Giorgio PENZO, Nichilismo positivo, in Le parole dell’Essere. Per Emanuele Severino, a cura di Arnaldo Petterlini, Giorgio Brianese, Giulio Goggi, Bruno Mondadori editore, 2005, pagine 467-478

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Arnaldo PETTERLINI, Vico e Freud; tra retorica ed ermeneutica, in Le parole dell’Essere. Per Emanuele Severino, a cura di Arnaldo Petterlini, Giorgio Brianese, Giulio Goggi, Bruno Mondadori editore, 2005, pagine 479-490

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Francesco MORA, La “Repubblica” di Platone evocatrice dell’Occidente, in Le parole dell’Essere. Per Emanuele Severino, a cura di Arnaldo Petterlini, Giorgio Brianese, Giulio Goggi, Bruno Mondadori editore, 2005, pagine 449-466

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Ugo Spirito, “La vita come amore”

« Una nuova società va determinandosi, che continua a combattere per inerzia, ma che in realtà vive tra l’indifferenza e lo scetticismo, dubitando di ogni fede e di ogni verità. È una società caratterizzata da stanchezza e disorientamento, che ai presunti ideali di ieri non sa che opporre il vuoto dell’oggi.»

Ugo Spirito, “La vita come amore”

IL PENSIERO: Severino, come egli stesso ricorda in un’intervista, rammenta quando formulò le sue idee per la prima volta, quelle idee destinate a suscitare così tanto stupore. Aveva ventitrè anni … da STUDI SEVERINIANI

