Il riparo, in Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, pp.134-135

 

Qualche giorno fa parlavo con Anna di questa autobiografia, e del titolo da darle. Mi sarebbe piaciuto “Sotto il tavolo”. Si riferisce al mio primo ricordo, narrato all’inizio di queste pagine. Ma gli amici della Rizzoli, Manuela e Carlo, sono rimasti perplessi.
Quel titolo era una metafora, ci indica il rimedio, il sotto in cui ogni “uomo” cerca di rifugiarsi sin dal momento in cui si sente un mortale, cioè sente che ogni momento e ogni stato della sua esistenza se ne va via e non ritorna. Questo fuggirsene via della propria vita lo può sentire anche un bambino, e anche molto più piccolo di quel bambino che ero io sotto il tavolo.
Si cerca un riparo, quando si crede di essere un luogo in cui le cose si intrattengono un poco e subito diventano altro, si trasformano e la trasformazione è l’andarsene via delle vecchie cose che, appunto, se ne vanno via e non tornano più, per lasciare il posto alle nuove, che a loro volta subiranno la stessa sorte. Quel titolo alludeva quindi, in sostanza, a ciò che nei miei scritti è chiamato “la terra isolata dal destino”.
Certo, all’interno della volontà di stare al riparo si manifestano temperamenti diversi, più o meno intensamente bisognosi di ripararsi. Gli amici della Rizzoli di cui ho parlato sopra mi hanno fatto notare che non sembra che la mia preoccupazione maggiore sia stata quella di stare al coperto. Rifletto, e mi dico che, sì, mi sono messo in tensione con forze che condizionavano e condizionano la mia esistenza: mettendo in questione non solo il mondo cattolico e in genere religioso, la società capitalistica, la democrazia, la tecnica, ma anche l’ateismo, il comunismo, il totalitarismo, la stessa critica rivolta dalla “nostra” cultura alla tecnica.
Ma che immensa differenza tra questo stare allo scoperto e quello degli eroi, cioè di coloro che hanno patito e si sono sacrificati per le loro idee! Infatti ho provato sempre sconcerto quando – per fortuna poche volte; ed è ovvio che poche fossero – ho corso l’atroce rischio di passare per una vittima, perché, ad esempio, mi son trovato in urto con la Chiesa. L’urto ha sollecitato il mio interesse filosofico: una specie di letizia, una galoppata della mente. Quello, invece, dei miei “giudici” del Sant’Uffizio che lasciò l’abito talare perché si era convinto del contenuto dei miei scritti, quello sì, credo, soffrì e fu una vittima che dovette sostenere anche le conseguenze economiche del suo gesto! E credo che anche Cornelio Fabro abbia sofferto in quell”occasione; anche Lazzati (a quel tempo rettore della Cattolica) e altri. D’altra parte Nietzsche afferma da qualche parte, credo con molte ragioni, che il filosofo non si sacrifica per la verità, perché ne è l”amante.
(Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, pp.134-135).

Il depresso è lungimirante perché percepisce che nessun riparo … può salvarlo dal nulla, Emanuele Severino, Sortite, Rizzoli, Milano 1994, p. 13

Il depresso è lungimirante perché percepisce che nessun riparo – né l’apparato teologico-metafisico, né quello scientifico-tecnologico- può salvarlo dal nulla. Si può aver voglia di vivere, si può sopportare la vita solo se si distoglie lo sguardo dalla morte e dal nulla (magari enfatizzando il concetto che l’uomo è “un essere-per-la-morte”). La cultura occidentale – e quella dell’Oriente in embrione – è la radice di ogni “depressione” dell’uomo occidentale, è l’anima di ogni forma di angoscia.


(Emanuele Severino, Sortite, Rizzoli, Milano 1994, p. 13).

L’angoscia dell’uomo e l’Occidente, in Emanuele Severino, Sortite, Rizzoli, Milano 1994, pp. 13-14

 

Se ciò che la nostra cultura pensa dell’uomo è vero, non solo l’angoscia dell’uomo occidentale è lungimiranza e ogni farmaco (materiale e spirituale) tende a fare del sofferente un essere dalla vista corta, ma la sofferenza e l’angoscia dell’uomo sono estreme, perché quello che l’Occidente pensa dell’uomo e del dolore rafforza e spinge al culmine il dolore patito.

Pensando che il dolore è l’annientamento della felicità e la morte l’annientamento della vita, l’Occidente assegna al volto del dolore i tratti più terribili e angosciosi, rende estrema la sofferenza dell’uomo. L”Occidente ha costruito ripari contro di essa perché innanzitutto ne ha evocato e inventato il volto orrendo. Ogni riparo dell’Occidente è una casa costruita sull’abisso e sulla fessura del niente.

I costruttori delle case sono gli evocatori dell’abisso in cui sprofonda ogni casa che dovrebbe riparare da esso. Anche la casa di Cristo è costruita sull’abisso. Anche la volontà cristiana di soccorrere i sofferenti è una delle maggiori responsabili della sofferenza estrema dell’uomo occidentale.

Come l’intera tradizione occidentale. Come l’intera cultura moderna. Come la scienza e la tecnica.


(Emanuele Severino, Sortite, Rizzoli, Milano 1994, pp. 13-14)

Emanuele Severino: “si E’ a casa” (da L’uomo in debito cerca la libertà, Corriere della sera 13 gennaio 2014)

Un altro amico, e fraterno, se ne è andato.

