Heidegger, Bontadini e Severino, testo di Vasco Ursini

 

Dopo il suo “Ritornare a Parmenide” (1964, con un “Poscritto”, 1965) che produsse un’intensa discussione con il suo maestro Bontadini (il quale dalla contraddittorietà del divenire ricavava l’esistenza di un essere trascendente che non diviene, mentre Severino invece che postulare un principio trascendente che non diviene e che è assolutamente diverso dal divenire stesso, affermava che tutto ciò che è deve essere pensato come eterno e necessario), ma anche scalpore e scandalo e un “processo” da parte della Chiesa, Severino sviluppa con coerenza e vigore la sua posizione filosofica che è stata, non so quanto giustamente, delineata come un’ontologia neoparmenidea. Dopo la condanna del suo pensiero da parte della Chiesa, Severino ha continuato a svilupparlo in modo sempre più rigoroso e radicale. Particolare importanza ha assunto la sua diagnosi della civiltà condotta all’insegna del nichilismo. Questo suo insistere sul nichilismo e sulla tecnica quali snodi caratteristici dell’attuale epoca del mondo hanno spinto ad associare quasta sua analisi alla celebre tesi heideggeriana del compimento della metafisica nel nichilismo e nell’essenza della tecnica moderna. Va detto subito che è del tutto fuorviante giudicare il pensiero severiniano come una sorta di heideggerismo all’italiana. Infatti, Severino fa filosofia in termini assolutamente contrapposti a quelli di Heidegger, giungendo a una conclusione nettamente diversa. Heidegger ha teorizzato una visione storico-epocale dell’essere, mentre Severino sostiene che l’essere non può essere contaminato dal tempo.

al cuore della lunga discussione Bontadini – Severino, in E. Severino, Educare al pensiero, La Scuola, Brescia 2012, pp. 28-31

 

Da filosofo Bontadini mi “ha dato ragione” sul tema decisivo e “non dando ascolto a me ma al ‘logos’ (Eraclito). In quanto filosofo e non in quanto credente, dando ascolto al ‘logos’, ha finito per approdare all’affermazione dell’eternità dell’essente in quanto essente, dove eternità vuol dire impossibilità di non essere. Lo dico con grande compiacimento, data la potenza speculativa di quest’uomo. Il credente, in lui, non poteva però arrestarsi a questa tesi, secondo la qual non c’è un ente privilegiato, Dio, al di sotto del quale ci sono gli enti non privilegiati che divengono dal nulla e vanno nel nulla. E’ a questo punto che si produce la discrasia tra un Bontadini che si è avvicinato così significativamente al punto decisivo del discorso, e un Bontadini che però dopo – non solo in quanto credente – ha introdotto il concetto di ‘creazione’. Gli studiosi cattolici che si interessano di queste cose dicono abbastanza spesso che il vero Bontadini è quello che non si era lasciato “sedurre” da Severino, quindi il primo Bontadini. E che invece il Bontadini della dimostrazione dialettica dell’esistenza di Dio, insomma l’ultimo, è il Bontadini deviante.
Secondo l’ultimo Bontadini la differenza radicale tra lui e me stava nell’interpretazione del divenire.
Per Bontadini era fuori discussione l’apparire del divenire in senso nichilistico.Io gli obiettavo che bisognava stabilire lo statuto concettuale della sua tesi. Infatti che il divenire appaia o è una tesi di carattere fenomenologico, oppure questa tesi è il risultato di una deduzione. Nel primo caso, quando qualcosa si annulla non possiamo credere che continui ad apparire così come appariva prima di annullarsi. Se si è convinti che – facevo questo esempio – la città di Hiroshima sia stata distrutta e che la distruzione di Hiroshima significhi il suo annientamento, questo può forse dire che chi crede nell’annientamento crede che, nonostante l’annientamento,Hiroshima continui ad apparire come appariva prima? E’ necessario rispondere di ‘no’, e cioè che nella misura in cui qualcosa si annienta, in quella misura scompare…
A questo punto può servire un esempio. Il sole sorga a Oriente, percorre la volta del cielo e poi tramonta a Occidente. Supponiamo che si pensi che il sole, tramontando, si annienti. Ma il tramontare è anche il suo scomparire. Allora se si è convinti che il sole si annienti, è necessario che ci sia insieme convinti che non appartiene più alla volta del cielo. Allora la volta del cielo corrisponde a ciò che si può chiamare “esperienza”
[…]
Se il cielo corrisponde all’esperienza e il sole corrisponde (secondo il nichilista) agli enti che, dopo essere stati vanno nel niente, è possibile, quando il sole tramonta, chiedere al cielo:”Dimmi, che ne è di ciò che è tramontato?” Il cielo non può rispondere, perché il cielo mostra quello che percorre i cielo, ma non ciò che esce dal cielo. Quindi il cielo è necessariamente muto relativamente alla sorte di ciò che è uscito dal cielo. Traducendo la ‘metafora?: l’esperienza è necessariamente ‘muta’ in relazione a ciò che, supponendo che si sia annientato, esce insieme dall’esperienza, cioè non appare più. Dunque la tesi che il divenire (in senso nichilistico) appaia non può avere un carattere fenomenologico.
[…]
L’esperienza non mostra la morte come annientamento. Questo non vuol dire che non mostri l’agonia. Ma quando si dice “il modo in cui un uomo finisce la propria vita ci assicura che essa è annientata almeno come corporeità, questa non è una constatazione, ma un’inferenza, una interpretazione. […] Non si sta negando l’agonia del sole, o l’agonia degli umani, ma si sta negando che questa agonia sia il fondamento indiscutibile, incontrovertibile dell’affermazione dell’annientamento dell’agonizzante.
Allora resta il secondo corno del dilemma: l’esistenza del divenire è un che di ‘dedotto’. Ma dedotto da che cosa? “Dedotto” significa qualcosa di fondato a partire da un fondamento: ma qual è il fondamento? – chiedevo a Bontadini. Direi che lì il discorso filosofico ha avuto un’intensità che mi augurerei fosse ripercorsa nelle discussioni che si vanno facendo in filosofia..Riprendiamo: l’esistenza del divenire come qualcosa di argomentato, dedotto, fondato. Fondato su che cosa? Occorre il fondamento. Bontadini qui per fondamento intendeva ‘sia la (“mia”) tesi che l’essere in quanto essere è eterno – questo è un tratto del fondamento, e qui era venuto a “darmi ragione” (accettando non me ma la verità) -, ‘sia’ la tesi che il divenire (in senso nichilistico) appare. Allora questo fondamento era “dialettico”, perché era costituito da una contraddizione, e Bontadini credeva di risolvere questa contraddizione introducendo il concetto di “creazione”. Ma se il fondamento è tesi e antitesi, allora non solo il fondamento è un non-fondamento ma tutto ciò che si fonda su di esso è infondato.
E’ questo il punto decisivo:l’impossibilità della contraddizione
L’impossibilità che il fondamento sia contraddizione, una impossibilità mostrata attraverso l’esclusione del carattere fenomenologico del divenire in senso nichilistico e attraverso l’accertamento dell’impossibilità che sia questo divenire un che di dedotto a partire da un fondamento franante. Perché è – per riconoscimento stesso di Bontadini – un fondamento “dialettico”, fatto di tesi e antitesi.

