La “dissonanza” tipica della nostra civiltà. RAGIONE E FORZA CONTRO LA VIOLENZA – di Emanuele Severino, in Corriere della Sera – Mercoledì 28 novembre 1979

La “dissonanza” tipica della nostra civiltà

RAGIONE E FORZA CONTRO LA VIOLENZA – di Emanuele Severino

Corriere della Sera – Mercoledì 28 novembre 1979

**Con questo articolo comincia la sua collaborazione al “Corriere” il filosofo Emanuele Severino, autore di libri cole “L’essenza del nichilismo”, “Téchne”, le radici della violenza”, “Legge e caso”, che hanno suscitato largo interesse e discussioni***

Ogni giorno, la violenza fa il giro sulla terra. E ogni giorno si levano contro di essa le voci della civiltà. Per quanto diversamente intonate – dallo sdegno al cinismo – esse hanno tutte un tratto comune. Credono che la loro condanna della violenza sia sostenuta da “ragioni”. Credono cioè, che le “ragioni” della loro condanna siano qualcosa di diverso e di autonomo dalla capacità della condanna di diventare sanzione e punizione dei violenti, e, anche, che la sanzione abbia in tali “ragioni” il proprio fondamento e la propria giustificazione. Ma quelle voci dimenticano che la civiltà è del tutto priva di “ragioni” contro la violenza. E’ la civiltà stessa, oggi, ad avvertire di essere completamente priva di “ragioni”. Si trova quindi nella condizione di sapere che l’unico senso del suo “aver ragione” contro la violenza non può essere altro che la forza di arrestarla e distruggerla. La civiltà “ha ragione contro” la violenza, solo se riesce ad essere una violenza più potente, cioè se riesce ad essere una violenza più potente, cioè se riesce ad “aver ragione della” violenza. L’espressione italiana “aver ragione di uno” indica con chiarezza il senso che le “ragioni” della condanna della violenza possono avere nella nostra civiltà La seconda delle Tesi di Feurbach di Marx dice: “La questione se al pensiero umano appartenga una verità oggettiva non è una questione teorica ma pratica. E’ nella prassi che l’uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere del suo pensiero”. Ciò significa che la “verità” (le “ragioni”)non è altro che la potenza della prassi, la capacità di prevalere sull’avversario. Ma questo significa anche che là, dove il movimento operaio on prevale, esso non ha verità. Si può ribattere che oltre al prevalere esistono anche le tendenze che spingono verso di esso. Ma se non si vuole daccapo trasformare in una questione teorica l’affermazione della realtà delle tendenze, allora, che esse esistano, e che, ad esempio, nei paesi capitalisti il movimento operaio sia ancora una tendenza al prevalere e non un prevalere effettivo, significa soltanto che chi è nel torto – appunto perché ancora non prevale effettivamente – ha tuttavia la possibilità di aver ragione in futuro dell’avversario. Anche se l’accostamento può sembrare anomalo, quando Einaudi affermava, nelle “Pratiche inutili, che la democrazia, intesa come sovranità della maggioranza, è un “mito”, ossia non è un principio “evidente”, “logicamente dimostrabile”, e che questo mito “ha un nemico”, cioè “coloro i quali reputano di aver scoperta la verità e ritengono dover attuarla”, Einaudi ripeteva il concetto di fondo della Seconda tesi di Feuerbach. Anche per lui, le “ragioni” di quella componente della civiltà che è la democrazia non sono “verità” ma sono costituite esclusivamente dalla capacità pratica che l’antifascismo ha avuto di distruggere il fascismo. Ciò vuol dire che, in ultima istanza, la dittatura fascista e ogni forma di tirannia e di violenza sono irrazionali unicamente perché si sono lasciate distruggere, cioè perché altre forze “hanno avuto ragione” di esse. La civiltà, oggi, avverte che la ragione è un mito – la ragione intesa come conoscenza di verità oggettive, immodificabili, incontrovertibili. Chi, ormai, non è d’accordo con questo? Forse, alcuni epigoni della tradizione. Ma ancora si riflette ben poco sulla portata di questo fatto decisivo della nostra storia. Si produce così una dissonanza all’interno della coscienza che la civiltà ha di sé. Se la ragione è un mito, allora anche le leggi della morale e della convivenza civile non possono essere verità oggettive, immodificabili, incontrovertibili. L’unica razionalità delle leggi è il loro essere rispettate. La loro trasgressione è irrazionale ed è violenza solo quando è opera di una minoranza (ossia di un gruppo che non riesce ad imporre i propri scopi all’intero corpo sociale). Quando la trasgressione prevale sul rispetto della legge, la legge diventa violenza e la trasgressione legge. L’espressione “legge del più forte” è pleonastica. La legge lega, cioè riduce in suo potere appunto in quanto è il comportamento del più forte. La proibizione di uccidere è una legge perché, dove essa è legge, la volontà di rispettare la vita altrui è divenuta più forte della volontà di