Dove?

Ognuno di noi abita una «casa» , chiamiamola così. Attorno, a perdita d’occhio, la brughiera. Il fuoco è acceso, la tavola imbandita. Ma capita, guardando verso la finestra, che il vento ci faccia credere di trovarci là fuori — e ci si dimentichi di dove siamo davvero.

Si è «a casa».

Sin da prima dell’inizio dei tempi. Ci rimarremo in eterno; la casa sarà sempre più accogliente. E invece crediamo di vivere nella terra inospitale che ci ha ghermito col vento.

Stando là fuori diciamo: «Ecco il mondo; questa è la vita che ci è toccata». Ci crediamo mortali. Ma quando si muore non si va da qualche parte. Ci si risveglia accanto al fuoco. Non più ingannati dal vento. Né intimoriti delle ombre e dal gelo della brughiera.

Una povera favola? Non direi; ma una metafora sì: dello Spettacolo che da gran tempo tento di indicare. (Il tentativo è delle parole, non di ciò che esse indicano).

Emanuele Severino: “si E’ a casa” – Tracce e Sentieri

Emanuele Severino, Le abitazioni dell’ Occidente, in Tecnica e architettura, a cura di Renato Rizzi, Raffaello Cortina, Milano 2003

“ Lungo l’intera tradizione occidentale la <configurazione delle spazio> (Raumgestaltung) – come ogni altra opera – è determinata dal senso del mondo che si presenta nel contenuto eterno dell’ ‘episteme’ filosofica e teologica greco-cristiana. La ‘figura’ (Gestaltung) che l’architettura conferisce allo spazio rispecchia cioè in se stessa l’Ordinamento eterno che viene mostrato da tale sapienza. Nella tradizione dell’Occidente la città, la casa, il tempio, il teatro, lo stadio, la chiesa, il castello non vogliono esistere in eterno, e tuttavia vogliono rispecchiare l’Ordinamento eterno del mondo e quindi intendono essere il meno caduchi possibile e presentarsi essi stessi con una certa qual aura di eternità. Volendo rispecchiare l’Ordinamento eterno del mondo, vogliono esserne il ‘simbolo’. L’uomo trova riparo nelle proprie abitazioni non perché riceva da esse certe prestazioni, ma perché è il loro essere simbolo dell’Eterno che consente loro di fornirle. È perché le costruisce in modo che siano simbolo dell’Eterno che egli, abitandole, si sente al riparo. Ma come può accadere che le abitazioni e le costruzioni della tradizione occidentale siano simboli dell’Eterno dell’ ‘episteme’ greco-cristiana? Come sapienza che riesce a ‘stare’( – ‘steme’), imponendosi ‘su’ (‘epi’) tutto ciò che vorrebbe smentirla e abbatterla, l’ ‘episteme’ è la misura(‘metron’) e la conoscenza(‘mathos’) a cui ogni cosa deve adeguarsi. Originariamente, il ‘mathos’ della matematica e il ‘metron’ della geometria greche appartengono all’ ‘episteme’. Certo, geometria e matematica sono già altamente sviluppate in Egitto, prima dei Greci, ma qui non sono ancora pensate, secondo quanto invece accade nella filosofia greca, come tratti della sapienza incontrovertibile e universale e in rapporto all’essere e al nulla, cioè al significato ontologico dell’uno e del molteplice. E dunque non sono nemmeno pensate in relazione all’Eterno, concepito come impossibilità di non essere.
Le costruzioni e abitazioni della tradizione occidentale possono essere simboli dell’Eterno dell’ ‘episteme’ greco-cristiana perché sono configurazioni geometrico-matematiche dello spazio, ossia perché in esse lo spazio è configurato e ordinato secondo le categorie dell’ ‘episteme’ geometrico-matematica. La regolarità geometrico-matematica è la figura che che negli edifici dell’Occidente viene data allo spazio. Il colonnato geometrico del tempio, come la gradinata semicircolare del teatro, e la disposizione regolare degli edifici nella città delimitano e determinano lo spazio vuoto; in cui dunque non ci si può muovere a caso, ma conformemente alla sua struttura geometrica, ossia a un ordine che viene percepito e vissuto come assoluto e immutabile.
Il movimento nello spazio vuoto del tempio greco(e di ogni edificio della tradizione occidentale) è il simbolo del divenire del mondo, cioè del processo in cui le cose del divenire del mondo, cioè del processo in cui le cose escono dal nulla e vi ritornano; la regolarità che il movimento è costretto ad assumere dal carattere geometrico delle costruzioni è il simbolo della regolarità a cui il divenire del mondo è sottoposto dall’eterno ordinamento divino. L’architettura umana(‘anthropine techne’) rende abitale lo spazio vuoto (cioè sopportabile l’ ‘horror vacui’), come l’architettura divina(‘theia techne’) rende abitabile il nulla e sopportabile il suo orrore, cioè rende sopportabile il soggiorno dei mortali nel nulla che, attraversando tutte le cose dell’universo visibile, produce la forma estrema dell’angoscia.”
EMANUELE SEVERINO, “Tecnica e architettura”, a cura di Renato Rizzi, Raffaello Cortina, Milano 2003, ‘Raumgestaltung’, pp. 89 – 91

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