( E. Severino, Educare al pensiero, La Scuola, Brescia 2012, pp. 28-31)

Considerazioni sulla differenza ontologica in Bontadini e Severino, riportato da Amici di Emanuele Severino

Considerazioni sulla differenza ontologica in Bontadini e Severino
BONTADINI
«Nella concezione creazionistica – espressa nella formula: l’Immobile crea il mobile, “l’Ente crea l’esistente!” – la realtà del creato, ossia del diveniente, è tutta insidente, secondo il rapporto stesso di creazione, nell’atto creatore, tutta compresa in esso. Si deve pensare, cioè, che il creato non è nulla fuori dall’atto creatore, non sussiste indipendentemente da questo. Ora, l’atto creatore, fuori dal quale il divenire non ha sussistenza, è immobile. [..] L’affermazione dell’immobilità del Creatore equivale all’affermazione dell’immobilità del tutto reale (nulla sussiste fuori Dio, o dell’atto creatore che è identico a Dio), e perciò il divenire si appresta ad essere concepito in una luce tale per cui non possa violare tale assoluta immobilità. In questa luce è affermata l’immobilità del tutto, senza che sia soppressa la realtà del divenire.
[..]
Il divenire e l’incrementare sono inclusi in Dio, senza però che Dio sia fatto divenire o incrementare. Vi sono inclusi come posti, e posti con atto intemporale, immoltiplicabile (l’atto intemporale che pone l’ordine della temporalità): perciò il divenire e l’incremento non affettano Dio».
[Gustavo Bontadini, ‘Per una teoria del fondamento’ in Metafisica e Deellenizzazione, Vita e Pensiero, §. 24 e §. 26]
SEVERINO
«[La differenza ontologica] che non è la differenza tra due enti, ognuno dei quali sia privo di ciò che l’altro possiede: la parte che appare non è una positività che non sia inclusa nel tutto immutabile, giacché, in quanto ciò che appare è un positivo, esso dimora, come ogni altro positivo, nell’onnivolgente cerchio dell’immutabile. Ma in quanto la parte appare come non dimorante nel tutto avvolgente, in quanto cioè non appare la concreta relazione della parte al tutto, la parte non appare così come è.
[..]
La parte, che appare sola, differisce da sé in quanto avvolta dal tutto, nel senso che viene a perdere nascondere) qualcosa di sé in quanto così avvolta. Cioè dall’apparire non si ritrae semplicemente la dimensione che eccede la parte, ma, proprio per questo ritrarsi, c’è anche un ritrarsi nella parte stessa che appare. [..] Il motivo, per il quale l’alterazione della parte che appare astrattamente (e cioè sola, come non avvolta dal tutto) deve essere intesa come un mancamento nella parte, tale motivo è dato dalla considerazione che tutto l’essere è immutabile, sì che la parte che appare in solitudine può differire da sé in quanto accompagnata dal tutto, solo nel senso che nella solitudine manchi qualcosa che invece è presente nella compagnia col tutto».
[Emanuele Severino, ‘Poscritto’ in Essenza del Nichilismo, Adelphi, p. 102-103]
***
1) NATURA DEL FONDAMENTO:
Bontadini: Il rapporto tra Dio e mondo è asimmetrico: Dio può stare senza il mondo, mentre il mondo non può esistere senza Dio. Per tutelare la differenza ontologica tra Dio e mondo, cioè tra fondamento e fondato, il fondamento non può non avere carattere personale, ovvero deve essere intelligente e avere volontà. È infatti solo conoscendo gli effetti derivanti dall’atto creativo originario, e il volerli portare all’essere, che viene tutelata l’indipendenza ontologica di Dio dal mondo. Dio conosceva il mondo prima di crearlo, e ha voluto crearlo, pur non avendo bisogno del mondo per esistere; ovvero, Dio non è necessitato, cioè condizionato, in alcun modo, dal mondo.
Il rapporto tra Dio e mondo riguarda così due realtà qualitativamente diverse legate da una asimmetrica dipendenza ontologica.
Severino: Il mondo è integralmente divino. Il rapporto tra Dio e mondo si comprende considerando la «parte» concretamente e\o astrattamente in relazione al «tutto» («intero»). Nel primo caso la parte è compresa in relazione al tutto che la avvolge; nel secondo caso la parte è compresa isolata dal tutto che la avvolge.
Proprio perché è impossibile che il positivo trapassi nel negativo, e viceversa, le categorie che interpretano l’essere concretamente e\o astrattamente compreso giustificano: i) l’immutabilità dell’essere – che è ciò che non appare -, e ii) il divenire dell’essere – che è ciò che appare.
Solo considerando, già inizialmente, la parte come – sempre, originariamente – esistente all’interno del tutto, si vede l’impossibilità che essa trapassi nel nulla. Essa (parte), infatti, entra ed esce nel cerchio dell’apparire, senza che venga inficiata l’immutabilità dell’essere: il divenire dell’apparire dell’essere eterno, infatti, è causato dal cambiamento di direzione del fascio di luce che illumina le diverse porzioni dell’intero.
Al contrario, solo considerando la parte – non originariamente – inserita, legata, relata, nel\al tutto di cui è parte, si può comprende il suo emergere dal, e ritornare nel, nulla. Infatti, ciò che ci appare, è l’oscillare tra l’essere e il nulla, e non l’immutabilità, della parte.
Il rapporto tra Dio e mondo non riguarda così due realtà qualitativamente diverse legate da una asimmetrica dipendenza ontologica, ma la comprensione in termini concreti o astratti di ciò che è.
2) NATURA DEL DIVENIRE
Bontadini: Diviene l’essere che emerge dal, e si reimmerge nel, fondamento Dio, Assoluto).
Ora: sia «F» il fondamento; «|a|» un ente; «-a» il non essere di a; «+a» l’essere di a; si ottiene l’equazione (rivisitata dal §. 26 del testo bontadiniano citato): «F –a +a –a = F».
La scansione del divenire dell’essere presenta caratteri di contingenza: tutto ciò che è, è necessario che sia, così come è, fintanto che è; ma, tutto ciò che è, non è necessario che sia, in quanto tale. Ovvero: in Dio l’essere coincide con la sua essenza, così è impossibile che Dio non sia; mentre, il non-Dio esiste per partecipazione all’essere di Dio, dunque non è impossibile che non esista – in quanto tale. Il mondo può divenire (evolvere) seguendo varie direzioni.
Severino: Diviene l’apparire dell’essere eterno, il quale (apparire) include anche l’apparire di ciò che appare. Da un lato si riconosce l’immobilità e l’eternità dell’essere; mentre, dall’altro, il divenire si riferisce unicamente all’apparire dell’essere eterno, la cui processualità è scandita dalla cieca necessità. Tutto ciò che è, è così come è, e non può essere altrimenti; allo stesso modo: tutto ciò che diviene, diviene così come diviene, e non può divenire altrimenti. Il divenire dell’apparire del mondo è necessariamente unidirezionale.