Studi Severiniani

IL PENSIERO

Severino, come egli stesso ricorda in un’intervista, rammenta quando formulò le sue idee per la prima volta, quelle idee destinate a suscitare così tanto stupore. Aveva ventitrè anni, era già libero docente all’Università, e un giorno stava lavorando attorno al primo libro della “Fisica” di Aristotele, su nello studiolo, quando fu travolto da un’ondata d i pensieri nuovi: ” fu come trovarsi in un vortice, in un maelström, e in basso apparve la terra. L’essere eterno mi si presentò in questo modo, aveva il carattere di questo fondo marino “. Da lì ebbe inizio la sua avventura filosofica. La filosofia di Emanuele Severino si innesta nel dibattito ontologico avviato da Heidegger e, tuttavia (a differenza di Heidegger), si propone un ritorno all’antico pensiero di Parmenide di Elea. Per Severino la questione principale da affrontare risale alla metafisica classica e riguarda la contraddizione o meno tra l’essere e il non essere o divenire . Il filosofo affronta il problema tenendo presenti autori contemporanei quali Nietzsche e Heidegger. La tesi generale è che il peccato e l’errore dell’Occidente e del cristianesimo compreso consistono nell’essersi allontanato dal precetto parmenideo secondo il quale tra solo l’essere è e può essere pensato e definito . Scegliendo di non rispettare l’insegnamento di Parmenide e introducendo il divenire nel pensiero e nella storia, l’Occidente si è trovato in una situazione senza uscita che ha portato all’attuale dominio della ragione e della tecnica. Quindi bisogna ritornare a Parmenide . Il peccato originale dell’Occidente è avvenuto dopo Parmenide, quando il pensiero greco, invece di considerare soltanto l’essere, ha evocato il divenire inteso come la dimensione visibile dove le cose provengono dal niente e ritornano nel niente, dopo essersi trattenute provvisoriamente nell’essere. Il divenire diventa l’oscillazione delle cose tra l’essere e il niente: ma Severino, sull’onda dell’insegnamento parmenideo, nega l’esistenza stessa del divenire. L’impianto filosofico di Severino può essere così sinteticamente riassunto:a) L’abbandono dell’essere parmenideo e la scelta del divenire provocano nell’umanità occidentale un sentimento di angoscia di fronte al niente, di nostalgia, di bisogno dell’essere.b) L’Occidente con la logica del rimedio innalza gli immutabili per difendersi dal divenire che esso ha evocato, cioè costruisce le entità (Dio) e i valori (etici, naturali, ecc.) trascendenti e permanenti.c) Al di sopra degli immutabili l’epistéme, cioè l’essenza originaria della filosofia, la volontà di conoscere stabilmente la verità del mondo. L’epistéme è la dimensione stabile del sapere, all’interno della quale vengono innalzati tutti gli immutabili dell’Occidente. La fede cristiana eredita i caratteri di stabilità dell’epistéme e si rivolge alle masse.Severino prende le mosse dal pensiero del suo maestro Bontadini – fondatore della Neoscolastica milanese – ma presto se ne allontana: se per Bontadini nel mondo domina il divenire (come ci attestano i sensi stessi), l’unica via per ammettere qualcosa di eterno è Dio, inteso come ente immutabile ed imperituro. Ora Severino stravolge il discorso del suo maestro: giacchè nel mondo non vi è il divenire – esso è solo una doxa degli uomini, secondo l’insegnamento parmenideo -, non è necessario far riferimento ad un ente eterno e trascendente; il mondo stesso che ci appare dinanzi è eterno. Ben si capisce come in virtù di queste sue posizioni Severino fu allontanato dalla cattolica di Milano. Accrescere il proprio potere sulle cose e sugli dèi: questo è sempre stato il desiderio più profondo degli uomini, i quali pensano che la potenza li renda capaci di vincere il dolore e la morte. Nel paradiso terrestre il serpente assicura che non si morirà mangiando il frutto proibito; anzi si diventerà come dèi, si avrà cioè la loro potenza. Tecniche, religioni, filosofia, arti, sono i grandi espedienti escogitati dall’uomo per diventare sempre più potente . La tecnica fondata sulla scienza moderna è ormai il più potente strumento di trasformazione del mondo. Ma il Luogo che contiene tutti i luoghi è la totalità dell’essere. La filosofia ha inteso indicarne il volto. Dapprima ha affermato l’esistenza di Dio, ossia dell’Essere immutabile che nessuna potenza umana può dominare. Poi la filosofia del nostro tempo ha mostrato che nessun Dio immutabile ed eterno può esistere. Cosicché, dapprima, ha avuto la strada sbarrata da Dio e dalle sue leggi; poi la filosofia ha liberato la strada da ogni ostacolo. Il cristianesimo, quindi, va incontro allo stesso destino della filosofia, con l’aggravante di mettere da parte lo spirito critico con cui la filosofia cerca di argomentare le ragioni della necessità degli immutabili che servono come difesa e riparo rispetto al divenire, e sono paragonabili alle creazioni della volontà di potenza di cui parla Nietzsche. Gli immutabili, prevedendo e controllando il divenire soffocano e minacciano la volontà di esistere, in modo più insopportabile della stessa minaccia del divenire. L’uomo ricorre allora, come ad un’ancora di salvezza, alla scienza e alla tecnica, affinché lo liberino da questa minaccia. La filosofia contemporanea tende a tramontare nel sapere scientifico, proprio perché essa è negazione e distruzione degli immutabili. A questo proposito, asserisce Severino: ” La filosofia va necessariamente verso il proprio tramonto, cioè verso la scienza, che tuttavia è il modo in cui oggi la filosofia vive. […] Tutti possono vedere che la filosofia, su scala mondiale, declina nel sapere scientifico ” ( ” Che cosa fanno oggi i filosofi? “, Milano 1982). Del resto, lo stesso Heidegger, cui Severino si ispira costantemente (pur auspicando un ritorno a Parmenide), aveva affermato, in ” Ormai solo un dio ci può salvare “: ” La filosofia è alla fine. […]Quella che è stata la funzione della filosofia fino ad oggi è stata ereditata dalle scienze. […] La filosofia si dissolve in singole scienze: la psicologia, la logica, la politologia “. Aristotele, così aperto verso le posizioni dei suoi predecessori, pur confutandole, di fronte alla filosofia di Parmenide si spazientisce e la bolla come una follia ( mania ). L’esempio più caro a Severino, nell’argomentare la sua posizione parmenidea, è quello della legna che per l’azione del fuoco “diventa” cenere: nella tradizione occidentale, siamo soliti pensare che la legna si trasformi in cenere; quando scorgiamo la cenere, del resto, la associamo subito alla legna, convinti che da essa derivi. Siamo così portati a dire che è cenere da parte della legna; similmente, quando Socrate cresce in altezza, diciamo che è alto da parte di