Nietzsche, Friedrich – Vita e filosofia, Appunto di filosofia riguardante Nietzsche, parte della vita e approfondimenti sul suo pensiero filosofico, linda pagliardini – in Vita e filosofia

Nietzsche, Friedrich – Vita e filosofia Appunto di filosofia riguardante Nietzsche, parte della vita e approfondimenti sul suo pensiero filosofico. di linda.pagliardini

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Nietzsche, Friedrich – Vita e filosofia

Giulio Zucchelli, Wittgenstein ti risponderebbe così, in Amici di Emanuele Severino | Facebook

Giulio Zucchelli, Wittgenstein ti risponderebbe così: non è che in filosofia autentica si possa dare sfogo alle “stranezze” che gli “individui” sciorinano ogni volta che aprono bocca o agli affogamenti, ricorrenti, nel mare inesplorabile della metafisica, dove il filosofo autentico non dovrebbe mai entrare, non fosse altro perché nessuno sa ancora rispondere alla domanda che precede tutte le altre: “Perché c’è dell’essere e non piuttosto il nulla?” La stessa risoluzione della suddetta questione che ne dà il “destino della verità” affermando l’eternità di tutto ciò che appare, persino dei peli della barba, ancora non riceve il consenso da parte dell’intero pensiero contemporaneo. Ed è per lo meno strano che la verità incontrovertibile non appaia tale all’intero pensiero contemporaneo. Occorre cautela, in filosofia. Occorre prestare molta attenzione a ciò che normalmente ci viene da dire o che ci piace dire. Ma il dire è una cosa, la verità è un’altra cosa.

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Le opere di genio, G. Leopardi, Zibaldone, 259-261

Le opere di genio

Hanno questo di proprio le opere di genio, che quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile infelicità della via, quando anche esprimano le più terribili disperazioni, tuttavia a un’anima grande, che si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento, disinganno, nullità, noia [ … ] servono sempre di consolazione, raccendono l’entusiasmo […] le rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta […] e l’anima riceve vita se non altro passggiera dalla stessa forza con cui sente la morte perpetua delle cose, e sua propria.

(G. Leopardi, Zibaldone, 259-261).

Emanuele Severino inaspettato. Filosofia (e fede) per un amico, prefazione al volume autobiografico, mai uscito, del frate Francesco Alfieri, in Corriere della Sera 25 ottobre 2020 e già pubblicato in La Filosofia Futura n. 14, 2020

letto in edizione cartacea

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https://www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera/20201025/282222308251745

Il presente non si ferma che per una sfuggente frazione di tempo … Vasco Ursini

Il presente non si ferma che per una sfuggente frazione di tempo dunque non si lascia guardare, toccare. È inafferrabile. Sprofonda nel passato attimo dopo attimo. Si può soltanto ricordarlo e riviverlo. Ma nel ricordo esso non è più ciò che era quando è apparso, perché ormai è intriso e in qualche modo sfigurato da un reticolato di elementi soggettivi di chi lo ricorda

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Considerazioni sulla differenza ontologica tra Bontadini e Severino

riportato da:https://www.facebook.com/groups/995555343856790/permalink/3477462095666090/

BONTADINI

«Nella concezione creazionistica – espressa nella formula: l’Immobile crea il mobile, “l’Ente crea l’esistente!” – la realtà del creato, ossia del diveniente, è tutta insidente, secondo il rapporto stesso di creazione, nell’atto creatore, tutta compresa in esso. Si deve pensare, cioè, che il creato non è nulla fuori dall’atto creatore, non sussiste indipendentemente da questo. Ora, l’atto creatore, fuori dal quale il divenire non ha sussistenza, è immobile. [..] L’affermazione dell’immobilità del Creatore equivale all’affermazione dell’immobilità del tutto reale (nulla sussiste fuori Dio, o dell’atto creatore che è identico a Dio), e perciò il divenire si appresta ad essere concepito in una luce tale per cui non possa violare tale assoluta immobilità. In questa luce è affermata l’immobilità del tutto, senza che sia soppressa la realtà del divenire.[..]Il divenire e l’incrementare sono inclusi in Dio, senza però che Dio sia fatto divenire o incrementare. Vi sono inclusi come posti, e posti con atto intemporale, immoltiplicabile (l’atto intemporale che pone l’ordine della temporalità): perciò il divenire e l’incremento non affettano Dio».[Gustavo Bontadini, ‘Per una teoria del fondamento’ in Metafisica e Deellenizzazione, Vita e Pensiero, §. 24 e §. 26]