via (2) Amici di Emanuele Severino

Heidegger, Bontadini e Severino. Un testo di Vasco Ursini

 

Dopo il suo “Ritornare a Parmenide” (1964, con un “Poscritto”, 1965) che produsse un’intensa discussione con il suo maestro Bontadini (il quale dalla contraddittorietà del divenire ricavava l’esistenza di un essere trascendente che non diviene, mentre Severino invece che postulare un principio trascendente che non diviene e che è assolutamente diverso dal divenire stesso, affermava che tutto ciò che è deve essere pensato come eterno e necessario), ma anche scalpore e scandalo e un “processo” da parte della Chiesa, Severino sviluppa con coerenza e vigore la sua posizione filosofica che è stata, non so quanto giustamente, delineata come un’ontologia neoparmenidea. Dopo la condanna del suo pensiero da parte della Chiesa, Severino ha continuato a svilupparlo in modo sempre più rigoroso e radicale. Particolare importanza ha assunto la sua diagnosi della civiltà condotta all’insegna del nichilismo. Questo suo insistere sul nichilismo e sulla tecnica quali snodi caratteristici dell’attuale epoca del mondo hanno spinto ad associare quasta sua analisi alla celebre tesi heideggeriana del compimento della metafisica nel nichilismo e nell’essenza della tecnica moderna. Va detto subito che è del tutto fuorviante giudicare il pensiero severiniano come una sorta di heideggerismo all’italiana. Infatti, Severino fa filosofia in termini assolutamente contrapposti a quelli di Heidegger, giungendo a una conclusione nettamente diversa. Heidegger ha teorizzato una visione storico-epocale dell’essere, mentre Severino sostiene che l’essere non può essere contaminato dal tempo.

VASCO URSINI, IL PENSIERO, già pubblicato nel gruppo: Amici di Emanuele Severino, 14 febbraio 2019

Severino, come egli stesso ricorda in un’intervista, rammenta quando formulò le sue idee per la prima volta, quelle idee destinate a suscitare così tanto stupore. Aveva ventitrè anni, era già libero docente all’Università, e un giorno stava lavorando attorno al primo libro della “Fisica” di Aristotele, su nello studiolo, quando fu travolto da un’ondata d i pensieri nuovi:

fu come trovarsi in un vortice, in un maelström, e in basso apparve la terra. L’essere eterno mi si presentò in questo modo, aveva il carattere di questo fondo marino “.

Da lì ebbe inizio la sua avventura filosofica.

La filosofia di Emanuele Severino si innesta nel dibattito ontologico avviato da Heidegger e, tuttavia (a differenza di Heidegger), si propone un ritorno all’antico pensiero di Parmenide di Elea. Per Severino la questione principale da affrontare risale alla metafisica classica e riguarda la contraddizione o meno tra l’essere e il non essere o divenire .

