Vasco Ursini: A un certo punto della vita dell’uomo l’estrema precarietà dell’esserci si avverte con drammatica continuità giorno dopo giorno …

A un certo punto della vita dell’uomo l’estrema precarietà dell’esserci si avverte con drammatica continuità giorno dopo giorno, e gli ungarettiani versi “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” si insinuano nel pensiero stabilmente.

Ma chi siamo veramente noi?, citazione da: Emanuele Severino, Oltre l’uomo e oltre Dio, il Melangolo, 2002, p. 83

Ma chi siamo veramente noi? Noi siamo il Tutto eterno. Noi, il finito, siamo l’infinito. L’infinità della Gioia ( che è l’oltrepassamento totale della contraddizione del finito, ossia è l’apparire infinito del tutto) è ciò che l’apparire finito del destino della verità ‘in verità è’. Certamente, “noi”, nella nostra essenza più profonda e originaria, siamo l’apparire finito del destino della verità, contrastato dalla sopraggiungente persuasione che, ritenendo la terra come la dimensione veramente affidabile e indubitabile, isola la terra dall’apparire finito del destino che pur appare eternamente. “Noi” siamo il luogo originario della contraddizione perché, da un lato e innanzitutto, siamo il cerchio ‘finito’ dell’apparire del destino, cioè il destino in quanto avvolto dalla contraddizione C; dall’altro lato il nostro essere il destino della verità è contrastato dall’isolamento della terra, e questo contrasto – che è il nostro essere “mortali” – è una contraddizione non C. (…) (Nel mio scritto ‘La Gloria’ (Adelphi, 2002) si mostra che già nel cerchio finito del destino è necessario che si faccia innanzi il tramonto dell’isolamento della terra e dunque del suo contrasto con l’apparire finito del destino).(Emanuele Severino, Oltre l’uomo e oltre Dio, il Melangolo, 2002, p. 83).

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Come atteggiarsi di fronte al pensiero filosofico di Emanuele Severino?. Luigi Vero Tarca solleva alcune domande importanti. Post di Vasco Ursini

Come atteggiarsi di fronte al pensiero filosofico di Emanuele Severino? Luigi Vero Tarca, professore ordinario di Filosofia teoretica presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e allievo di Emanuele Severino, nell’introduzione al volume a più voci intitolato A partire da Severino Sentieri aperti nella filosofia contemporanea (Aracne editrice, 2016), solleva alcune domande importanti.

Egli si chiede se sia possibile allontanarsi dal pensiero di Severino pur riconoscendone il magistero: “È possibile – in altri termini – dire qualcosa di diverso da quello che egli dice senza che ciò ne costituisca automaticamente una sconfessione?” Ancora: “Se “partire da” significa anche prendere le distanze, come si possono prendere le distanze dal discorso che testimonia la verità assolutamente innegabile, e nello stesso tempo pretendere di restare fedeli a questa? Per uno che sia convinto della verità del discorso filosofico di Severino, è ancora possibile fare filosofia, e come?” Per Tarca a questo punto si danno almeno due possibilità: 1 “È possibile ripetere il discorso di Severino. Ma la ripetizione deve essere alla lettera; e allora, in questo caso, si può ancora parlare di un fare filosofia?”2 “Oppure la prosecuzione del pensiero di Severino, se non vuole costituirne una semplice ripetizione letterale, può essere un’applicazione delle sue “verità” ai vari autori e ai vari campi del sapere sui quali egli non ha potuto applicarsi come invece ha fatto, per esempio, con Nietzsche, con Leopardi ecc. Questo è già un modo più interessante di raccoglierne l’eredità, ma si tratta comunque di una maniera di fare filosofia molto parziale, che lascia fuori di sé alcuni tratti essenziali dell’autentico filosofare, a cominciare da quello che vede nella capacità di testimoniare in prima persona la verità ultima il compito primario del filosofo.Del resto, lo stesso itinerario speculativo di Severino – pur essendo definito, certo, da un’implacabile coerenza – è caratterizzato pure da correzioni e revisioni anche su punti essenziali”.Infine: “Da questo punto di vista si tratterebbe allora, per così dire, di distinguere, all’interno del discorso severiniano, ciò che è immutabile, e quindi permanente, da ciò che invece è variabile e quindi incrementabile: ciò che è “vivo” da ciò che è “morto”. Ma si tratta di cosa fattibile? Il solo porre tale questione apre questioni filosofiche straordinariamente difficili. Vi può essere un progresso nella verità? E come distinguere, all’interno del discorso che testimonia la verità innegabile, ciò che è immodificabile da ciò che invece è rivedibile? Come distinguere ciò che è incrementabile da ciò che permane perennemente e stabilmente?” Sono tutti interrogativi legittimi che “aprono questioni filosofiche straordinariamente difficili”. Però filosofare significa mettere in discussione tutto, partendo non dal dubbio ma dalla verità (questo è uno degli insegnamenti fondamentali del filosofo bresciano). E Tarca sa che il nucleo inaggirabile del “destino della necessità” è racchiuso nella formula “l’esser sé dell’essente la cui negazione è autonegazione”, ossia l’essente non diventa mai altro da se stesso (e per essente Severino intende tutto ciò che non è nihil absolutum).Le “correzioni e revisioni” di cui parla Tarca, correzioni presenti nell’itinerario filosofico di Severino, sì, ci sono, ma sono revisioni che sono state inserite per ripulire il linguaggio delle prime opere da alcune tracce di inquinamento nichilistico. Tarca ritiene che il compito primario del filosofo sia quello di “testimoniare in prima persona la verità ultima”, ebbene anche tale affermazione apre una questione filosofica impegnativa: chi è il testimone della verità? È forse pensabile che il testimone della verità sia altro dalla verità stessa? Ma, a rifletterci bene, qui si spalanca un ulteriore interrogativo: il linguaggio è in grado di indicare la verità? Ma allora è possibile testimoniare in prima persona la verità? Una cosa è certa: se “l’esser sé dell’essente la cui negazione è autonegazione”, ossia il destino dell’essere, non è il prodotto di un certo individuo (Severino lo ha ripetuto ad abundantiam) ma è la verità che appare in ogni uomo (anche nel pazzo, anche negli uomini più stupidi), allora le parole inaudite “di Severino” che ci spiazzano, che stravolgono le nostre abitudini concettuali, parole che “assumono il volto di un giudice inflessibile che nega tutte quelle che sono le nostre anche più ovvie e consolidate convinzioni”, ossia le parole che indicano l’impossibilità del diventar altro da parte di ogni determinazione del mondo, sono leparole che spiazzano e mettono a disagio soltanto l’ “io empirico”, perché tali parole testimoniano ciò che in qualche modo “noi” già conosciamo, ossia testimoniano ciò che ci sta da sempre dinanzi. Ecco perché ad una domanda di Alain Elknan: “Chi la pensa come lei, professore? Severino aveva risposto: “Tutti gli esseri nel profondo del loro cuore”.

