Vasco Ursini, Il dilemma verità dell’essere o nichilismo?. Nel suo “Dispute sulla verità e la morte”, Rizzoli, 2018, p. 74, ed anche nel n. 02/2014 della rivista “La filosofia futura”, pp. 144-145, Emanuele Severino nel recensire quel mio saggio scrive

Ecco qui di seguito ciò che ho preannunciato qualche ora fa

Nel 2013 pubblicai il mio saggio “Il dilemma verità dell’essere o nichilismo?, Book Sprint Edizioni, a cui rinvio.

Nel suo “Dispute sulla verità e la morte”, Rizzoli, 2018, p. 74, ed anche nel n. 02/2014 della rivista “La filosofia futura”, pp. 144-145, Emanuele Severino nel recensire quel mio saggio scrive:

“C’è anche la situazione in cui si crede di trovarsi a dover scegliere tra il destino della verità e le convinzioni che si fondano sulla terra isolata da esso. Di tale situazione è un paradigma significativo il saggio di Vasco Ursini ‘Il dilemma verità dell’essere o nichilismo? (Book Sprint Edizioni 2013). Chiedo anche qui: perché è necessario scegliere ‘o’ tale verità (che è la negazione del nichilismo) ‘o’ il nichilismo e non ‘entrambi’? Perché si rifiuta la contraddizione! (E il destino è la forma autentica della negazione della contraddizione – la forma che si mantiene al di là del modo in cui il “principio di non contraddizione” si presenta nella terra isolata.) D’altra parte, trovarsi nel “dilemma” (o nel “problema”) rispetto al destino è un modo di ‘negare’ il destino e pertanto è un ‘aver già scelto’ la terra isolata dal destino e le convinzioni che su di essa si fondano – un aver già scelto, anche se si crede di trovarsi ancora al di qua della scelta”.

Ho risposto a questi rilievi critici di Emanuele Severino nel n. 03/2014 della medesima rivista “La filosofia futura” alle pagine 123-125, ove scrivo:

“Dico subito che sono infinitamente grato a Emanuele Severino di essersi ‘piegato’ a discutere il mio saggio. Alla gratitudine si unisce un sentimento di viva soddisfazione per l’attenzione ricevuta da lui che io reputo degno di essere collocato tra i più grandi pensatori dell’umanità, tra coloro cioè che hanno preso posizione su ciò che è e significa “verità”, non su questa o quella verità, ma sulla ‘verità’ che è il mostrarsi dell’assolutamente incontrovertibile. Soltanto così,a parer mio, si fa autentica filosofia.

Premesso ciò, provo a rispondere ai rilievi critici di Severino. Nulla da osservare sulla necessità di scegliere una delle alternative del dilemma. Non mi pare invece condivisibile l’affermazione che porsi il problema di scegliere tra la verità del destino e il nichilismo “è un modo di ‘negare’ il destino e pertanto è un ‘aver già scelto la terra isolata dal destino e le convinzioni che su di essa si fondano, anche se si crede di trovarsi ancora al di qua della scelta”. No. Tentare di scegliere tra le due alternative non può essere un ‘aver già scelto’, ma è verificare se si riesce a scegliere. Nel mio caso si è cercato di verificare se è possibile ‘uscire’ dall’isolamento della terra e dal nichilismo che la pervade, partendo, da un lato, dalla consapevolezza che l’isolamento della terra non è una colpa dell’uomo ma è l’accadimento della decisione originaria, un ‘eterno, che sopraggiunge con necessità nel cerchio dell’apparire, dall’altro lato, dalla consapevolezza che due anime in perenne contrasto tra loro abitano nel nostro petto, una nascosta (l’Io del destino) e l’altra manifesta (l’io della terra isolata); due dunque sogno gli ‘inconsci’ dell’Occidente: quello, più profondo, del ‘destino della verità’ e quello, più superficiale, del ‘nichilismo’, che dunque non è esplicito e intenzionale ma completamente inconscio, nel senso che l’Occidente crede di pensare e di vivere l’ente come qualcosa che è, mentre lo pensa e lo vive come niente.

Questo insanabile contrasto dura da sempre e durerà sin quando non accadranno, se accadranno, il tramonto dell’isolamento della terra dal destino della verità e l’avvento della terra che salva. Non ci resta dunque che attendere. Ma questa “Attesa” è così lunga da sembrare eterna. Un’Attesa che comunque va al di là della dimensione temporale della vita degli uomini, mentre intanto su questa nostra vita incombe continuamente la ‘morte’ che ci terrorizza e ci angoscia. Un’Attesa infinita che giorno dopo giorno ci sfibra. A questo punto occorre chiedersi: in tali condizioni è possibile tentare di raggiungere quel primo inconscio?. Severino lo ha raggiunto ed espresso nei ‘cosiddetti’ suoi scritti. Io ho tentato e tento ancora di raggiungerlo seguendo le indicazioni che egli ci fornisce:

Quel primo inconscio “può essere raggiunto solo se non ci si mette in cammino in compagnia delle ricostruzioni storiche avanzate dalla nostra cultura. Anzi, solo se non ci si mette affatto “in cammino”, ma si lascia che i luogo della necessità (ossia la struttura originaria della Necessità) già da sempre aperto ‘al di fuori’ della struttura dell’Occidente, consenta al linguaggio di testimoniarlo e di testimoniarlo come qualcosa di abissalmente estraneo a quell’altro luogo che è appunto la struttura in cui cresce la storia dell’Occidente, Se questa struttura continua a rimanere l’inconscio essenziale della nostra civiltà, quell’altra – il luogo della necessità – è l’inconscio di questo inconscio, il sottosuolo del sottosuolo, ciò che avvolge l’avvolgente” (La struttura originaria, p. 14).

Queste indicazioni ho cercato di seguire nel mio saggio senza riuscire a compiere una scelta definitiva tra le alternative del dilemma, verità dell’essere o nichilismo. La “verità” che talvolta mi sembra di scorgere torna presto a vacillare.Non mi resta dunque che richiamare quanto ho scritto nel mio saggio: “Come Kierkegaard mi riduco a vivere in un perenne ‘forse’. Resto fuori dalle ‘Chiese’ che si fondano su granitiche certezze, disgiunto dalle fedi che muovono la turba, vittima di un pensiero vivo e lucido”, che però non rinuncia a tentare di compiere quella scelta.

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