Il filosofo affronta il problema tenendo presenti autori contemporanei quali Nietzsche e Heidegger. La tesi generale è che il peccato e l’errore dell’Occidente e del cristianesimo compreso consistono nell’essersi allontanato dal precetto parmenideo secondo il quale tra solo l’essere è e può essere pensato e definito . Scegliendo di non rispettare l’insegnamento di Parmenide e introducendo il divenire nel pensiero e nella storia, l’Occidente si è trovato in una situazione senza uscita che ha portato all’attuale dominio della ragione e della tecnica. Quindi bisogna ritornare a Parmenide . Il peccato originale dell’Occidente è avvenuto dopo Parmenide, quando il pensiero greco, invece di considerare soltanto l’essere, ha evocato il divenire inteso come la dimensione visibile dove le cose provengono dal niente e ritornano nel niente, dopo essersi trattenute provvisoriamente nell’essere. Il divenire diventa l’oscillazione delle cose tra l’essere e il niente: ma Severino, sull’onda dell’insegnamento parmenideo, nega l’esistenza stessa del divenire. L’impianto filosofico di Severino può essere così sinteticamente riassunto:
a) L’abbandono dell’essere parmenideo e la scelta del divenire provocano nell’umanità occidentale un sentimento di angoscia di fronte al niente, di nostalgia, di bisogno dell’essere.

b) L’Occidente con la logica del rimedio innalza gli immutabili per difendersi dal divenire che esso ha evocato, cioè costruisce le entità (Dio) e i valori (etici, naturali, ecc.) trascendenti e permanenti.

c) Al di sopra degli immutabili l’epistéme, cioè l’essenza originaria della filosofia, la volontà di conoscere stabilmente la verità del mondo. L’epistéme è la dimensione stabile del sapere, all’interno della quale vengono innalzati tutti gli immutabili dell’Occidente. La fede cristiana eredita i caratteri di stabilità dell’epistéme e si rivolge alle masse.

Severino prende le mosse dal pensiero del suo maestro Bontadini – fondatore della Neoscolastica milanese – ma presto se ne allontana: se per Bontadini nel mondo domina il divenire (come ci attestano i sensi stessi), l’unica via per ammettere qualcosa di eterno è Dio, inteso come ente immutabile ed imperituro. Ora Severino stravolge il discorso del suo maestro: giacchè nel mondo non vi è il divenire – esso è solo una doxa degli uomini, secondo l’insegnamento parmenideo -, non è necessario far riferimento ad un ente eterno e trascendente; il mondo stesso che ci appare dinanzi è eterno.

Ben si capisce come in virtù di queste sue posizioni Severino fu allontanato dalla cattolica di Milano. Accrescere il proprio potere sulle cose e sugli dèi: questo è sempre stato il desiderio più profondo degli uomini, i quali pensano che la potenza li renda capaci di vincere il dolore e la morte. Nel paradiso terrestre il serpente assicura che non si morirà mangiando il frutto proibito; anzi si diventerà come dèi, si avrà cioè la loro potenza. Tecniche, religioni, filosofia, arti, sono i grandi espedienti escogitati dall’uomo per diventare sempre più potente . La tecnica fondata sulla scienza moderna è ormai il più potente strumento di trasformazione del mondo. Ma il Luogo che contiene tutti i luoghi è la totalità dell’essere. La filosofia ha inteso indicarne il volto. Dapprima ha affermato l’esistenza di Dio, ossia dell’Essere immutabile che nessuna potenza umana può dominare. Poi la filosofia del nostro tempo ha mostrato che nessun Dio immutabile ed eterno può esistere. Cosicché, dapprima, ha avuto la strada sbarrata da Dio e dalle sue leggi; poi la filosofia ha liberato la strada da ogni ostacolo. Il cristianesimo, quindi, va incontro allo stesso destino della filosofia, con l’aggravante di mettere da parte lo spirito critico con cui la filosofia cerca di argomentare le ragioni della necessità degli immutabili che servono come difesa e riparo rispetto al divenire, e sono paragonabili alle creazioni della volontà di potenza di cui parla Nietzsche. Gli immutabili, prevedendo e controllando il divenire soffocano e minacciano la volontà di esistere, in modo più insopportabile della stessa minaccia del divenire. L’uomo ricorre allora, come ad un’ancora di salvezza, alla scienza e alla tecnica, affinché lo liberino da questa minaccia. La filosofia contemporanea tende a tramontare nel sapere scientifico, proprio perché essa è negazione e distruzione degli immutabili. A questo proposito, asserisce Severino:

La filosofia va necessariamente verso il proprio tramonto, cioè verso la scienza, che tuttavia è il modo in cui oggi la filosofia vive. […] Tutti possono vedere che la filosofia, su scala mondiale, declina nel sapere scientifico ” ( ” Che cosa fanno oggi i filosofi? “, Milano 1982).

Del resto, lo stesso Heidegger, cui Severino si ispira costantemente (pur auspicando un ritorno a Parmenide), aveva affermato, in ” Ormai solo un dio ci può salvare “: ” La filosofia è alla fine. […]Quella che è stata la funzione della filosofia fino ad oggi è stata ereditata dalle scienze. […] La filosofia si dissolve in singole scienze: la psicologia, la logica, la politologia “. Aristotele, così aperto verso le posizioni dei suoi predecessori, pur confutandole, di fronte alla filosofia di Parmenide si spazientisce e la bolla come una follia ( mania ).