Socrate. Ma ciò non toglie che diciamo anche “Socrate è alto”: similmente, si dovrà per Severino affermare che la legna è cenere. E’ questa una follia per la tradizione occidentale: Platone stesso, nel “Teeteto”, spiegava come neanche nei sogni o nella follia fosse possibile predicare il contrario di una cosa, dicendo ad esempio che il cavallo è il toro, è il bue, ecc. Ugualmente, è assurdo, folle, predicare che la legna è la cenere: ma questo per una tradizione che è essa stessa folle e si è separata da Parmenide e che mescola indebitamente essere e non essere (la legna che finisce nel nulla, la cenere che dal nulla nasce). Ma, secondo Severino, l’abbandono dell’essere parmenideo e la scelta del divenire è la follia dell’Occidente , il sentiero della notte, lo spazio originario in cui sono venuti a muoversi e ad articolarsi non solo le forme della cultura occidentale, ma anche le sue istituzioni sociali e politiche. Di fronte all’ è angoscia del divenire , l’Occidente, rispondendo alla logica del rimedio, ha evocato è gli immutabili (Dio, le leggi della natura, la dialettica, il libero mercato, le leggi etiche o politiche, ecc.). La civiltà della tecnica domina il mondo. All’inizio della nostra civiltà Dio, il Primo Tecnico, crea il mondo dal nulla e può sospingerlo nel nulla. Oggi, la tecnica, ultimo dio, ricrea il mondo e ha la possibilità di annientarlo. Nella sua opera Severino intende mettere in questione la fede nel divenire entro cui l’Occidente si muove, nella convinzione che l’uomo vada alla ricerca del rimedio contro l’angoscia che esso provoca. Il divenire è una follia. Riecheggiando Nietzsche, si tratta di comprendere che non solo non può esistere alcun Dio immutabile ed eterno, ma che il divenire non è un percorso rettilineo e irreversibile ma un circolo che eternamente ritorna su di sé (immaginiamo una pellicola cinematografica su cui le stesse immagini girano in eterno). Chi è capace di scorgere la necessità di questo circolo è il “superuomo”, il quale possiede la volontà più potente di ogni altra. Sapendo che la strada è circolare si è infatti essenzialmente più potenti, nel procedere e nell’agire, di chi, ignorandolo, e credendo che il percorso sia rettilineo, va continuamente fuori strada. E allora, chiediamoci, la tecnica guidata dalla scienza moderna, proprio la tecnica, che oggi si presenta come produttrice della potenza suprema dell’uomo, può permettersi di ignorare che il corso degli eventi del mondo ha un carattere circolare? Può ignorare il tratto fondamentale del mondo? Una tecnica che lo ignori non è forse impotente rispetto alla tecnica che lo conosce e pone questa conoscenza al proprio fondamento? E in tal modo non ci si deve forse preparare ad ammettere quella che ci sembrava l’affermazione più paradossale, cioè che la dottrina dell’eterno ritorno solleva la tecnica al culmine delle proprie possibilità? Severino può apparire paradossale, anche assurdo, inconcepibile, perché sostiene che tutto è eterno, non solo ogni uomo e ogni cosa, ma anche ogni momento di vita, ogni sentimento, ogni aspetto della realtà, e quindi niente scompare, niente muore: l’eternità è la sua passione, la sua vocazione. Tutti da millenni credono che le cose e gli uomini nascono dal nulla e nel nulla ritornano: Severino stesso dice che ” nascere vuole dire […] uscire dal niente; morire vuol dire tornare nel niente: il vivente è ciò che esce dal niente e torna nel niente ” ( ” Che cosa fanno oggi i filosofi? “, Milano 1982). Tuttavia per Severino tutto è eterno. Non basta: solo in superficie si crede che le cose vengano dal nulla e che nel nulla alla fine precipitino, perché nel profondo siamo convinti che quel breve segmento di luce che è la vita è esso stesso nulla. E’ il nichilismo. E’ l’ omicidio primario , l’uccisione dell’essere. Ma è una contraddizione: ciò che è non può non essere, né può essere stato o potrà mai essere nulla. Una contraddizione che è la follia dell’Occidente, e ormai di tutta la terra. Una ferita che necessita di numerosi conforti, dalla religione all’arte, tutti affreschi sul buio, tentativi di nascondere, medicare il nulla che ci fa orrore. Per fortuna ci attende la Non Follia , l’apparire dell’eternità di tutte le cose. Noi siamo eterni e mortali perché l’eterno entra ed esce dall’apparire. La morte è l’assentarsi dell’eterno . Abbiamo tutti nel sangue il nichilismo. Ci crediamo mendicanti quando invece siamo re. Come dice Orazio, ” pulvis et umbra sumus ” (“siamo polvere e ombra”): l’uomo diventa polvere, ma anche la polvere è eterna. Si può forse esorcizzare la morte aiutandosi con le religioni o con le filosofie, si può anche credere che tutto finisca in un grande silenzio, simile a quello che precede la nascita. La scienza riesce a prolungare la vecchiaia, i piaceri che ricerchiamo avidamente stordiscono le preoccupazioni accumulate dai giorni, la bellezza ci aiuta a disprezzare gli insopportabili ragionamenti dei mediocri. Un frammento di Eraclito recita: ” attendono gli uomini, quando sono morti, cose che essi non sperano né suppongono “. Quali spettacoli si mostrano, se si mostrano, dopo la morte? La morte ha un significato che sta al di là di ciò che si intende comunemente con questo termine. Sta al di là della stessa contrapposizione tra morte e immortalità. L’Occidente, la cui preistoria è l’Oriente, la intende invece come annientamento, salvando in alcuni casi l’anima o la coscienza che continuerebbero ad avere una loro vita. Severino cerca di dimostrare che la persuasione che una qualsiasi cosa o evento (uomo, pianta, stella, situazione, istante) possa annientarsi, e annientato sia niente, è Follia essenziale. È la Follia più profonda che possa manifestarsi non soltanto nel mondo umano, ma nel Tutto. In diverse forme la Follia domina la storia della Terra; al di fuori della Follia appare l’eternità di ogni cosa e di ogni evento. La morte appartiene alla manifestazione degli eterni, è un evento interno a tale manifestazione. Essa non ci travolge, ma è una parte del nostro esistere. È una condizione necessaria della felicità. Noi siamo destinati alla felicità che è l’oltrepassamento di tutte le contraddizioni e non un premio concesso. È necessità. È inevitabile che dopo il tramonto della vita e della morte, della volontà e dell’abulia l’uomo sia felice. In tale prospettiva, Dio non è il demiurgo ma l’apparire infinito degli eterni, è essenzialmente diverso da quello della tradizione religiosa e filosofica. Dio non sta in un altro mondo: nel profondo noi siamo l’oltrepassamento della totalità delle contraddizioni. Non è facile cogliere il suo messaggio, il suo linguaggio inusuale. Il mondo è troppo concreto per permettersi il lusso di