Il pensiero di Emanuele Severino, da ‘La struttura originaria’ (1958) a ‘Dike’ è assolutamente fedele alle sue premesse, del tutto lineare e il suo linguaggio del tutto compatto. E tuttavia …

Il pensiero di Emanuele Severino, da ‘La struttura originaria’ (1958) a ‘Dike’ è assolutamente fedele alle sue premesse, del tutto lineare e il suo linguaggio del tutto compatto.
E tuttavia, a ben guardare, si possono cogliere nel suo discorso, soprattutto a livello di stile compositivo, profonde variazioni. Anche nello sviluppo del suo pensiero Severino è andato incontro a progressi ed aggiustamenti significativi di direzione. Si pensi ai tratti “nichilistici” presenti ne ‘La struttura originaria’ e al loro graduale superamento in ‘Ritornare a Parmenide’ e in tutte le successive opere.
Va però detto, a chiare note che queste “variazioni” che caratterizzano il suo itinerario di pensiero non sono mai delle ritrattazioni.
Severino, imboccata la strada della verità del destino, non è più tornato indietro e ha proseguito senza tentennamenti e ripensamenti in quella direzione compiendo ovviamente dei “passi in avanti” nell’arco di una riflessione filosofica che dura da 58 anni. “Passi in avanti” che egli stesso ci dice come vanno interpretati: “Il passo innanzi è possibile perché si appoggia al primo passo; ma non come nell’andatura dove ogni passo sembra anche cancellare quello precedente, ma [ … ] come una scala, dove i gradini più bassi rimangono sebbene ci siano quelli più alti, e li sostengono; anche se, stando su quelli più alti, si può vedere qualcosa che non si riusciva a vedere rimanendo su quelli più bassi. I gradini della scala sono infiniti.
Il linguaggio non potrà mai percorrerli tutti. Ma l’intera scala infinita appare già da sempre in ognuno di noi. Il nostro esser Io del destino è il mostrarsi di questa scala – la scala del destino della verità”.

Vasco Ursini, Il primo Wittgenstein, uno dei fari più luminosi della filosofia del nostro tempo …

Il primo Wittgenstein, uno dei fari più luminosi della filosofia del nostro tempo. Il Wittgenstein del “Tractatus logico-philosophicus”.
In questa sua prima opera, per me la più importante, Wittgenstein cerca di determinare, attraverso uno studio della struttura logica del linguaggio, che cosa si possa sensatamente dire, al fine di determinare in tal modo l’ambito del dicibile e del pensabile rispetto all’indicibile. L’opera è suddivisa in sette tesi principali, che (fino alla tesi 7: “Di ciò di cui non si può parlare bisogna tacere”) sono spiegate in base al loro “peso logico” con sottotesi numerate tramite cifre decimali. Il linguaggio è la “fotografia” della realtà. Lui dice testualmente che ” il linguaggio “dipinge” la realtà”. Con la forma universale della proposizione, cioè con l’essenza della proposizione, si indica l’essenza del mondo. Tutto il dicibile, secondo la teoria della proposizione come raffigurazione, deve soddisfare la struttura logica che il linguaggio e la realtà hanno in comune. Per questo deve essere nel mondo, deve stare ne mondo, immanente nel mondo.
Sul mondo come intero, sui valori e sul senso del mondo e della vita, sulla morte, che non è un evento della vita, su Dio, che non si manifesta nel mondo, non si può dire letteralmente nulla.
Se dunque la filosofia viene intesa come dottrina, cioè come disciplina che mira a dire qualcosa che non si può dire, essa va accantonata. La filosofia deve dunque essere concepita come un’attività il cui scopo è la chiarificazione logica dei pensieri.

Vasco Ursini, Residuo nichilista in Severino

‘’La totalità dell’essere F.immediato, e in generale, la totalità del divenire NON APPARTIENE NECESSARIAMENTE ALL’INTERO ( inteso quest’ultimo, come ciò che, DI FATTO, include il divenire’’[…]PERCHE’ LA REALTA’DIVENIENTE NON CONTIENE ALCUNA POSITIVITA’, che non sia contenuta nell’intero immutabile, NON E’ AUTOCONTRADDITTORIO SUPPORRE O PROGETTARE LA INIZIALE NULLITA’ O L’ANNULLAMENTO DELLA REALTA’ DIVENIENTE ; OSSIA NON E’ AUTOCONTRADDITTORIO AFFERMARE CHE QUESTA REALTA’ E’ COME CIO’ CHE AVREBBE POTUTO NON ESSERE’’ (S.O. pag 407, maiuscolo e grassetto miei)
’non solo non è contraddittorio affermare che la realtà diveniente non appartiene necessariamente all’intero, ma è autocontraddittorio affermare la necessità di quella appartenenza’’.
E ancora : ‘’L’immutabile non è semplicemente ciò senza di cui la verità diveniente non è, ma è CIO’ PER CUI quella realtà è.[…]all’opposto l’intero immutabile è ANCHE SE LA TOTALITA’ DEL DIVENIRE NON E’. E ‘’CHE LA TOTALITA’ DEL DIVENIRE SIA E’ DECISIONE DELL’IMMUTABILE (S.O. pag 409, maiuscolo mio)

Ancora sul primo Severino e residuo nichilista, in Studi di filosofia della prassi, pag 276-277

”L’uomo si trova ad avere a che fare con l’essere e questo avere a che fare è un fatto[…]
Il contenuto di questa effettualità è l’immutabilità dell’essere, e dunque la trascendenza dell’essere immutabile[…]
la dimensione in cui l’essere è immutabilmente non è pertanto la dimensione che è immutabilmente presente, nella quale l’essere sopraggiunge e dilegua. L’immutabile è atto puro[…]
L’essere diveniente è, dunque, solo in quanto l’immutabile è. E non viceversa, chè altrimenti il diveniente conterrebbe una positività che l’immutabile non contiene.
Dunque l’immutabile sarebbe, anche se il divenire non fosse.
Questa assoluta e irreversibile dipendenza dell’immutabile da parte dell’esistenza effettuale del mondo esprime la libera attività creativa di Dio, esprime la decisione della coscienza divina di creare il mondo.”
(Studi di filosofia della prassi, pag 276-277)