SEVERINO

«[La differenza ontologica] che non è la differenza tra due enti, ognuno dei quali sia privo di ciò che l’altro possiede: la parte che appare non è una positività che non sia inclusa nel tutto immutabile, giacché, in quanto ciò che appare è un positivo, esso dimora, come ogni altro positivo, nell’onnivolgente cerchio dell’immutabile. Ma in quanto la parte appare come non dimorante nel tutto avvolgente, in quanto cioè non appare la concreta relazione della parte al tutto, la parte non appare così come è.[..]La parte, che appare sola, differisce da sé in quanto avvolta dal tutto, nel senso che viene a perdere 😊 nascondere) qualcosa di sé in quanto così avvolta. Cioè dall’apparire non si ritrae semplicemente la dimensione che eccede la parte, ma, proprio per questo ritrarsi, c’è anche un ritrarsi nella parte stessa che appare. [..] Il motivo, per il quale l’alterazione della parte che appare astrattamente (e cioè sola, come non avvolta dal tutto) deve essere intesa come un mancamento nella parte, tale motivo è dato dalla considerazione che tutto l’essere è immutabile, sì che la parte che appare in solitudine può differire da sé in quanto accompagnata dal tutto, solo nel senso che nella solitudine manchi qualcosa che invece è presente nella compagnia col tutto».[Emanuele Severino, ‘Poscritto’ in Essenza del Nichilismo, Adelphi, p. 102-103]***1)

NATURA DEL FONDAMENTO:- Bontadini: Il rapporto tra Dio e mondo è asimmetrico: Dio può stare senza il mondo, mentre il mondo non può esistere senza Dio. Per tutelare la differenza ontologica tra Dio e mondo, cioè tra fondamento e fondato, il fondamento non può non avere carattere personale, ovvero deve essere intelligente e avere volontà. È infatti solo conoscendo gli effetti derivanti dall’atto creativo originario, e il volerli portare all’essere, che viene tutelata l’indipendenza ontologica di Dio dal mondo. Dio conosceva il mondo prima di crearlo, e ha voluto crearlo, pur non avendo bisogno del mondo per esistere; ovvero, Dio non è necessitato, cioè condizionato, in alcun modo, dal mondo.Il rapporto tra Dio e mondo riguarda così due realtà qualitativamente diverse legate da una asimmetrica dipendenza ontologica.- Severino: Il mondo è integralmente divino. Il rapporto tra Dio e mondo si comprende considerando la «parte» concretamente e\o astrattamente in relazione al «tutto» («intero»). Nel primo caso la parte è compresa in relazione al tutto che la avvolge; nel secondo caso la parte è compresa isolata dal tutto che la avvolge.Proprio perché è impossibile che il positivo trapassi nel negativo, e viceversa, le categorie che interpretano l’essere concretamente e\o astrattamente compreso giustificano: i) l’immutabilità dell’essere – che è ciò che non appare -, e ii) il divenire dell’essere – che è ciò che appare.Solo considerando, già inizialmente, la parte come – sempre, originariamente – esistente all’interno del tutto, si vede l’impossibilità che essa trapassi nel nulla. Essa (parte), infatti, entra ed esce nel cerchio dell’apparire, senza che venga inficiata l’immutabilità dell’essere: il divenire dell’apparire dell’essere eterno, infatti, è causato dal cambiamento di direzione del fascio di luce che illumina le diverse porzioni dell’intero.Al contrario, solo considerando la parte – non originariamente – inserita, legata, relata, nel\al tutto di cui è parte, si può comprende il suo emergere dal, e ritornare nel, nulla. Infatti, ciò che ci appare, è l’oscillare tra l’essere e il nulla, e non l’immutabilità, della parte.Il rapporto tra Dio e mondo non riguarda così due realtà qualitativamente diverse legate da una asimmetrica dipendenza ontologica, ma la comprensione in termini concreti o astratti di ciò che è.2)

