destino della necessità.

L’ inamovibile.

“La vicenda sterminata dell’ “uomo” sulla faccia della terra può essere ricondotta ad un assioma fondamentale: la fede nel divenire. Ciò significa che la fede nel divenire costituisce il tratto che lega le diverse fasi di sviluppo … “di Luciano Tomagè

La vicenda sterminata dell’ “uomo” sulla faccia della terra può essere ricondotta ad un assioma fondamentale: la fede nel divenire. Ciò significa che la fede nel divenire costituisce il tratto che lega le diverse fasi di sviluppo dell’ intera vicenda, dando loro un senso unitario.

La fede nel divenire rappresenta cioè il denominatore comune alle diverse epoche del Nichilismo. In altre parole, la fede nel divenire rappresenta l’ essenza del Nichilismo, il quale si esprime in termini ontologici soltanto ad un certo punto di quella vicenda.

Da quel punto, cioè dalla filosofia greca, possiamo dire che inizia la storia del mortale e possiamo distinguerla dalla sua preistoria. L’ essenza del Nichilismo dunque, in quanto fede nel divenire, è l’ assioma fondamentale a cui è riconducibile tanto l’ epoca della magia, quanto quella del mito, quella della filosofia e infine quella della tecnica.

La fondazione filosofica del Nichilismo traccia certamente una differenza con le epoche precedenti che ancora ignorano il senso dell’opposizione tra essere e nulla, ma nondimeno esprime in termini di continuità l’errare dell'”uomo” sulla faccia della terra: il divenire magico mitico si esprime nei racconti e nelle leggende dei testi sacri della sapienza occidentale, dalla bibbia alle teogonie/cosmogonie pagane e politeiste (solo per fare gli esempi più noti), mentre il divenire ontologico si esprime nella Metafisica, cioè nella Scienza Prima, nella scienza dell’ ente in quanto ente, testimoniata dai primi filosofi greci. Dopo la fine della Metafisica, l’ eredità di questa fede spetta alla Tecno-scienza, cioè alla razionalità scientifica che ha abbandonato il valore epistemico della verità (di natura contemplativa) e affida ora alla prassi il compito di un dominio effettivo sull’ intera dimensione dell’ esistente.

Tutta questa vicenda ci dice che il terreno su cui l’ “uomo” ha innalzato e abbattuto tutti gli dei della tradizione, è costituito da una fede scambiata per evidenza: la fede, appunto, nel divenire altro da sé di tutte le cose.

Ora, come dice Severino, questa vicenda “errata” non costituirebbe un grosso problema se non fosse anche una vicenda “orrenda”, cioè se l’ errore del Nichilismo (espresso essenzialmente in questa fede), non fosse anche l’ “orrore” del Nichilismo, cioè tutto l’ immane volume di violenza e sopraffazione che contraddistingue la storia del mortale.

Perché la fede, in quanto tale, è Volontà e ogni volontà agisce in vista dei suoi scopi, persuasa di avere la capacità di raggiungerli, di avere la potenza di coordinare i propri mezzi per ottenere il voluto. Dunque il problema emerge dal fatto che il Nichilismo, lungi dal rimanere nell’astratto cielo delle idee, si cala nella realtà del mondo, della vita degli “uomini”, determina il senso pratico delle loro azioni.

Appare allora che l’ “uomo” di cui si parla è niente altro che una astrazione ideologica del pensiero alienato, il quale evita di nominarlo esplicitamente come mortale nella quotidianità dell’esistenza.

Ma è giunto il tempo di una seria discussione sulla vera essenza dell’ “uomo”, il tempo di riconoscere nell’ “uomo” l’ essenza della verità, cioè il suo destino, quello appunto di essere l’ apparire dell’ esser sé e non dell’altro da sé. È l’ ora di cogliere il senso abissalmente diverso che si apre quando la fede nel divenire tramonta e sorge il sole che illumina il sentiero del giorno.

La vicenda del mortale si racchiude entro le mura del Nichilismo, dentro un tempio abitato dal Dio del Nulla, testo di Luciano Tomagè

La vicenda del mortale si racchiude entro le mura del Nichilismo, dentro un tempio abitato dal Dio del Nulla. Un dio ignaro del Destino, che ha voluto giocare col mortale la partita del “mondo della vita”…l ha illuso, l ha preso per incantamento, e come in un arcano sortilegio, gli ha gettato addosso la luce ipnotica dell incantesimo. È destino che il mortale, che la vita del mortale, accompagni la traiettoria del destino ignorandola, rimuovendo nel proprio inconscio la sua verità, e che viva nell errore a sua insaputa. È destino che la verità del destino, cioè la sua necessità, sia contraddetta dalla non verità. È l’originario che si struttura secondo un principio che apre le porte del pensiero, il principio logico di non contraddizione. L’immediatezza logica dell essente è in grado di respingere la negazione della sua verità, che consiste nella sua necessita di essere. Eppure il mortale, che da questa struttura originaria si è separato e ignora la necessaria verità del destino (ripetiamolo:l’eternità di ogni cosa e di ogni attimo), il mortale vive nella convinzione che le cose divengano altro da sé stesse e scambia la fioca luce delle sue dimore, per la luce della Verità che invece abita le alture soleggiate del giorno e che irradia eternità in tutti i suoi sentieri.