strapparsi dalla pelle gli accidenti della giornata, che stanno addosso agli uomini come dei fastidiosi pidocchi, che ci tormentano come questi parassiti e che divorano le nostre vite succhiandoci il tempo e il sangue. In virtù di queste sue idee (e, più in generale, dell’intero suo impianto filosofico), Severino fu allontanato dall’università Cattolica nel 1969: ” mi resi conto che il mio discorso conteneva il no più radicale alla tradizione metafisica dell’Occidente e dell’Oriente. Non era rivolto specificamente contro la religione cristiana “. Ma l’educazione cattolica ricevuta da Severino non è mai completamente svanita, anche dopo l’elaborazione della sua filosofia: certo, egli mette da parte la nozione di Dio, ma non quella di Verità, cardinale nella tradizione cristiana. ” La Verità prende il posto di Dio, che è rimedio dell’angoscia contro il nulla. Dio è all’interno della follia, del nichilismo, del credere che le cose muoiono “. Per Severino la tecnica non è ancella delle forze che governano il mondo, ma è essa stessa a governare i destini dell’umanità. La tecnica prosegue il proprio cammino sapendo che non incontrerà alcuno ostacolo e alcun limite invalicabile. La filosofia contemporanea l’ ha resa completamente libera, l’ ha sollevata al culmine delle sue possibilità. Ascoltando la voce della filosofia del nostro tempo, la tecnica può assumere ora un’andatura del tutto diversa ed essenzialmente più incisiva. Il mezzo (la tecnica, le nuove tecnologie, le reti telematico-informatiche) sta diventando lo scopo, il fine della comunicazione. Così la celebre frase di Mac Luhan, ” il medium è il messaggio “, alla luce di questa riflessione diviene immediatamente comprensibile: il mezzo della comunicazione forma e trasforma i messaggi che veicola, e sovente, nell’ epoca postmoderna, diventa il fine del comunicare stesso, lasciando sullo sfondo concetti e idee. Il concetto stesso di etica sta cambiando drasticamente, l’etica sta diventando tecnica, ossia la potenza e la capacità di trasmettere e diffondere informazioni. L’etica così come è stata pensata da Aristotele e da altri illustri filosofi, sta lasciando il posto al dominio della tecnica. Il pensiero postmoderno è figlio di un processo lungo due secoli durante i quali il concetto di verità è stato smontato, specie nel suo legame col divino. Dio è morto e con lui la verità, lasciando il posto, si potrebbe aggiungere, a relativismi, possibilismi e revisionismi di ogni sorta. In questa prospettiva storico-cosmica, Severino colloca la situazione italiana, meno liberata rispetto ad altre. In Italia il tramonto della filosofia nella scienza avviene più lentamente che altrove, soprattutto perché nel nostro paese esistono il centro del cattolicesimo mondiale e il più forte partito comunista del mondo occidentale, due istituzioni che, in modi specifici, contribuiscono a tenere in vita il senso tradizionale della filosofia, cioè la filosofia come epistéme, luogo dell’evocazione degli immutabili. E’ molto rilevante il titolo di un’opera di Severino, composta nel 1985: ” Il parricidio mancato “; il parricidio in questione sarebbe quello commesso da Platone (come il filosofo ateniese stesso afferma) ai danni di Parmenide, padre della filosofia dell’essere. Ora Severino, che si riaggancia al pensiero dell’antico ontologo, vuol mettere in luce come, in realtà, si sia trattato di un “parricidio mancato”: la filosofia di Parmenide è ancora viva e vegeta ed è ad essa che Severino intende riallacciarsi. Parmenide infatti, secondo Severino, mette in luce per la prima volta il senso radicale della contrapposizione tra l’essere e il niente e chiarisce quindi il senso assoluto di questi due enti, comprendendo filosoficamente ciò che prima non era stato possibile chiarire dal mito. I primi pensatori iniziarono a capire che l’essere poteva essere visto come il Tutto al di là del quale non vi era nulla: infatti il niente non è qualcosa che possa venire conosciuto o del quale si possa parlare. Parmenide è importante perché approfondisce ed interpreta il concetto di essere. Infatti se il non essere non è, non può inframmezzarsi all’essere e dividerlo in parti; né può essere qualcosa da cui l’essere sorga o in cui si dissolva. In questa argomentazione di Parmenide, viene utilizzato il fondamentale principio logico detto di “non-contraddizione”, secondo il quale non vengono accettati contemporaneamente di una stessa realtà un carattere ed il suo contrario. Infatti, Parmenide fa notare che è logicamente contraddittorio affermare che il non essere ci sia, che il nulla esista, perché il non essere è il contrario dell’essere e affermare della stessa realtà un carattere e il carattere contrario è un errore logico: un nonsenso. Il divenire dell’essere è quindi un’opinione senza verità, un’apparenza illusoria di cui si convincono i mortali, che seguono il percorso della non-verità , ovvero di ciò che è apparenza. Con il medesimo ragionamento Parmenide ammette che l’essere non è mai nato, né mai morirà, cioè è eterno. Per affermare infatti che sia nato, bisognerebbe ammettere che ci fosse stato qualcosa da cui è stato generato, ma siccome l’essere è unico, ciò è logicamente contraddittorio. Per la stessa ragione non possiamo accettare il fatto che l’essere si muova, perché per farlo dovrebbe passare da un luogo ad un altro e muoversi in un elemento, lo spazio vuoto, il non essere, che permetta lo spostamento e ciò è logicamente contraddittorio. Severino riflettendo su Parmenide e sulla storia della filosofia occidentale, che ha posto al suo centro il divenire, la follia che domina il mondo, giunge ad affermare che tutto è eterno . Tutto è eterno significa che ogni momento della realtà è , ossia non esce e non ritorna nel nulla, significa che anche alle cose e alle vicende più umili e impalpabili compete il trionfo che si è soliti riservare a Dio. Eterni sono ogni nostro sentimento e pensiero, ogni forma e sfumatura del mondo, ogni gesto degli uomini. E anche tutto ciò che appare in ogni giorno e in ogni istante: il primo fuoco acceso dall’uomo, il pianto di Gesù appena nato, l’oscillare della lampada davanti agli occhi di Galileo, Hiroshima viva ed il suo cadavere. Eterni ogni speranza ed ogni istante del mondo, con tutti i contenuti che stanno nell’istante, eterna la coscienza che vede le cose e la loro eternità e vede la follia della persuasione che le cose escano dal niente e vi ritornino. Ma dissertare di filosofia non è produttivo, dice Severino: infatti, ” parlare di filosofia uccide la filosofia, perché non si vede la profonda vena d’oro e vien fuori uno spettro, un mito nel migliore dei casi, un discorso strano di un intellettuale un po’ squilibrato “.