distruggerla. Ma nel passato dell’uomo, per millenni, è accaduto il contrario. La civiltà, oggi, è in condizione di avvertire che il cambiamento non è stato dovuto alla “verità” dei concetti di “dignità dell’uomo” e di “valore della vita umana”, ma solo alla circostanza che mentre gli animali i vegetali, le miniere hanno continuato a lasciarsi sfruttare e distruggere dagli uomini, invece i gruppi umani non disposti a questo hanno finito col diventare, nei paesi civili, più forti dei gruppi umani da cui erano stati sfruttati e distrutti. La nostra civiltà è in condizione di avvertire tutto questo e tuttavia è ancora esitate. L’esitazione è, propriamente, delle voci che pur presentandosi come voci della civiltà, non sanno ancora parlare di ciò che la sua essenza è divenuta. Appunto in questa esitazione consiste la dissonanza – l’incoerenza – che si produce all’interno della coscienza che la civiltà ha di sé. Le voci dissonanti sono le voci che credono che la loro condanna della violenza sia sostenuta da “ragioni”. Si dicono figlie della spregiudicatezza della civiltà moderna – cioè figlie della coscienza che la “verità” definitiva e incontrovertibile è un mito – e poi condannano la violenza con i toni di chi, di quella spregiudicatezza, ha tutto dimenticato e vive il mito come se fosse verità. Questa dissonanza altera la voce dell’intera cultura contemporanea. (Ma è dissonante anche la voce degli epigoni della tradizione occidentale: non avvertono che la distruzione della ragione è figlia legittima della filosofia, che la morte di dio è figlia legittima del cristianesimo – un punto, questo, sul quale in altra occasione si dovrà ritornare). Nella civiltà contemporanea, la condanna della violenza non è dissonante solo in quanto è la voce che ricorda alla violenza condannata di essere, ancora, più debole in cui la civiltà condannante consiste. Le voci dissonanti credono ancora, invece, che la violenza sia un corpo estraneo alla civiltà e che quindi la civiltà le possa rifiutare senza mettere in questione se stessa. Recentemente, sul Corriere, Moravia si è espresso, a proposito della strage di via Moncucco, a Milano, nei termini del funzionalismo sociologico americano: “Il delitto – ha dichiarato – viene incontro ai bisogni sociali”. In Teoria e struttura sociale, Robert K. Merton rilevava appunto che “il sottogruppo dei criminali professionisti, dei racketeers e dei giocatori di professione ha una rassomiglianza fondamentale col sottogruppo degli industriali, uomini d’affari o speculatori, per quel che riguarda l’organizzazione, le esigenze e il modo di pensare”. Il primo sottogruppo svolge infatti una funzione che va incontro a bisogni effettivi una funzione che va incontro a bisogni effettivi della società e non è svolta da alcuna istituzione sociale. “Considerata criticamente – scrive Merton – l’analisi funzionale risulta neutrale rispetto ai maggiori sistemi ideologici”. La “considerazione critica” consiste nella consapevolezza che la ragione non ha valore assoluto e che quindi può realizzarsi solo come “sistema ideologico”, cioè come mito. E la “neutralità” della considerazione critica è la metafora con cui in certi settori della cultura contemporanea si indica la maggior potenza dell’atteggiamento scientifico rispetto a quello ideologico. Allineandosi al funzionalismo, Moravia è una voce della spregiudicatezza della cultura contemporanea. Ma subito dopo anche la sua voce diventa dissonante: parla di un passato “sordido, crudele e tenebroso”, che in Italia sta tornando alla luce. In questo modo, Moravia regredisce al giudizio di valore, ala condanna che crede di essere sostenuta da “ragioni”. Testori si domanda perché i giornali si occupino solamente della violenza e non del bene che tanta gente compie ogni giorno. Senonché Testori e i giornali (e Moravia e tutte le voci “dissonanti”) sono completamente d’accordo. Ritengono infatti che, rispetto alla civiltà, la violenza sia una anomalia, una novità imprevedibile dal punto di vista della struttura della civiltà. E allora è inevitabile che i giornali parlino dell’anomalo, del nuovo, dell’imprevedibile e non della normalità del “bene”. La “civiltà”, di cui abbiamo parlato, è la civiltà occidentale. Essa è la civiltà perché ormai domina su tutta la terra e la storia del non-Occidente è divenuta la preistoria dell’Occidente. Ma l’Occidente è l’unico occhio? Oppure un altro occhio vede che l’Occidente è il deserto (un altro occhio, che non è il deserto)? Il deserto è l’abbandonato. Da che cosa l’Occidente è abbandonato? Da che cosa che però non sia una delle miriadi – dio e uomo, ragione e negazione della ragione, filosofia e scienza, fede e pensiero poetante, individuo e stato, amore e violenza – che l’Occidente ha evocato lungo la sua storia?*** *** *** E.S. *** *** ***

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