L’esempio più caro a Severino, nell’argomentare la sua posizione parmenidea, è quello della legna che per l’azione del fuoco “diventa” cenere: nella tradizione occidentale, siamo soliti pensare che la legna si trasformi in cenere; quando scorgiamo la cenere, del resto, la associamo subito alla legna, convinti che da essa derivi. Siamo così portati a dire che è cenere da parte della legna; similmente, quando Socrate cresce in altezza, diciamo che è alto da parte di Socrate. Ma ciò non toglie che diciamo anche “Socrate è alto”: similmente, si dovrà per Severino affermare che la legna è cenere. E’ questa una follia per la tradizione occidentale: Platone stesso, nel “Teeteto”, spiegava come neanche nei sogni o nella follia fosse possibile predicare il contrario di una cosa, dicendo ad esempio che il cavallo è il toro, è il bue, ecc. Ugualmente, è assurdo, folle, predicare che la legna è la cenere: ma questo per una tradizione che è essa stessa folle e si è separata da Parmenide e che mescola indebitamente essere e non essere (la legna che finisce nel nulla, la cenere che dal nulla nasce).

Ma, secondo Severino, l’abbandono dell’essere parmenideo e la scelta del divenire è la follia dell’Occidente , il sentiero della notte, lo spazio originario in cui sono venuti a muoversi e ad articolarsi non solo le forme della cultura occidentale, ma anche le sue istituzioni sociali e politiche. Di fronte all’ angoscia del divenire , l’Occidente, rispondendo alla logica del rimedio, ha evocato è gli immutabili (Dio, le leggi della natura, la dialettica, il libero mercato, le leggi etiche o politiche, ecc.).

La civiltà della tecnica domina il mondo. All’inizio della nostra civiltà Dio, il Primo Tecnico, crea il mondo dal nulla e può sospingerlo nel nulla. Oggi, la tecnica, ultimo dio, ricrea il mondo e ha la possibilità di annientarlo. Nella sua opera Severino intende mettere in questione la fede nel divenire entro cui l’Occidente si muove, nella convinzione che l’uomo vada alla ricerca del rimedio contro l’angoscia che esso provoca. Il divenire è una follia.

Riecheggiando Nietzsche, si tratta di comprendere che non solo non può esistere alcun Dio immutabile ed eterno, ma che il divenire non è un percorso rettilineo e irreversibile ma un circolo che eternamente ritorna su di sé (immaginiamo una pellicola cinematografica su cui le stesse immagini girano in eterno). Chi è capace di scorgere la necessità di questo circolo è il “superuomo”, il quale possiede la volontà più potente di ogni altra. Sapendo che la strada è circolare si è infatti essenzialmente più potenti, nel procedere e nell’agire, di chi, ignorandolo, e credendo che il percorso sia rettilineo, va continuamente fuori strada.

E allora, chiediamoci, la tecnica guidata dalla scienza moderna, proprio la tecnica, che oggi si presenta come produttrice della potenza suprema dell’uomo, può permettersi di ignorare che il corso degli eventi del mondo ha un carattere circolare? Può ignorare il tratto fondamentale del mondo?

Una tecnica che lo ignori non è forse impotente rispetto alla tecnica che lo conosce e pone questa conoscenza al proprio fondamento? E in tal modo non ci si deve forse preparare ad ammettere quella che ci sembrava l’affermazione più paradossale, cioè che la dottrina dell’eterno ritorno solleva la tecnica al culmine delle proprie possibilità? Severino può apparire paradossale, anche assurdo, inconcepibile, perché sostiene che tutto è eterno, non solo ogni uomo e ogni cosa, ma anche ogni momento di vita, ogni sentimento, ogni aspetto della realtà, e quindi niente scompare, niente muore: l’eternità è la sua passione, la sua vocazione. Tutti da millenni credono che le cose e gli uomini nascono dal nulla e nel nulla ritornano: Severino stesso dice che ” nascere vuole dire […] uscire dal niente; morire vuol dire tornare nel niente: il vivente è ciò che esce dal niente e torna nel niente ” ( ” Che cosa fanno oggi i filosofi? “, Milano 1982).

Tuttavia per Severino tutto è eterno. Non basta: solo in superficie si crede che le cose vengano dal nulla e che nel nulla alla fine precipitino, perché nel profondo siamo convinti che quel breve segmento di luce che è la vita è esso stesso nulla. E’ il nichilismo. E’ l’ omicidio primario , l’uccisione dell’essere. Ma è una contraddizione: ciò che è non può non essere, né può essere stato o potrà mai essere nulla. Una contraddizione che è la follia dell’Occidente, e ormai di tutta la terra. Una ferita che necessita di numerosi conforti, dalla religione all’arte, tutti affreschi sul buio, tentativi di nascondere, medicare il nulla che ci fa orrore. Per fortuna ci attende la Non Follia , l’apparire dell’eternità di tutte le cose. Noi siamo eterni e mortali perché l’eterno entra ed esce dall’apparire. La morte è l’assentarsi dell’eterno .

Abbiamo tutti nel sangue il nichilismo. Ci crediamo mendicanti quando invece siamo re. Come dice Orazio, ” pulvis et umbra sumus ” (“siamo polvere e ombra”): l’uomo diventa polvere, ma anche la polvere è eterna. Si può forse esorcizzare la morte aiutandosi con le religioni o con le filosofie, si può anche credere che tutto finisca in un grande silenzio, simile a quello che precede la nascita. La scienza riesce a prolungare la vecchiaia, i piaceri che ricerchiamo avidamente stordiscono le preoccupazioni accumulate dai giorni, la bellezza ci aiuta a disprezzare gli insopportabili ragionamenti dei mediocri.