Si è portato via anche Franco Marini … in Amici di Emanuele Severino | Facebook

Si è portato via anche Franco Marini, il Covid. Aveva 87 anni, politico e sindacalista di valore. Fu segretario generale della Cisl, poi presidente del Senato e ministro del Lavoro, segretario del Partito popolare italiano ed europarlamentare. Ricordo ancora , nel 2013

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Vasco Ursini: Nel 2013 pubblicai il mio saggio “Il dilemma verità dell’essere o nichilismo?, Book Sprint Edizioni … Ho risposto ai rilievi critici di Emanuele Severino …

Ecco qui di seguito ciò che ho preannunciato qualche ora fa

Nel 2013 pubblicai il mio saggio “Il dilemma verità dell’essere o nichilismo?, Book Sprint Edizioni, a cui rinvio.

Nel suo “Dispute sulla verità e la morte”, Rizzoli, 2018, p. 74, ed anche nel n. 02/2014 della rivista “La filosofia futura”, pp. 144-145, Emanuele Severino nel recensire quel mio saggio scrive:

“C’è anche la situazione in cui si crede di trovarsi a dover scegliere tra il destino della verità e le convinzioni che si fondano sulla terra isolata da esso. Di tale situazione è un paradigma significativo il saggio di Vasco Ursini ‘Il dilemma verità dell’essere o nichilismo? (Book Sprint Edizioni 2013). Chiedo anche qui: perché è necessario scegliere ‘o’ tale verità (che è la negazione del nichilismo) ‘o’ il nichilismo e non ‘entrambi’? Perché si rifiuta la contraddizione! (E il destino è la forma autentica della negazione della contraddizione – la forma che si mantiene al di là del modo in cui il “principio di non contraddizione” si presenta nella terra isolata.) D’altra parte, trovarsi nel “dilemma” (o nel “problema”) rispetto al destino è un modo di ‘negare’ il destino e pertanto è un ‘aver già scelto’ la terra isolata dal destino e le convinzioni che su di essa si fondano – un aver già scelto, anche se si crede di trovarsi ancora al di qua della scelta”.

Ho risposto a questi rilievi critici di Emanuele Severino nel n. 03/2014 della medesima rivista “La filosofia futura” alle pagine 123-125, ove scrivo:

“Dico subito che sono infinitamente grato a Emanuele Severino di essersi ‘piegato’ a discutere il mio saggio. Alla gratitudine si unisce un sentimento di viva soddisfazione per l’attenzione ricevuta da lui che io reputo degno di essere collocato tra i più grandi pensatori dell’umanità, tra coloro cioè che hanno preso posizione su ciò che è e significa “verità”, non su questa o quella verità, ma sulla ‘verità’ che è il mostrarsi dell’assolutamente incontrovertibile. Soltanto così,a parer mio, si fa autentica filosofia.

Premesso ciò, provo a rispondere ai rilievi critici di Severino. Nulla da osservare sulla necessità di scegliere una delle alternative del dilemma. Non mi pare invece condivisibile l’affermazione che porsi il problema di scegliere tra la verità del destino e il nichilismo “è un modo di ‘negare’ il destino e pertanto è un ‘aver già scelto la terra isolata dal destino e le convinzioni che su di essa si fondano, anche se si crede di trovarsi ancora al di qua della scelta”. No. Tentare di scegliere tra le due alternative non può essere un ‘aver già scelto’, ma è verificare se si riesce a scegliere. Nel mio caso si è cercato di verificare se è possibile ‘uscire’ dall’isolamento della terra e dal nichilismo che la pervade, partendo, da un lato, dalla consapevolezza che l’isolamento della terra non è una colpa dell’uomo ma è l’accadimento della decisione originaria, un ‘eterno, che sopraggiunge con necessità nel cerchio dell’apparire, dall’altro lato, dalla consapevolezza che due anime in perenne contrasto tra loro abitano nel nostro petto, una nascosta (l’Io del destino) e l’altra manifesta (l’io della terra isolata); due dunque sogno gli ‘inconsci’ dell’Occidente: quello, più profondo, del ‘destino della verità’ e quello, più superficiale, del ‘nichilismo’, che dunque non è esplicito e intenzionale ma completamente inconscio, nel senso che l’Occidente crede di pensare e di vivere l’ente come qualcosa che è, mentre lo pensa e lo vive come niente.

Questo insanabile contrasto dura da sempre e durerà sin quando non accadranno, se accadranno, il tramonto dell’isolamento della terra dal destino della verità e l’avvento della terra che salva. Non ci resta dunque che attendere. Ma questa “Attesa” è così lunga da sembrare eterna. Un’Attesa che comunque va al di là della dimensione temporale della vita degli uomini, mentre intanto su questa nostra vita incombe continuamente la ‘morte’ che ci terrorizza e ci angoscia. Un’Attesa infinita che giorno dopo giorno ci sfibra. A questo punto occorre chiedersi: in tali condizioni è possibile tentare di raggiungere quel primo inconscio?. Severino lo ha raggiunto ed espresso nei ‘cosiddetti’ suoi scritti. Io ho tentato e tento ancora di raggiungerlo seguendo le indicazioni che egli ci fornisce:

Quel primo inconscio “può essere raggiunto solo se non ci si mette in cammino in compagnia delle ricostruzioni storiche avanzate dalla nostra cultura. Anzi, solo se non ci si mette affatto “in cammino”, ma si lascia che i luogo della necessità (ossia la struttura originaria della Necessità) già da sempre aperto ‘al di fuori’ della struttura dell’Occidente, consenta al linguaggio di testimoniarlo e di testimoniarlo come qualcosa di abissalmente estraneo a quell’altro luogo che è appunto la struttura in cui cresce la storia dell’Occidente, Se questa struttura continua a rimanere l’inconscio essenziale della nostra civiltà, quell’altra – il luogo della necessità – è l’inconscio di questo inconscio, il sottosuolo del sottosuolo, ciò che avvolge l’avvolgente” (La struttura originaria, p. 14).

Queste indicazioni ho cercato di seguire nel mio saggio senza riuscire a compiere una scelta definitiva tra le alternative del dilemma, verità dell’essere o nichilismo. La “verità” che talvolta mi sembra di scorgere torna presto a vacillare.Non mi resta dunque che richiamare quanto ho scritto nel mio saggio: “Come Kierkegaard mi riduco a vivere in un perenne ‘forse’. Resto fuori dalle ‘Chiese’ che si fondano su granitiche certezze, disgiunto dalle fedi che muovono la turba, vittima di un pensiero vivo e lucido”, che però non rinuncia a tentare di compiere quella scelta.