Secondo Emanuele Severino il ‘nihil absolutum’ non è impensabile e indicibile (citazione: Emanuele Severino, Oltrepassare, Adelphi, p. 470)

Secondo Emanuele Severino il ‘nihil absolutum’ non è impensabile e indicibile. Lo si può pensare e se ne può parlare perché

“lo stare al di là di ogni significato è il significato che compete al nulla (‘nihil absolutum’), e il positivo significare del nulla non è una possibilità che sia oggetto di una domanda, ma una necessità. Il nulla non è un luogo in cui tutto potrebbe essere diversamente, ma è il non essere in alcun modo e di alcun luogo. E il positivo significare del nulla appartiene con necessità all’essenza dell’essente” (Emanuele Severino, Oltrepassare, Adelphi, p. 470).

Vasco Ursini : Ecco uno dei passi più sconcertanti del pensiero di Emanuele Severino … (Discussioni intorno al senso della verità’, p. 80

Ecco uno dei passi più sconcertanti del pensiero di Emanuele Severino in cui si afferma che la verità incontrovertibile non è il prodotto di un individuo, cioè non è qualcosa di cui l’individuo sia l’autore, e che ogni “io” della terra isolata, in quanto non è l’apparire del destino della verità non può capire, non può conoscere la verità. Può ‘credere’ di conoscerla, può avere l’intenzione di “conoscerla”: “La Necessità”, (cioè l’esser sé di ogni essente nel suo mostrarsi come ciò la cui negazione è autonegazione) “che già da sempre si apre al di fuori dell’isolamento della terra e della storia dell’Occidente, non è una dottrina che passi da uno a un altro, e non è nemmeno qualcosa di “capito” da uno o da molti. In quanto “capita” da uno o da molti diventa semplicemente la “prospettiva” di uno o di molti, qualcosa che non può essere la Necessità. La testimonianza della Necessità può avere un “ascolto”. Ma, se nell’ascolto la Necessità appare come tale, l’ascoltante non può essere “uno di noi”, un mortale o un dio, non può essere “il mio prossimo”. Se la Necessità non può essere ciò che “uno” ha scoperto, e che dunque sta entro i limiti dello sguardo di quest’uno, la Necessità non può essere nemmeno ciò che “un altro” o “altri” ascoltano. Se nell’ascolto la Necessità appare come tale, l’ascoltante non può essere che la Necessità stessa. L’ascoltarsi è daccapo il suo apparire”.(‘La struttura originaria’, Introduzione 1979-81, p. 98). Ma allora chi può conoscere la verità? A rispondere è Severino: “Se ora “io” ne sono l’apparire (la conosco) – se cioè essa appare nella sua incontrovertibilità -, a esserne apparire e a “conoscerla” non sono io in quanto io empirico, ma sono io in quanto Io del destino, ossia in quanto Io sono la verità stessa che appare in sé stessa, come contenuto di sé stessa, e come contenuto che contiene la terra e, in essa, in quanto isolata, cioè in quanto non verità, l’interpretazione che mostra questo mio essere io empirico e “gli altri”. (‘Discussioni intorno al senso della verità’, p. 80)