Un frammento di Eraclito recita: ” attendono gli uomini, quando sono morti, cose che essi non sperano né suppongono “. Quali spettacoli si mostrano, se si mostrano, dopo la morte? La morte ha un significato che sta al di là di ciò che si intende comunemente con questo termine. Sta al di là della stessa contrapposizione tra morte e immortalità. L’Occidente, la cui preistoria è l’Oriente, la intende invece come annientamento, salvando in alcuni casi l’anima o la coscienza che continuerebbero ad avere una loro vita. Severino cerca di dimostrare che la persuasione che una qualsiasi cosa o evento (uomo, pianta, stella, situazione, istante) possa annientarsi, e annientato sia niente, è Follia essenziale. È la Follia più profonda che possa manifestarsi non soltanto nel mondo umano, ma nel Tutto. In diverse forme la Follia domina la storia della Terra; al di fuori della Follia appare l’eternità di ogni cosa e di ogni evento. La morte appartiene alla manifestazione degli eterni, è un evento interno a tale manifestazione. Essa non ci travolge, ma è una parte del nostro esistere. È una condizione necessaria della felicità.

Noi siamo destinati alla felicità che è l’oltrepassamento di tutte le contraddizioni e non un premio concesso. È necessità. È inevitabile che dopo il tramonto della vita e della morte, della volontà e dell’abulia l’uomo sia felice. In tale prospettiva, Dio non è il demiurgo ma l’apparire infinito degli eterni, è essenzialmente diverso da quello della tradizione religiosa e filosofica. Dio non sta in un altro mondo: nel profondo noi siamo l’oltrepassamento della totalità delle contraddizioni.

Non è facile cogliere il suo messaggio, il suo linguaggio inusuale. Il mondo è troppo concreto per permettersi il lusso di strapparsi dalla pelle gli accidenti della giornata, che stanno addosso agli uomini come dei fastidiosi pidocchi, che ci tormentano come questi parassiti e che divorano le nostre vite succhiandoci il tempo e il sangue. In virtù di queste sue idee (e, più in generale, dell’intero suo impianto filosofico), Severino fu allontanato dall’università Cattolica nel 1969: ” mi resi conto che il mio discorso conteneva il no più radicale alla tradizione metafisica dell’Occidente e dell’Oriente. Non era rivolto specificamente contro la religione cristiana “. Ma l’educazione cattolica ricevuta da Severino non è mai completamente svanita, anche dopo l’elaborazione della sua filosofia: certo, egli mette da parte la nozione di Dio, ma non quella di Verità, cardinale nella tradizione cristiana. ” La Verità prende il posto di Dio, che è rimedio dell’angoscia contro il nulla. Dio è all’interno della follia, del nichilismo, del credere che le cose muoiono “.

Per Severino la tecnica non è ancella delle forze che governano il mondo, ma è essa stessa a governare i destini dell’umanità. La tecnica prosegue il proprio cammino sapendo che non incontrerà alcuno ostacolo e alcun limite invalicabile. La filosofia contemporanea l’ ha resa completamente libera, l’ ha sollevata al culmine delle sue possibilità. Ascoltando la voce della filosofia del nostro tempo, la tecnica può assumere ora un’andatura del tutto diversa ed essenzialmente più incisiva. Il mezzo (la tecnica, le nuove tecnologie, le reti telematico-informatiche) sta diventando lo scopo, il fine della comunicazione. Così la celebre frase di Mac Luhan, ” il medium è il messaggio “, alla luce di questa riflessione diviene immediatamente comprensibile: il mezzo della comunicazione forma e trasforma i messaggi che veicola, e sovente, nell’ epoca postmoderna, diventa il fine del comunicare stesso, lasciando sullo sfondo concetti e idee.

Il concetto stesso di etica sta cambiando drasticamente, l’etica sta diventando tecnica, ossia la potenza e la capacità di trasmettere e diffondere informazioni. L’etica così come è stata pensata da Aristotele e da altri illustri filosofi, sta lasciando il posto al dominio della tecnica. Il pensiero postmoderno è figlio di un processo lungo due secoli durante i quali il concetto di verità è stato smontato, specie nel suo legame col divino. Dio è morto e con lui la verità, lasciando il posto, si potrebbe aggiungere, a relativismi, possibilismi e revisionismi di ogni sorta. In questa prospettiva storico-cosmica, Severino colloca la situazione italiana, meno liberata rispetto ad altre. In Italia il tramonto della filosofia nella scienza avviene più lentamente che altrove, soprattutto perché nel nostro paese esistono il centro del cattolicesimo mondiale e il più forte partito comunista del mondo occidentale, due istituzioni che, in modi specifici, contribuiscono a tenere in vita il senso tradizionale della filosofia, cioè la filosofia come epistéme, luogo dell’evocazione degli immutabili.

