Il cuore della lunga discussione Bontadini – Severino, citazione a cura di Vasco Ursini: in Emanuele Severino, Educare al pensiero, La Scuola, Brescia 2012, pp. 28-31

Vasco Ursini
27 gennaio alle ore 18:01
Il cuore della lunga discussione Bontadini – Severino.

Da filosofo Bontadini mi “ha dato ragione” sul tema decisivo e “non dando ascolto a me ma al ‘logos’ (Eraclito). In quanto filosofo e non in quanto credente, dando ascolto al ‘logos’, ha finito per approdare all’affermazione dell’eternità dell’essente in quanto essente, dove eternità vuol dire impossibilità di non essere. Lo dico con grande compiacimento, data la potenza speculativa di quest’uomo. Il credente, in lui, non poteva però arrestarsi a questa tesi, secondo la qual non c’è un ente privilegiato, Dio, al di sotto del quale ci sono gli enti non privilegiati che divengono dal nulla e vanno nel nulla. E’ a questo punto che si produce la discrasia tra un Bontadini che si è avvicinato così significativamente al punto decisivo del discorso, e un Bontadini che però dopo – non solo in quanto credente – ha introdotto il concetto di ‘creazione’. Gli studiosi cattolici che si interessano di queste cose dicono abbastanza spesso che il vero Bontadini è quello che non si era lasciato “sedurre” da Severino, quindi il primo Bontadini. E che invece il Bontadini della dimostrazione dialettica dell’esistenza di Dio, insomma l’ultimo, è il Bontadini deviante.
Secondo l’ultimo Bontadini la differenza radicale tra lui e me stava nell’interpretazione del divenire.
Per Bontadini era fuori discussione l’apparire del divenire in senso nichilistico.Io gli obiettavo che bisognava stabilire lo statuto concettuale della sua tesi. Infatti che il divenire appaia o è una tesi di carattere fenomenologico, oppure questa tesi è il risultato di una deduzione. Nel primo caso, quando qualcosa si annulla non possiamo credere che continui ad apparire così come appariva prima di annullarsi. Se si è convinti che – facevo questo esempio – la città di Hiroshima sia stata distrutta e che la distruzione di Hiroshima significhi il suo annientamento, questo può forse dire che chi crede nell’annientamento crede che, nonostante l’annientamento,Hiroshima continui ad apparire come appariva prima? E’ necessario rispondere di ‘no’, e cioè che nella misura in cui qualcosa si annienta, in quella misura scompare…
A questo punto può servire un esempio. Il sole sorga a Oriente, percorre la volta del cielo e poi tramonta a Occidente. Supponiamo che si pensi che il sole, tramontando, si annienti. Ma il tramontare è anche il suo scomparire. Allora se si è convinti che il sole si annienti, è necessario che ci sia insieme convinti che non appartiene più alla volta del cielo. Allora la volta del cielo corrisponde a ciò che si può chiamare “esperienza”
[…]
Se il cielo corrisponde all’esperienza e il sole corrisponde (secondo il nichilista) agli enti che, dopo essere stati vanno nel niente, è possibile, quando il sole tramonta, chiedere al cielo:”Dimmi, che ne è di ciò che è tramontato?” Il cielo non può rispondere, perché il cielo mostra quello che percorre i cielo, ma non ciò che esce dal cielo. Quindi il cielo è necessariamente muto relativamente alla sorte di ciò che è uscito dal cielo. Traducendo la ‘metafora?: l’esperienza è necessariamente ‘muta’ in relazione a ciò che, supponendo che si sia annientato, esce insieme dall’esperienza, cioè non appare più. Dunque la tesi che il divenire (in senso nichilistico) appaia non può avere un carattere fenomenologico.
[…]
L’esperienza non mostra la morte come annientamento. Questo non vuol dire che non mostri l’agonia. Ma quando si dice “il modo in cui un uomo finisce la propria vita ci assicura che essa è annientata almeno come corporeità, questa non è una constatazione, ma un’inferenza, una interpretazione. […] Non si sta negando l’agonia del sole, o l’agonia degli umani, ma si sta negando che questa agonia sia il fondamento indiscutibile, incontrovertibile dell’affermazione dell’annientamento dell’agonizzante.
Allora resta il secondo corno del dilemma: l’esistenza del divenire è un che di ‘dedotto’. Ma dedotto da che cosa? “Dedotto” significa qualcosa di fondato a partire da un fondamento: ma qual è il fondamento? – chiedevo a Bontadini. Direi che lì il discorso filosofico ha avuto un’intensità che mi augurerei fosse ripercorsa nelle discussioni che si vanno facendo in filosofia..Riprendiamo: l’esistenza del divenire come qualcosa di argomentato, dedotto, fondato. Fondato su che cosa? Occorre il fondamento. Bontadini qui per fondamento intendeva ‘sia la (“mia”) tesi che l’essere in quanto essere è eterno – questo è un tratto del fondamento, e qui era venuto a “darmi ragione” (accettando non me ma la verità) -, ‘sia’ la tesi che il divenire (in senso nichilistico) appare. Allora questo fondamento era “dialettico”, perché era costituito da una contraddizione, e Bontadini credeva di risolvere questa contraddizione introducendo il concetto di “creazione”. Ma se il fondamento è tesi e antitesi, allora non solo il fondamento è un non-fondamento ma tutto ciò che si fonda su di esso è infondato.
E’ questo il punto decisivo:l’impossibilità della contraddizione
L’impossibilità che il fondamento sia contraddizione, una impossibilità mostrata attraverso l’esclusione del carattere fenomenologico del divenire in senso nichilistico e attraverso l’accertamento dell’impossibilità che sia questo divenire un che di dedotto a partire da un fondamento franante. Perché è – per riconoscimento stesso di Bontadini – un fondamento “dialettico”, fatto di tesi e antitesi.

( Emanuele Severino, Educare al pensiero, La Scuola, Brescia 2012, pp. 28-31)

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