NATURA DEL DIVENIRE- Bontadini: Diviene l’essere che emerge dal, e si reimmerge nel, fondamento 😊 Dio, Assoluto).Ora: sia «F» il fondamento; «|a|» un ente; «-a» il non essere di a; «+a» l’essere di a; si ottiene l’equazione (rivisitata dal §. 26 del testo bontadiniano citato): «F –a +a –a = F».La scansione del divenire dell’essere presenta caratteri di contingenza: tutto ciò che è, è necessario che sia, così come è, fintanto che è; ma, tutto ciò che è, non è necessario che sia, in quanto tale. Ovvero: in Dio l’essere coincide con la sua essenza, così è impossibile che Dio non sia; mentre, il non-Dio esiste per partecipazione all’essere di Dio, dunque non è impossibile che non esista – in quanto tale. Il mondo può divenire (evolvere) seguendo varie direzioni.- Severino: Diviene l’apparire dell’essere eterno, il quale (apparire) include anche l’apparire di ciò che appare. Da un lato si riconosce l’immobilità e l’eternità dell’essere; mentre, dall’altro, il divenire si riferisce unicamente all’apparire dell’essere eterno, la cui processualità è scandita dalla cieca necessità. Tutto ciò che è, è così come è, e non può essere altrimenti; allo stesso modo: tutto ciò che diviene, diviene così come diviene, e non può divenire altrimenti. Il divenire dell’apparire del mondo è necessariamente unidirezionale.

Il principio di non contraddizione maschera del nichilismo, in ritirifilosofici.it

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UNA SCHEMATICA SINTESI DELLA POSIZIONE SEVERINIANA INTORNO AL SENSO DELLA VERITA’ , in E. Severino, Discussioni intorno al senso della verità, Edizioni ETS philosophica, Sesto Fiorentino 2009, pp. 21-22

1) l’opposizione, certo radicale, tra concezione tradizionale e concezione attuale della verità è sottesa da un ‘comune’ e decisivo tratto di fondo.2)Esso è portato alla luce dal pensiero filosofico, ma è l’ambito in cui cresce non solo la cultura, ma l’intera civiltà dell’Occidente e ormai del Pianeta.3) Tale tratto è, da un lato, il carattere di incontrovertibilità della verità, dall’altro lato è l’affermazione della contingenza (precarietà, storicità, temporalità, divenir altro) delle cose del mondo, cioè il loro sporgere provvisoriamente dal niente.4) Nella cultura occidentale, questo tratto comune è espresso dal “principio di non contraddizione”.5) Ma questo tratto è anche l’alienazione più radicale della verità. Il “principio di non contraddizione” è cioè essenzialmente contraddittorio. Pensare che gli enti escono e ritornano nel nulla (e si tratta di comprendere che appunto questo è affermato dal “principio di non contraddizione”) significa pensare che gli enti in quanto enti sono niente. In ciò consiste il senso autentico del nichilismo. Si tratta allora di comprendere, al di là del modo in cui la verità si è presentata storicamente, il senso non contraddittorio della non contraddizione.6) L’alienazione della verità è il fondamento di ogni potenza e violenza (teologica, scientifica, morale, ecc.).7) La non alienazione della verità è l’apparire dell’impossibilità che l’ente – un qualsiasi ente – non sia; è cioè l’apparire dell’eternità di ogni ente.8) La non alienazione è, insieme, l’apparire della necessità che il variare del mondo sia il comparire e lo scomparire degli eterni,9) Si invita al tema fondamentale, che però qui non può essere affrontato: in che senso la negazione della contraddizione non è un dogma dell’ente.(E. Severino, Discussioni intorno al senso della verità, Edizioni ETS philosophica, Sesto Fiorentino 2009, pp. 21-22).

la FEDE e le FEDI spiegate da Emanuele Severino: analisi del tema “argumentum non apparentium” – da Antologia del TEMPO che resta

la fede è “argumentum non apparentium” è cioè l’argomento che la volontà umana dà alle cose che non sono di per se stesse evidenti

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la FEDE e le FEDI spiegate da Emanuele Severino: analisi del tema “argumentum non apparentium” – Antologia del TEMPO che resta

