Oltre il Nichilismo?, di Vasco Ursini, 28 febbraio 2015

 

Non occorre essere nietzscheani per riconoscere che il fantasma del nichilismo si aggira un po’ ovunque nella cultura del nostro tempo. Né si deve arrivare a pensare, con Heidegger, che il nichilismo sia l’accadere stesso della storia occidentale, per riconoscere che “chi non ha sperimentato su di sé l’enorme potenza del niente e non ne ha subìto la tentazione conosce ben poco la nostra epoca” (Junger-Heidegger, 1989; 104).
Il nichilismo – una parola riservata fino a qualche tempo fa a poche élites – è oggi espressione di un profondo malessere della nostra cultura: che si accavalla, sul piano storico-sociale, ai processi di secolarizzazione e di razionalizzazione, quindi di disincanto e di frantumazione della nostra immagine del mondo, e che ha provocato sul piano filosofico, in merito alle visioni del mondo e ai valori ultimi, la corrosione delle fedi e il diffondersi del relativismo e dello scetticismo.E quale che sia l’atteggiamento che si assume nei suoi confronti, di accettazione o di rifiuto,di tolleranza o di reazione, chiunque può vedere quanto la storia abbia riempito il nichilismo “di sostanza, di vita vissuta, di azioni e di dolori” (Junger-Heidegger, 1989: 49). (…)
L’uomo contemporaneo non ha alternative: qualsiasi cosa pensi o faccia, è già comunque sottomesso alla coercizione della tecno-scienza. Ciò nonostante egli si culla ancora nell’attitudine edificante dell’umanesimo tradizionale e dei suoi ideali, che appaiono però impotenti rispetto alla realtà della tecno-scienza e che producono, tutt’al più, un’evasione e una compensazione.
C’è chi pensa – come Heidegger – che inquietante oggi non sia il fatto che il mondo diventi completamente tecnico, ma che l’uomo si trovi impreparato a questa trasformazione del mondo. Chi si attarda a pensare in termini di morale e di etica, non è ancora all’altezza della sfida della tecno-scienza. A chi gli domandava perché dopo “Essere e Tempo” non avesse ancora scritto un’etica, Heidegger rispondeva che un’etica adeguata ai problemi del mondo moderno è già implicita nella comprensione dell’essenza della tecnica. Qualsiasi altra etica – pensata a misura del singolo – sarebbe inadeguata alla macroazione planetaria dell’umanità. (…) Nell’età dominata dal nichilismo le etiche rimangono sul piano dell’omiletica.
Il nichilismo ci ha dato la consapevolezza che noi moderni siamo senza radici, che stiamo navigando a vista negli arcipelaghi della vita, del mondo, della storia: perché nel disincanto non v’è più bussola che orienti; non vi sono rotte, percorsi, misurazioni pregresse utilizzabili, né mete prestabilite a cui approdare.
Il nichilismo ha corroso la verità e indebolito le religioni; ma ha anche dissolto i dogmatismi e fatto cadere le ideologie, insegnandoci così a mantenere quella “ragionevole prudenza del pensiero”, quel paradigma di pensiero obliquo e prudente, che ci rende capaci di navigare a vista tra gli scogli del mare della precarietà, nella traversata del divenire, nella transizione da una cultura all’altra, nella negoziazione tra un gruppo di interesse e un altro. Dopo la caduta delle trascendenze e l’entrata nel mondo moderno della tecnica e delle masse, (…) la sola condotta raccomandabile è operare con le convenzioni senza credervi troppo, il solo atteggiamento non ingenuo è la rinuncia a una sovradeterminazione ideologica e morale dei nostri comportamenti. La nostra è una filosofia di Penelope che disfa incessantemente la sua tela perché non sa se Ulisse ritornerà (Franco Volpi, Il nichilismo, Editori Laterza, Roma – Bari, 2009).

(Ho scritto queste note sul nichilismo – proseguendo un discorso iniziato qualche giorno fa – per ricordare Franco Volpi, acuto filosofo morto qualche anno fa investito da un’auto mentre faceva qualche giro in bicicletta).

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