Luciano Tomagè, “Al senso comune appaiono le cose del mondo. Questo significa che al senso comune appare il mondo nel suo divenire (altro da sé) ….” dal gruppo facebook Amici di Emanuele Severino 24 marzo 2018

Al senso comune appaiono le cose del mondo. Questo significa che al senso comune appare il mondo nel suo divenire (altro da sé). Cioè ancora, che le cose che divengono altre da sé stesse, appaiono al senso comune.

La coscienza filosofica che si solleva ad un punto di vista meno naturalistico, delle cose che appaiono coglie anche il loro apparire: l’ apparire del loro apparire.

La vetta dell’ autocoscienza scorge che anche l’ apparire dell’apparire appare: é l’apparire dell’apparire dell’apparire.

In questi tre momenti distinti di una unica immediatezza fenomenologia si realizza il destino dell’ uomo, oltre il tempo del mortale. La verità dell’ essere, la necessità del suo esser se stesso, testimonia dell’ eternità di quell’ ente eterno che è il suo apparire.

E questo apparire finito rimanda all’ apparire infinito del tutto, di cui il “mondo” evocato dal mortale con tutta la storia millenaria del nichilismo, è solo una punta di spillo al confronto


pubblicato nel gruppo facebook Amici di Emanuele Severino con questo commento di Vasco Ursini:

qui, Luciano Tomagè mostra tutta la sua capacità di saper scorgere ciò che appare nello sguardo del destino e di testimoniarlo con mirabile padronanza del mezzo linguistico

Nel “mondo”, parola con cui il mortale nomina la Terra senza verità, tutto ciò che accade viene interpretato alla fioca luce di una fede, testo di Luciano Tomagè, pubblicato nel gruppo facebook amici di Severino, a cura di Vasco Ursini

Nel “mondo”, parola con cui il mortale nomina la Terra senza verità, tutto ciò che accade viene interpretato alla fioca luce di una fede. Come fondamento, questa fede ha la contraddizione della verità (da cui ignora di essersi isolata), essendo appunto una fede. Si tratta della fede nel divenire altro dal nulla e nel nulla di tutte le cose nel corso della storia, del tempo. Ebbene, questa fede è intimamente vissuta da ogni uomo, che quindi entra in questo processo totale di trasformazione del mondo. E ci entra con la fede di essere anche lui parte della forza trascendentale che spinge il divenire (dal e nel nulla) di tutte le cose. La volontà di potenza, cioè la fede di esserne capaci, si individua in ciascun uomo e lo battezza come mortale. Il mortale vive convinto di possedere la capacità di indirizzare verso gli scopi voluti la prassi quotidiana. Non c è nessuno, tra gli uomini, che si sottragga a questo sortilegio, a questo incantesimo che imprigiona l’ io nello spazio della Terra isolata dalla Verità. Quando anche Dio muore, non resta che il dominio della tecnica e il mortale si trasforma in uno strumento utile e funzionale allo scopo della Volontà, cioè l incremento della potenza salvifica, totalmente, universalmente creativa e distruttiva. Quando invece comincia ad apparire questo isolamento, quando emerge e si manifesta l’isolamento in quanto tale, allora, non solo si tira via il sipario intessuto d’errore che la fede ha ordito e l’ io si scopre (essere) un destino, ma quell’ io, che nondimeno continua ad esistere, “vive la propria vita nel mondo” come di fronte al paradosso estremo, un teatro dell’assurdo molto ma molto più vivido di quello che ci consegnano le poetiche storiche d’avanguardia.


commento di Vasco Ursini

Scritto assai importante di Luciano Tomagè, in cui egli mostra tutta la sua capacità di muoversi con assoluta padronanza di contenuti e prospettive nell’ambito delle questioni essenziali della attuale riflessione filosofica. Con ciò egli si posiziona in una dimensione filosofica di assoluto valore, tutta proiettata a interpretare in modi abissalmente diversi da quelli della tradizione filosofica, ciò che appare.

Luciano Tomagè commenta il post:  “L’inconscio secondo Emanuele Severino”

 

La fede nel divenire appare e per la coscienza filosofica (ma anche religiosa, scientifica e del senso comune) dell’ Occidente è l’ evidenza suprema. Questa fede è connessa necessariamente alla sua radice, cioè al Nichilismo: ne è l’ essenza. Questa essenza rimane nascosta alla coscienza che il mortale ha di sé stesso e costituisce il fondo inconscio della sua alienazione fondamentale: quella della Verità dell’ Essere. Questo fondo inconscio dell’ Occidente (e dei mortali “abitatori del tempo”) è stato esplorato dalle punte più avanzate della coscienza filosofica e portato alla luce, ma rimane ancora un sottosuolo per gran parte della cultura contemporanea. Sotto questo strato di inconscio nichilistico, raggiunto da Leopardi, Nietzsche e Gentile, si situa l’ inconscio dell’ inconscio nichilistico. L’ inconscio dell’ inconscio nichilistico è il fondamento della verità, è il luogo della necessità dell’ esser-se’ dell’ essente e della sua impossibilità di diventare altro da sé: dell’ eternità dell’ ente in quanto ente.

Buongiorno Vasco, ero in vena di riepilogo

Sorgente: Amici a cui piace Emanuele Severino

post a cui si riferisce:

https://emanueleseverino.com/2017/10/08/linconscio-secondo-emanuele-severino-da-gabriele-pulli-freud-e-severino-moretti-e-vitali-editori-bergamo-2000-pp-63-66-citazione-proposta-da-vasco-ursini/