Filosofia e scienza Filosofi e teologi contemporanei, Karl Jaspers 1948 da una conferenza pubblicata sulla rivista Die Wandlung | DISF.org

Filosofia e scienza Filosofi e teologi contemporanei Karl Jaspers 1948 da una conferenza pubblicata sulla rivista Die Wandlung

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Filosofia e scienza | DISF.org

IL SENTIERO DEL GIORNO, in La filosofia futura n. 14, Mimesis editore, 2020

vai alla scheda dell’editore: http://mimesisedizioni.it/la-filosofia-futura-n-14-2020-il-sentiero-del-giorno.html

Con un testo inedito di
Emanuele Severino

Con la relazione di
Friedrich-wilhelm Von Herrmann
(Prima Edizione Italiana, Dal Congresso H&s Brescia 2019)

Francesco Alfieri
Francesco Altea
Giuseppe Barzaghi
Enrico Berti
Massimiliano Cabella
Alessandro Carrera
Hervé Cavallera
Nicoletta Cusano
Massimo Doná
Giulio Goggi
Eugenio Mazzarella
Leonardo Messinese
Federico Perelda
Carlo Scilironi
Luigi Vero Tarca
Ines Testoni
Mauro Visentin
Vincenzo Vitiello

Il pensiero che guida l’Occidente non solo afferma, nel proprio inconscio, l’identità dell’essente e del niente …, E. Severino, La buona fede, Rizzoli, Milano 1999, p. 178

Il pensiero che guida l’Occidente non solo afferma, nel proprio inconscio, l’identità dell’essente e del niente – e quindi il pensiero che guida l’Occidente è il nichilismo -, ma crede anche di ‘vedere’ ciò che invece non è in alcun modo visibile, ossia l’uscire degli essenti dal nulla e il loro ritornarvi. Non si tratta – come invece accade nel parmenidismo di Einstein – di affermare l’illusorietà dell’esperienza del divenire, ma di rendersi conto che l’esperienza non attesta l’uscire e il ritornare nel nulla, da parte degli essenti, ma il loro incominciare ad apparire e il loro scomparire, il loro avvicendarsi nel cerchio di luce dell’apparire. Il divenire non è il divenir altro, ma è la vicenda in cui gli eterni compaiono e scompaiono – gli eterni, cioè gli identici a sé e diversi dal loro altro. Oltre quelli presenti, sono eterni anche gli eventi e gli istanti che diciamo passati e futuri.(E. Severino, La buona fede, Rizzoli, Milano 1999, p. 178)

Emanuele Severino, Genesi dell’errore, in “Essenza del nichilismo”, Adelphi, Milano 1982, pp. 71-73