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Educare al pensiero o alla vita? Dibattito tra Emanuele Severino e Massimo Borghesi – Associazione culturale Antonio Rosmini Padova

Educare al pensiero o alla vita? Dibattito tra Emanuele Severino e Massimo Borghesi 4 GENNAIO 2013

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Educare al pensiero o alla vita? Dibattito tra Emanuele Severino e Massimo Borghesi – Associazione culturale Antonio Rosmini Padova

Giornata mondiale della filosofia, la storia di una filosofa precaria – Style

GIORNATA MONDIALE DELLA FILOSOFIA, LA STORIA DI UNA FILOSOFA PRECARIA Abbiamo bisogno della filosofia per affrontare le molteplici crisi che stiamo attraversando: Benedetta Zavatta, ricercatrice innamorata di Nietzsche DI GAETANO MORACA 19 NOVEMBRE 2020

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Giornata mondiale della filosofia, la storia di una filosofa precaria – Style

Le negazioni accadute (…) si distinguono all’interno del sistema delle negazioni possibili, in E. Severino “La struttura originaria”, Cap. 1 “L’esposizione della struttura originaria”, par. 4 “Il fondamento e la storia del fondamento”

<<Le negazioni accadute (…) si distinguono all’interno del sistema delle negazioni possibili, dalle negazioni non accadute, per quel tanto che le prime sono oggetto di una cura, di un interesse, di un appassionamento, per cui o la base logica sulla quale tali negazioni si appoggiano viene considerata come il fondamento stesso, o, in generale, esse divengono, in quanto tali, contenuto di una certezza. E appunto in ciò consiste “l’astuzia della ragione”: nell’impegnare a fondo l’individuo (chè l’individuo è appunto quella cura, quell’interesse, quell’appassionamento), facendogli apparire l’opera o il compito che gli è affidato, come positivo e come l’intero dell’opera, del compito: anche quando si tratta di un negativo, o di un momento del positivo (…) la posizione del fondamento implica essenzialmente il toglimento della negazione del fondamento; o che questo si realizza come apertura originaria della verità solo in quanto è in grado di togliere la sua negazione, e quindi solo in quanto sta in relazione con questa. Sì che il fondamento è posto solo in quanto la negazione è posta (come tolta) (…) il contenuto posto è il fondamento appunto in quanto mostra (è posta) la sua capacità di togliere assolutamente la sua negazione (…) questa negazione non è un’astratta universalità, ma è il sistema concreto delle negazioni possibili. E questo sistema è appunto la storia possibile del fondamento (…) poiché il fondamento è tale solo in quanto implica come tolta la propria negazione, questo sistema di negazioni è dunque essenziale al fondamento (…) Se il fondamento implica negativamente la sua negazione, non può infatti essere indifferente al concretarsi di questa (…) In quanto il fondamento si impegna essenzialmente con la sua storia, l’ “eternarsi” del fondamento coincide essenzialmente col suo “storicizzarsi”. Se la storia del fondamento è il concretarsi dell’universalità della sua negazione, è infatti in rapporto allo sviluppo della negazione che il fondamento esercita il suo valore. La condizione della possibilità di uno sviluppo storico del sapere filosofico sta appunto in questa struttura, per la quale il fondamento – e ogni posizione logica che su questo si appoggia – implica (negativamente) il concreto della sua negazione (…) E’ dunque rispetto allo sviluppo della negazione (fenomenologia dell’errore) che il fondamento si tien fermo. Ma il tenersi fermo in relazione allo sviluppo della negazione è anche un movimento – movimento della negazione di ciò che via via insorge contro il fondamento (movimento della negazione della processuale negazione del fondamento) – sì che per questo lato il fondamento è svolgimento, novità, progresso.>>

(E. Severino “La struttura originaria”, Cap. 1 “L’esposizione della struttura originaria”, par. 4 “Il fondamento e la storia del fondamento”)

EMANUELE SEVERINO, Il parricidio mancato, Adelphi Edizioni, 1985. E video “Il parricidio interpretato da Emanuele Severino”, in Rai Teche