LETTERA A EMANUELE SEVERINO INTORNO A UNA ETERNA LEZIONE, di Roberta De Monticelli

Sandro Lorenzotti in

Amici di Emanuele Severino

Ciao a tutti, da lontano!

Tutti noi abbiamo letto moltissimo su Emanuele Severino, questi ultimi giorni. Tantissime, belle cose.

Qui di seguito e’ quello che considero le parole piu’ belle. Parole pure.

Le ha scritte Roberta De Monticelli, filosofo ed accademica italiana.

LETTERA A EMANUELE SEVERINO INTORNO A UNA – ETERNA – LEZIONE

Caro professore, se l’essere nella Gioia, come spero, le consente di ricevere qualche lettera senza che la Gioia sia interrotta dalla noia di leggerla, lasci pure che questa mia si depositi come foglia, soffio, ombra, umana illusione, fiato di voce o scintillio d’inchiostro là dove i più fra noi, tardi di mente e innamorati del visibile, stoltamente dimorano: nel Cerchio dell’Apparenza.

Non turberà l’eternità dell’esser suo, caro professore, questo cicaleccìo di una collega invisibile, sì, proprio quella dell’aula accanto, quella del giovedì. O forse era martedì? Che cosa conta, e chissà mai perché poi avevamo quest’abitudine di onorare gli orari di lezione, questa conformistica, veramente illogica acquiescenza alla misurazione di ciò che non esiste, il tempo. Lei poi arrivava puntualissimo, molto più di me. Ben me ne accorgevo ogni volta che la folla dei suoi allievi in festosa attesa faceva barriera davanti a tutte le porte dello stretto corridoio su cui si aprivano le nostre aule, e i quattro gatti della mia classe e io restavamo bloccati per un pezzo, prima di entrare, con loro e mio rimpianto, nell’auletta degli esercizi di fenomenologia, piena di controversie e dubbi, invece che nella luce dell’incontrovertibile. Dove per due ore quelle menti giovinette e incerte, anzi certamente scosse da ogni sorta di amore e di terrore, si sarebbero spalancate alla ben rotonda verità dell’Essere, indefettibile e immobile: che sarebbe fluita senza interruzione alcuna dalle sue labbra, nel più religioso silenzio.

Lei cominciava col ben disporle, le menti, al saldissimo fondamento dell’epi-steme – diceva così, mi arrivava il suono della sua voce che inesorabilmente spezzava la parola greca, sapientemente appoggiando, con la pausa, la voce alla solidità di ciò che sta. Il sapere che sta, e non importa dove e come. Di là dalla parete, sentivo l’ombra di Socrate, smarrita, emergere come un fantasma da quella lineetta, da quella pausa che spezzava la parola, e come in un grido afono, beckettiano articolare con la bocca muta parole simili a sospiri: conoscenzaopinione vera e… giustificata… le ragioni, vi prego, le ragioni… Le ragioni per dirlo. L’evidenza per riconoscere che è vero – fino a prova contraria. Altro che stare. Quelli che stavano lì, immobili, ierocratici, erano i dignitari immensi della statuaria babilonese; a me veniva in mente ogni volta la stazione centrale di Milano, e certo subito ne arrossivo. In Grecia erano mobilissimi anche gli dei, invece, pieni di bizze e voglie, di splendori e di furia e di grazia, come i ragazzi e le ragazze che lei sapeva affascinare e render muti – come in un’estasi iniziatica.

Così, una volta che la mia lezione cominciava più tardi, l’ardente desiderio mi prese – chissà, l’invidia – di carpire il segreto di quel fascino. E assistetti alla mirabile dimostrazione “parmenidea” dell’impossibilità di far domande, con cui quel giorno si apriva il suo corso. E fremetti anche io dall’ammirazione, caro professore. Con quella voce così musicale, e insieme ieratica, quella sì, come se non si svolgesse affatto nel tempo: «Chi domanda è evidentemente nella non-verità. Ma dall’essere nella non-verità non c’è via all’essere nella verità. [Pausa]. Non c’è via. Per la contraddizione, che non la consente». Come invidiai questo modo così suadente di trasformare in un silenziatore il paradosso platonico della conoscenza, quello che introdusse nella nostra mente e nella nostra storia l’idea della ricerca, l’idea più sconvolgente e più controvertibile! Anzi controversa, al punto che bisognò morire, con Socrate, e mica una volta sola, perché l’idea vivesse, e la ricerca pure, e da questo sfacciato parricidio, da questa insolente perplessità che obietta alla ben rotonda verità dell’Essere, nascessero, come in una cosmogonia esiodea, la Disputa e l’Argomentazione, il Dubbio e la Scoperta, il disprezzo del sentito dire e la gioia del vedere, e la veglia e la critica, e il demone giocoso eppure serissimo della ragione.

Che non è affatto una dea barricadiera e neppure una prosopopea della storia, ma solo l’irriguardosa, umile, ridente e dolente giovinezza dell’età adulta, quando ancora ha freschezza e speranza per dire, ad esempio: “No, a nessun prezzo mi si imporrà questo, piuttosto morire”; oppure “E perché no? Perché mai le cose non dovrebbero avvenire così, anche se non le vedo ancora? Perché mai, contro la tesi di un famoso professore italiano del Novecento, il possibile non dovrebbe essere tale, cioè forse vero, anche se non lo vedo?”. La filosofia, mi dicevo, non è che questo doppio ricciolo interrogativo, l’essere disposti a chiedere e dare ragione di ciò che si dice e di ciò che si fa, o di ciò che ci viene detto o imposto: e la Ragione non è affatto soltanto nostra natura, anzi! È una disponibilità, non una disposizione: si risveglia soltanto con la libertà. E ancor meno somiglia, la Ragione, a quella sorta di indomabile potenza della storia che lei, professore, e il suo predecessore tedesco chiamavate “la Tecnica”. Per carità, quel suo predecessore sì che era pericoloso: il suo, di Essere, odorava lontano un miglio di Blut und Boden.

