Emanuele Severino, Le abitazioni dell’ Occidente, in Tecnica e architettura, a cura di Renato Rizzi, Raffaello Cortina, Milano 2003

“ Lungo l’intera tradizione occidentale la <configurazione delle spazio> (Raumgestaltung) – come ogni altra opera – è determinata dal senso del mondo che si presenta nel contenuto eterno dell’ ‘episteme’ filosofica e teologica greco-cristiana. La ‘figura’ (Gestaltung) che l’architettura conferisce allo spazio rispecchia cioè in se stessa l’Ordinamento eterno che viene mostrato da tale sapienza. Nella tradizione dell’Occidente la città, la casa, il tempio, il teatro, lo stadio, la chiesa, il castello non vogliono esistere in eterno, e tuttavia vogliono rispecchiare l’Ordinamento eterno del mondo e quindi intendono essere il meno caduchi possibile e presentarsi essi stessi con una certa qual aura di eternità. Volendo rispecchiare l’Ordinamento eterno del mondo, vogliono esserne il ‘simbolo’. L’uomo trova riparo nelle proprie abitazioni non perché riceva da esse certe prestazioni, ma perché è il loro essere simbolo dell’Eterno che consente loro di fornirle. È perché le costruisce in modo che siano simbolo dell’Eterno che egli, abitandole, si sente al riparo. Ma come può accadere che le abitazioni e le costruzioni della tradizione occidentale siano simboli dell’Eterno dell’ ‘episteme’ greco-cristiana? Come sapienza che riesce a ‘stare’( – ‘steme’), imponendosi ‘su’ (‘epi’) tutto ciò che vorrebbe smentirla e abbatterla, l’ ‘episteme’ è la misura(‘metron’) e la conoscenza(‘mathos’) a cui ogni cosa deve adeguarsi. Originariamente, il ‘mathos’ della matematica e il ‘metron’ della geometria greche appartengono all’ ‘episteme’. Certo, geometria e matematica sono già altamente sviluppate in Egitto, prima dei Greci, ma qui non sono ancora pensate, secondo quanto invece accade nella filosofia greca, come tratti della sapienza incontrovertibile e universale e in rapporto all’essere e al nulla, cioè al significato ontologico dell’uno e del molteplice. E dunque non sono nemmeno pensate in relazione all’Eterno, concepito come impossibilità di non essere.
Le costruzioni e abitazioni della tradizione occidentale possono essere simboli dell’Eterno dell’ ‘episteme’ greco-cristiana perché sono configurazioni geometrico-matematiche dello spazio, ossia perché in esse lo spazio è configurato e ordinato secondo le categorie dell’ ‘episteme’ geometrico-matematica. La regolarità geometrico-matematica è la figura che che negli edifici dell’Occidente viene data allo spazio. Il colonnato geometrico del tempio, come la gradinata semicircolare del teatro, e la disposizione regolare degli edifici nella città delimitano e determinano lo spazio vuoto; in cui dunque non ci si può muovere a caso, ma conformemente alla sua struttura geometrica, ossia a un ordine che viene percepito e vissuto come assoluto e immutabile.
Il movimento nello spazio vuoto del tempio greco(e di ogni edificio della tradizione occidentale) è il simbolo del divenire del mondo, cioè del processo in cui le cose del divenire del mondo, cioè del processo in cui le cose escono dal nulla e vi ritornano; la regolarità che il movimento è costretto ad assumere dal carattere geometrico delle costruzioni è il simbolo della regolarità a cui il divenire del mondo è sottoposto dall’eterno ordinamento divino. L’architettura umana(‘anthropine techne’) rende abitale lo spazio vuoto (cioè sopportabile l’ ‘horror vacui’), come l’architettura divina(‘theia techne’) rende abitabile il nulla e sopportabile il suo orrore, cioè rende sopportabile il soggiorno dei mortali nel nulla che, attraversando tutte le cose dell’universo visibile, produce la forma estrema dell’angoscia.”
EMANUELE SEVERINO, “Tecnica e architettura”, a cura di Renato Rizzi, Raffaello Cortina, Milano 2003, ‘Raumgestaltung’, pp. 89 – 91

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