E’ molto rilevante il titolo di un’opera di Severino, composta nel 1985: ” Il parricidio mancato “; il parricidio in questione sarebbe quello commesso da Platone (come il filosofo ateniese stesso afferma) ai danni di Parmenide, padre della filosofia dell’essere. Ora Severino, che si riaggancia al pensiero dell’antico ontologo, vuol mettere in luce come, in realtà, si sia trattato di un “parricidio mancato”: la filosofia di Parmenide è ancora viva e vegeta ed è ad essa che Severino intende riallacciarsi. Parmenide infatti, secondo Severino, mette in luce per la prima volta il senso radicale della contrapposizione tra l’essere e il niente e chiarisce quindi il senso assoluto di questi due enti, comprendendo filosoficamente ciò che prima non era stato possibile chiarire dal mito. I primi pensatori iniziarono a capire che l’essere poteva essere visto come il Tutto al di là del quale non vi era nulla: infatti il niente non è qualcosa che possa venire conosciuto o del quale si possa parlare. Parmenide è importante perché approfondisce ed interpreta il concetto di essere. Infatti se il non essere non è, non può inframmezzarsi all’essere e dividerlo in parti; né può essere qualcosa da cui l’essere sorga o in cui si dissolva. In questa argomentazione di Parmenide, viene utilizzato il fondamentale principio logico detto di “non-contraddizione”, secondo il quale non vengono accettati contemporaneamente di una stessa realtà un carattere ed il suo contrario. Infatti, Parmenide fa notare che è logicamente contraddittorio affermare che il non essere ci sia, che il nulla esista, perché il non essere è il contrario dell’essere e affermare della stessa realtà un carattere e il carattere contrario è un errore logico: un nonsenso. Il divenire dell’essere è quindi un’opinione senza verità, un’apparenza illusoria di cui si convincono i mortali, che seguono il percorso della non-verità , ovvero di ciò che è apparenza. Con il medesimo ragionamento Parmenide ammette che l’essere non è mai nato, né mai morirà, cioè è eterno. Per affermare infatti che sia nato, bisognerebbe ammettere che ci fosse stato qualcosa da cui è stato generato, ma siccome l’essere è unico, ciò è logicamente contraddittorio. Per la stessa ragione non possiamo accettare il fatto che l’essere si muova, perché per farlo dovrebbe passare da un luogo ad un altro e muoversi in un elemento, lo spazio vuoto, il non essere, che permetta lo spostamento e ciò è logicamente contraddittorio.

Severino riflettendo su Parmenide e sulla storia della filosofia occidentale, che ha posto al suo centro il divenire, la follia che domina il mondo, giunge ad affermare che tutto è eterno . Tutto è eterno significa che ogni momento della realtà è , ossia non esce e non ritorna nel nulla, significa che anche alle cose e alle vicende più umili e impalpabili compete il trionfo che si è soliti riservare a Dio. Eterni sono ogni nostro sentimento e pensiero, ogni forma e sfumatura del mondo, ogni gesto degli uomini. E anche tutto ciò che appare in ogni giorno e in ogni istante: il primo fuoco acceso dall’uomo, il pianto di Gesù appena nato, l’oscillare della lampada davanti agli occhi di Galileo, Hiroshima viva ed il suo cadavere. Eterni ogni speranza ed ogni istante del mondo, con tutti i contenuti che stanno nell’istante, eterna la coscienza che vede le cose e la loro eternità e vede la follia della persuasione che le cose escano dal niente e vi ritornino.

Ma dissertare di filosofia non è produttivo, dice Severino: infatti, ” parlare di filosofia uccide la filosofia, perché non si vede la profonda vena d’oro e vien fuori uno spettro, un mito nel migliore dei casi, un discorso strano di un intellettuale un po’ squilibrato “.


da

Amici di Emanuele Severino

Gustavo Bontadini, il fondamento della filosofia, di Davide D’Alessandro – in Il Foglio 21 Dicembre 2018

Il libro del giovane studioso Antonio Lombardi ha pagine notevoli per l’argomentare chiaro e, al contempo, è misura di un’indagine mai banale.

Penso al capitolo sull’attualismo “problematizzato” di Ugo Spirito, a quello sull’idiosincrasia metafisica dell’esistenzialismo, che ruota intorno al caso Heidegger, senza trascurare, anzi ponendolo come metodo autentico di ricerca, il capitolo sulla polemica con Emanuele Severino

21 Dicembre 2018

per l’intero articolo

vai a:

Gustavo Bontadini, il fondamento della filosofia – Il Foglio

Il cuore della lunga discussione Bontadini – Severino, citazione a cura di Vasco Ursini: in Emanuele Severino, Educare al pensiero, La Scuola, Brescia 2012, pp. 28-31

Vasco Ursini
27 gennaio alle ore 18:01
Il cuore della lunga discussione Bontadini – Severino.