Della tecnica invece continuavamo a servirci ogni volta che dovevamo compilare i registri elettronici, e meno male, con tutti gli allievi che aveva. Per non parlare poi del sollievo di evitare i denti strappati dalle gengive deste e sanguinanti… (mi perdoni, la natura femminea si distrae sovente in pensieri banali). Che poi, se anche sostituissimo a questo nome, “la Tecnica” (preferito nei suoi elzeviri), uno degli altri e numerosi nomi divini di quella potenza assoluta che ci destina a questo e quell’altro (il Destino dell’Occidente, il Capitalismo, il Potere, il Denaro), cambierebbe poco. Sospetto che quello che le Sue parole inducevano nell’anima dei suoi ascoltatori e lettori fosse una specie di rilassamento – in tedesco mistico si dice Gelassenheit – o meglio un gesto di virtuale auto-destituzione del soggetto morale in noi, un abbandono della responsabilità. Un gesto ben nascosto dietro l’ombra della macchinazione universale che di tutto ha colpa, e libera da ogni responsabilità nell’uso delle parole noi intellettuali, giornalisti, politici, professori, studenti, pensionati… Tutti noi operai del linguaggio.

Insomma, a pensarci bene, anche questa destituzione in noi dell’agente razionale e morale, sensibile e responsabile, era un atto di libertà – peccato, però, che fosse nella direzione della più perfetta sottomissione. Sarà per questo che i suoi ragazzi amavano tanto anche Spinoza? Libertà come inchino alla necessità? Curioso equivoco, a leggere l’autore del Trattato teologico-politico e il teorico della democrazia! Ma non divaghiamo.

Perché la ragione, appunto, o meglio il suo esercizio, è una libera disposizione, cui si può spavaldamente rifiutarsi o che pavidamente si può lasciar sopire: e fatica comunque a liberarsi come il ragazzo fatica a diventare adulto. Così che molti, nei tempi antichi e in quelli moderni, negli imperi dispotici e nelle comunità tribali, consigli di facoltà compresi, nelle città ierocratiche e in quelle demagogiche, responsabili di sé e di fronte al vero non lo diventano mai, e vivono di fake news e di costumi consortili. Per questo, caro professore, è un vero peccato zittire Socrate in culla, e farlo rimangiare da Parmenide, come da un Crono divoratore dei propri figli: perché proprio da quella fessura nella ben rotonda compattezza dell’Essere, dalla possibilità del non essere, è nata la fragile bellezza della nostra mente, la sua umiltà di fronte all’inesauribile vero e la sua fierezza di consentire – o no – alla legge. Per quella fessura è passato il doppio palpito della civiltà, il cuore pratico e quello teorico del nostro domandare ragione, cioè, infine, l’etica e la logica, la democrazia e la scienza. Che passando da quella fessura si sono lentamente fatte largo, in mezzo alle tragedie dei millenni.

Perdoni, professore, sento che la sua eterna essenza oppone un cortese ma fermo diniego all’opinione che Socrate per la dolente e felice fessura del parricidio, perché di lì passasse il possibile senso e valore della vita umana, morì proprio. Come morirono molti e molti altri suoi discendenti. Quella volta, finita la lezione, lei, con la sua grande e signorile cortesia, e dopo un baciamano galante che mi spense subito in gola ogni obiezione e mi accese un sorriso di gratitudine, mi accompagnò nel corridoio, fra due ali di giovinetti plaudenti, e c’era anche qualche dame à chapeau che mi lanciò un’occhiata di invidia. Che vuole, il suo fascino ammutolì anche me, e così mi rimangiai questa lunga obiezione che per tutta la lezione avevo rimuginato. E so che non è affatto troppo tardi per rivolgerla ora alla sua essenza eterna, dal di qua al di là del cerchio delle apparenze. Poco importa, su questo sono d’accordo con lei. Continuerà, col suo sorriso (tout just un peu compatissant, comme c’est le cas avec une dame) a lasciarmi disputare con lei, con parole sempre più affannate – come ho fatto tutta la vita.

Emanuele Severino su alcuni momenti del processo del Sant’Uffizio al suo pensiero filosofico, in Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, p. 96

Prima dell’inizio del processo, i periti – “giudici”, nel linguaggio canonico – avevano avuto a disposizione alcuni mesi per stendere il loro “Voto”, che poi era un vero e proprio saggio sul mio discorso filosofico. Il “voto” di Fabro era il più ampio, ed egli ne trasse in seguito un libro, intitolato ‘L’alienazione dell’Occidente. Osservazioni sul pensiero di Emanuele Severino’, Quadrivium, 1981. È stato certo una delle figure più importanti del tomismo del Novecento – e mi si dice che tuttora sia la voce più seguita nelle Università pontificie. È stato molto amico di Ugo Spirito, che io conoscevo sin dal dicembre del 1950, quando ero andato a Roma per il concorso per la libera docenza. Spirito non era in commissione – che si riuniva nell’Istituto di Filosofia di cui egli, se ben ricordo, era direttore – ma era molto favorevole alla mia candidatura.

Da allora incominciò la mia amicizia con Spirito, che fece da collegamento nei miei rapporti con Fabro, molto cordiali nella sostanza, e che potevano anche dirsi di amicizia, sebbene altalenanti. Ma anche Bontadini aveva grande stima di Spirito, eppure lì la stima comune non fece da collegamenti tra Fabro e Bontadini.

(Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, p. 96).

Vorrei poter credere, di Raffaele Mancini. Dalla pagina facebook di Vasco Ursini

Vorrei poter credere

in Dio

come i bimbi credono

alle fiabe

per risolvere con una

preghiera

il mio tormento.

