“Penso alla dimensione fenomenologica dell’ essere e all’ immediatezza della sua esperienza da parte del soggetto, dell’ individuo … “, testo di Luciano Tomagè, segnalato da Vasco Ursini all’interno del gruppo facebook “Amici di Emanuele Severino”

Questo è un post di Luciano Tomagè

Penso alla dimensione fenomenologica dell’ essere e all’ immediatezza della sua esperienza da parte del soggetto, dell’ individuo.
Ebbene, il dato immediato della realtà fenomenica non può che essere frainteso dalla coscienza dell’ individuo, immerso nel senso comune, cioè nella fede di essere innanzitutto un individuo, e di essere separato dal nesso necessario col Tutto.
E questo accade anche alla coscienza filosofica immersa nel nichilismo inconscio della fede nel divenire dell’ essere, fin dalle origini greche
Alla coscienza dell’ individuo che vive l’ esistenza immersa nella fede dell’ io, dell’ individualità, della “soggettività”, a tale coscienza appare il senso della realtà come un susseguirsi di attimi divenienti, cioè che oscillano tra l’ essere e il nulla e che come destinazione finale hanno il Nulla. Mentre la dimensione fenomenologica dell’ essere e l’ immediatezza della sua coscienza da parte del destino che io sono insieme a tutte le cose connesse, testimonia un’ altra realtà, la realtà dell’ eterno che scompare nella scia della memoria, obliandosi in tutto o in parte, ma rimanendovi una volta per tutte. Testimonia la realtà dell’ eterno che ora sopraggiunge apparendo insieme a cio’ che va via via scomparendo.
L’ anima dell’ individuo contrasta l’ anima del destino che io in verità sono, ed è quest’ ultima la dimensione originaria dell’ uomo. Originaria dell’ uomo in quanto egli è la coscienza trascendentale della natura, (in linguaggio leopardiano), della terra (in linguaggio severiniano). La nostra vita è doppia perche’ rispecchia il destino della verità, la quale si afferma sull’ errore (e proprio perchè ne è il fondamento).
La nostra vita è doppia e doppia ce la teniamo, questa nostra vita, se capiamo che la felicità e la tristezza, le luci della ribalta o l’ oscurità della depressione, appartengono alla volonta e alla fede di quell’ individuo separato dal tutto. E che questa fede, che non guarda mai in faccia la verità della necessità e crede di essere libera nel suo arbitrio di volere o non volere, vive del riflesso della luce fissa che le sta alle spalle.

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