Emanuele Severino

GENESI DELL’ERRORE”La quale [ragione] è alienata perché non si avvede dell’aberrazione più profonda e più antica, che ha le sue origini nell’acme del pensiero occidentale, e cioè nel modo in cui Platone ebbe a dar vita all’oltrepassamento di Parmenide. Per il quale il determinato è non essere; ma in modo che l’essere e il determinato sono pensati come assolutamente indipendenti l’uno dall’altro, sì che il determinato, per questa sua assoluta indipendenza dall’essere, vien posto come un nulla. Perché il determinato sia posto come un nulla non è cioè sufficiente che si rilevi la sua diversità dall’essere; tanto è vero che Platone terrà ferma (e non poteva non tener ferma) questa diversità, ma insieme negherà che, per questo, il determinato debba essere inteso come nulla. Perché sia posto come nulla si richiede, ripetiamo, quell’astratta separazione che pone l’essere e il determinato come due assoluti, come due luoghi assolutamente irrelati, cosicché il determinato, come si diceva, proprio per questa sua assolutezza cade al di fuori dell’essere, nel nulla. Ma questa astratta separazione è il modo in cui l’uomo occidentale non ha mai cessato di pensare l’essere e la determinazione dell’essere – e cioè il modo in cui non ha mai cessato di pensare l’ente, se l’ente è la sintesi dell’essere e della determinazione. Platone si è lasciato sfuggire la grande occasione per pensare la verità dell’essere, perché anche lui (e dopo di lui tutto il pensiero occidentale) lascia al fondo del pensiero dell’ente l’astratta separazione dell’essere e della determinazione: proprio lui, che si presenta come il pacificatore della scissione […]. Accade cioè che la sintesi dei due momenti venga operata rispetto a due termini posti inizialmente come separati (cioè posti come li poneva Parmenide).[…] Noi diciamo che al fondo del ripensamento platonico si nasconde quella stessa astratta separazione, dalla quale, in superficie, Platone vuole liberare il pensiero dell’essere. […] Invece, per Platone, alla determinazione è proibito scrollarsi di dosso il suo ‘è’ non già in quanto essa sia una determinazione (ossia un qualsiasi ‘che’, che non sia nulla), ma in quanto è ιδέα, ossia è quel certo tipo di determinazione che si distingue dalla determinazione sensibile. Le cose, alle quali va imposto il sigillo di ‘essere ciò che è’ […] non sono ogni cosa […], bensì sono le essenze ideali delle cose visibili. E l’essenza ideale è posta come ente immutabile non già perché Platone si rammemori della verità di Parmenide – ossia non già perché si rammenti che l’essere (ossia ciò che esiste) non è il nulla e non può nemmeno diventare il nulla -, ma perché Platone si fonda sull’angusta evidenza dell’impossibilità che il bello, il giusto, il buono (a differenza delle cose belle, giuste, buone) non sia bello, giusto, buono; onde il bello è ὂ ἔστιν, perché non potrà mai cessare di essere il bello. Perché di qualcosa si ponga che è ὂ ἔστιν, non è sufficiente che esso sia un qualcosa, un non-nulla, ma si richiede che sia quel super-ente in cui consiste l’ιδέα. Se non è ιδέα, ed è semplicemente un qualcosa […], si riconosce che il nulla non può convenirgli, ma nel senso che non può convenirgli sin tanto che esso è, mentre può ben convenirgli quando non è. […]La distinzione tra essere e determinazione, che in Parmenide era una separazione assoluta, resta in Platone una separazione assoluta anche se l’essere diventa predicato della determinazione.”

E. Severino, “Essenza del nichilismo”, Adelphi, Milano 1982, pp. 71-73

Vasco Ursini, Il “mortale” nella terra isolata, in Amici di Emanuele Severino | Facebook

Vasco Ursini, Il “mortale” nella terra isolata.

Difficilissimo scorgere il luogo della verità che non è dinanzi a noi, ma alle nostre spalle. Ed è difficilissimo perché il nostro io individuale è imprigionato e fuorviato dalle mille fedi cui si aggrappa per lenire il dolore esistenziale e fronteggiare il terrore della morte.

Vivere è credere, ma credere è allontanarsi dalla verità. Lo sbocco di questa pirandelliana situazione è la poesia, è la musica di alta qualità. Lo sbocco sono le “illusioni” cui ci aggrappiamo per resistere.

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MULTATULI (1820-1887) è lo pseudonimo latino (multa tuli, molto soffersi) di Eduars Douwes Dekker. Proposta di alcuni aforismi

MULTATULI (1820-1887) è lo pseudonimo latino (multa tuli, molto soffersi) di Eduars Douwes Dekker, il più grande scrittore neerlandese dell’Ottocento.

Il suo romanzo ‘Max Havelaar’ (1860), potente atto d’accusa del sistema coloniale olandese, è noto in tutto il mondo.

Meno noti sono i suoi lucidi e sferzanti ‘pensieri e aforismi’ apparsi in sette volumi (1862.18779 subito dopo la morte dello scrittore.

Vogliamo proporre alcuni di questi pensieri che stanno a testimoniare la geniale acutezza di un uomo che, ritenendo sacri la verità e il cuore, scende in campo per combattere ogni forma di impostura e di ipocrisia, tanto da conquistarsi l’ammirazione di Sigmund Freud, che chiamò Multatuli “il più grande pensatore e amico dell’umanità”:

1. Tutte le persone hanno pensieri. Poche li trasformano in concetti.

2. Esiste un sesto continente che non ha trovato finora il suo Cristoforo Colombo. E ciò è tanto più strano in quanto migliaia e migliaia di individui pretendono di non risparmiarsi fatica per scoprirlo. Questo continente si chiama “uomo”. Noi non lo conosciamo.

3) la verità è una, il numero delle non verità è infinito.