Vorrei poter credere

in Dio

come i vecchi credono

alla morte

per lenire con una

preghiera

la paura dell’gnoto.

Invece credere

non so

e non so più pregare

come tu, Madre,

m’insegnasti un giorno.

Tengo gli occhi chiusi

per vincere la

notte

e i pugni alle tempie

stretti

per non pensare.

Ma il pensiero dentro

si rivolta

e come tarlo scava

mentre

la polvere del dubbio

l’animo vela

di sottile angoscia.

Emanuele Severino ancora su “Musica e peccati di gioventù”, in Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, pp. 21-22

Tra le vacanze dopo l’esame di maturità e i primi mesi da studente del Collegio Borromeo, iscritto al corso di laurea in Filosofia, buttai giù un volumetto, pubblicato poi nel 1948 e intitolato ‘La coscienza. Pensieri per un’antifilosofia”. L’antifilosofia era la musica. Quelle pagine su muovevano nell’orbita di Arthur Schopenhauer e di Eduard Hanslick – ma era il tipico peccato di gioventù. Sarebbe riuscito meglio se non avessi dato ascolto a un noto filosofo di quel tempo, per il quale la mia scrittura era troppo secca: mi aveva consigliato di raddolcirla – insomma di imbellettarla. In seguito ritirai dalla circolazione tutte le copie possibili – ms incontro sempre qualcuno che mi indispettisce dicendomi di averlo letto e. Dopotutto, apprezzato. Ma anch’io ho agito ambiguamente, perché in “Heidegger e la metafisica, pubblicato da Adelphi nel 1994, insieme ad altri miei saggi giovanili ho incluso lo scritto ‘Lineamenti di una fenomenologia dell”atto’ (1950), che si ricollega esplicitamente a ‘La coscienza’.(Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, pp. 21-22).

Vasco Ursini: La verità non illumina l’individuo …

La verità non illumina l’individuo che è soltanto il contenuto del sogno dell’errare.Sono molti, moltissimi coloro che si illudono che per scorgere il destino della verità basta leggere, capire e condividere, fino a possederlo, il contenuto degli scritti di Emanulee Severino, che danno testimonianza del “destino della verità”. Costoro devono convincersi che almeno due eventi devono accadere nella terra isolata perché si riesca a porsi nello sguardo del destino: che accadano il dono del destino a se stesso, cioè al nostro esser “Io del destino” e il ritrarsi, dai vari cerchi dell’apparire, dell’isolamento della terra di quel tanto che consente al linguaggio di indicare il (già da sempre manifesto) destino della verità.

ELISABETTA CESARI È CON VASCO URSINI: “Seminai la speranza che non muore”

Elisabetta Cesari è con Vasco Ursini.

“Seminai la speranza che non muore”

Un semidio, un titano, Prometeo, mosso a pietà delle miserevoli sorti degli uomini, osa ribellarsi a Zeus e trafugare il fuoco, proprietà degli dei, per donarlo ai mortali e riscattarli dallo stato selvaggio in cui fino ad allora erano vissuti. Con il suo dono essi sarebbero usciti dalla cecità dell’ignoranza e avrebbero scoperto la via del progresso e della civiltà. Incatenato per la sua colpa e inchiodato ad una rupe a precipizio sul mare, il suo grido risuona nel silenzio della solitudine della natura non come un lamento, ma come un inno di trionfo.e se la fantasia greca è arrivata a tanto da immaginare che il progresso sia nato da un atto di amore, non meno straordinaria è la sua forza quando riconosce che tutte le arti create dalla civiltà non riusciranno mai ad appagare l’infinito desiderio dell’uomo di essere felice.Non c’è nella stessa disperazione anche il presagio di un nuovo modo di “essere uomini” che consenta di superare la sventura?A così ardue domande una risposta la trovo ancora nella solennità della poesia del Prometeo: è l’amore per l’uomo il fine del “progresso”. E al coro che fa notare al titano come il suo sacrificio non abbia liberato gli uomini dalla morte, egli dà una risposta sublime: “Seminai la speranza che non muore”. Emanuele Severino ha seminato in me l’eternità di tutte le cose. Grazie, maestro.

Vasco Ursini: Giacomo Danesi mi ha regalato questo secondo prezioso ricordo

Giacomo Danesi mi ha regalato questo secondo prezioso ricordo

Ultimo incredibile ricordo. Siamo alla fine degli anni ’80. La rivista mensile “Astra”, quella che si interessa di astrologia ed è ancora oggi in auge, organizza un convegno a Riva del Garda. Non ricordo esattamente il tema, che era di alto spessore. Oltre a Severino c’erano Franco Accame, Padre Balducci e tanti altri della cultura italiana.

Io ebbi l’onore di cenare al tavolo di Emanuele Severino, e ognuno di noi aveva un personale menu in base al proprio segno zodiacale!

Gli organizzatori avevano anche invitato un complesso che andava per la maggior in Italia: I Gatti di Vicolo Miracoli!

Questi e metà serata cominciarono a strimpellare un paio di canzoni. Le lascio immaginare con quale entusiamo gli esimi personaggi presenti alla cena seguirono le note…Ma a un certo punto avvenne un fatto stranissimo. I quattro scesero dal paco, si avviarono oguno verso un tavolo diverso verso gli ospiti e chiesero se potevano, invece di suonare, sedersi a cena con loro!

Tutti accettarono con entusiamo. E così scoprimmo che i quattro suonatori non erano degli sprovveduti ma delle persone di ottima cultura che colloquiarano tranquillamente con gli importanti personaggi.

Di quel due giorni ecco una foto ricordo. Io sono a fianco al Professor Severino. Davanti un altro collega.

Ora professore non la tormento più. Felice Pasqua.Giacomo Danesi