Da filosofo Bontadini mi “ha dato ragione” sul tema decisivo e “non dando ascolto a me ma al ‘logos’ (Eraclito). In quanto filosofo e non in quanto credente, dando ascolto al ‘logos’, ha finito per approdare all’affermazione dell’eternità dell’essente in quanto essente, dove eternità vuol dire impossibilità di non essere. Lo dico con grande compiacimento, data la potenza speculativa di quest’uomo. Il credente, in lui, non poteva però arrestarsi a questa tesi, secondo la qual non c’è un ente privilegiato, Dio, al di sotto del quale ci sono gli enti non privilegiati che divengono dal nulla e vanno nel nulla. E’ a questo punto che si produce la discrasia tra un Bontadini che si è avvicinato così significativamente al punto decisivo del discorso, e un Bontadini che però dopo – non solo in quanto credente – ha introdotto il concetto di ‘creazione’. Gli studiosi cattolici che si interessano di queste cose dicono abbastanza spesso che il vero Bontadini è quello che non si era lasciato “sedurre” da Severino, quindi il primo Bontadini. E che invece il Bontadini della dimostrazione dialettica dell’esistenza di Dio, insomma l’ultimo, è il Bontadini deviante.
Secondo l’ultimo Bontadini la differenza radicale tra lui e me stava nell’interpretazione del divenire.
Per Bontadini era fuori discussione l’apparire del divenire in senso nichilistico.Io gli obiettavo che bisognava stabilire lo statuto concettuale della sua tesi. Infatti che il divenire appaia o è una tesi di carattere fenomenologico, oppure questa tesi è il risultato di una deduzione. Nel primo caso, quando qualcosa si annulla non possiamo credere che continui ad apparire così come appariva prima di annullarsi. Se si è convinti che – facevo questo esempio – la città di Hiroshima sia stata distrutta e che la distruzione di Hiroshima significhi il suo annientamento, questo può forse dire che chi crede nell’annientamento crede che, nonostante l’annientamento,Hiroshima continui ad apparire come appariva prima? E’ necessario rispondere di ‘no’, e cioè che nella misura in cui qualcosa si annienta, in quella misura scompare…
A questo punto può servire un esempio. Il sole sorga a Oriente, percorre la volta del cielo e poi tramonta a Occidente. Supponiamo che si pensi che il sole, tramontando, si annienti. Ma il tramontare è anche il suo scomparire. Allora se si è convinti che il sole si annienti, è necessario che ci sia insieme convinti che non appartiene più alla volta del cielo. Allora la volta del cielo corrisponde a ciò che si può chiamare “esperienza”
[…]
Se il cielo corrisponde all’esperienza e il sole corrisponde (secondo il nichilista) agli enti che, dopo essere stati vanno nel niente, è possibile, quando il sole tramonta, chiedere al cielo:”Dimmi, che ne è di ciò che è tramontato?” Il cielo non può rispondere, perché il cielo mostra quello che percorre i cielo, ma non ciò che esce dal cielo. Quindi il cielo è necessariamente muto relativamente alla sorte di ciò che è uscito dal cielo. Traducendo la ‘metafora?: l’esperienza è necessariamente ‘muta’ in relazione a ciò che, supponendo che si sia annientato, esce insieme dall’esperienza, cioè non appare più. Dunque la tesi che il divenire (in senso nichilistico) appaia non può avere un carattere fenomenologico.
[…]
L’esperienza non mostra la morte come annientamento. Questo non vuol dire che non mostri l’agonia. Ma quando si dice “il modo in cui un uomo finisce la propria vita ci assicura che essa è annientata almeno come corporeità, questa non è una constatazione, ma un’inferenza, una interpretazione. […] Non si sta negando l’agonia del sole, o l’agonia degli umani, ma si sta negando che questa agonia sia il fondamento indiscutibile, incontrovertibile dell’affermazione dell’annientamento dell’agonizzante.
Allora resta il secondo corno del dilemma: l’esistenza del divenire è un che di ‘dedotto’. Ma dedotto da che cosa? “Dedotto” significa qualcosa di fondato a partire da un fondamento: ma qual è il fondamento? – chiedevo a Bontadini. Direi che lì il discorso filosofico ha avuto un’intensità che mi augurerei fosse ripercorsa nelle discussioni che si vanno facendo in filosofia..Riprendiamo: l’esistenza del divenire come qualcosa di argomentato, dedotto, fondato. Fondato su che cosa? Occorre il fondamento. Bontadini qui per fondamento intendeva ‘sia la (“mia”) tesi che l’essere in quanto essere è eterno – questo è un tratto del fondamento, e qui era venuto a “darmi ragione” (accettando non me ma la verità) -, ‘sia’ la tesi che il divenire (in senso nichilistico) appare. Allora questo fondamento era “dialettico”, perché era costituito da una contraddizione, e Bontadini credeva di risolvere questa contraddizione introducendo il concetto di “creazione”. Ma se il fondamento è tesi e antitesi, allora non solo il fondamento è un non-fondamento ma tutto ciò che si fonda su di esso è infondato.
E’ questo il punto decisivo:l’impossibilità della contraddizione
L’impossibilità che il fondamento sia contraddizione, una impossibilità mostrata attraverso l’esclusione del carattere fenomenologico del divenire in senso nichilistico e attraverso l’accertamento dell’impossibilità che sia questo divenire un che di dedotto a partire da un fondamento franante. Perché è – per riconoscimento stesso di Bontadini – un fondamento “dialettico”, fatto di tesi e antitesi.

( Emanuele Severino, Educare al pensiero, La Scuola, Brescia 2012, pp. 28-31)

G. Bontadini – E. Severino, L’essere e l’apparire. Una disputa,  Editrice Morcelliana. Indice del libro

sev bontad2840

Questi scritti di Bontadini e Severino, risalenti agli anni ’80, conducono nel vivo di una disputa durata più di trent’anni. L’origine del disaccordo coincide con la pubblicazione, nel 1964, del celebre saggio di Severino, Ritornare a Parmenide, nel quale si mostra la necessità che ogni essente sia eterno e, al tempo stesso, si palesa la radicale distanza dal pensiero metafisico. Il disaccordo ruota dapprima attorno alla diversa interpretazione del “Principio di Parmenide” – l’essere è e non può non essere – e successivamente sul “divenire”: ciò che per il senso comune è “un uscire delle cose dal nulla e un ritornarvi”. Il contrasto fa sì che entrambi sviluppino le argomentazioni a favore della propria tesi facendo chiarezza, da opposte prospettive, su questioni decisive della filosofia; perciò rappresenta uno dei capitoli più significativi della storia della filosofia del Novecento.

GUSTAVO BONTADINI (1903-1990) è stato professore di Filosofia teoretica all’Università Cattolica dal 1951 al 1973 ed è uno dei principali pensatori metafisici del Novecento. Fu il maestro, tra gli altri, di Evandro Agazzi, Giovanni Reale, Angelo Scola, Emanuele Severino… Tra le sue opere più importanti, pubblicate da Vita e Pensiero: Saggio di una metafisica dell’esperienza (1938); Dall’attualismo al problematicismo (1946); Dal problematicismo alla metafisica (1952); Metafisica e deellenizzazione (1975).

EMANUELE SEVERINO, docente emerito all’Università di Venezia e professore di Filosofia teoretica all’Università San Raffaele di Milano, è uno dei più importanti filosofi contemporanei. Per Morcelliana ha pubblicato: Democrazia, tecnica, capitalismo (20102); Istituzioni di filosofia (2010); Piazza della Loggia. Una strage politica (2015); Cervello, mente, anima (2016).

vai alla scheda dell’editore: L’essere e l’apparire – Editrice Morcelliana srl