L’amico Attilio Stracuzzi, dopo aver letto il mio saggio, “Una filosofia per il tempo che viviamo”, mi scrive

“Ho terminato di leggere questa Tua ultima opera con la grande attenzione e con l’estremo entusiasmo del neofita che non ha mai smesso di appassionarsi alla filosofia. In genere, quando leggo opere di un certo spessore (come la Tua), cerco di soffermarmi sulle prime impressioni e sui primi pensieri che essa mi suscita, su ciò che di essa mi ha più colpito e/o interessato e sull’insegnamento pratico che da essa può scaturire…d’altronde, sono pur sempre ideologicamente figlio della gramsciana “teoria della praxis”!… Il mio primo pensiero è stato quello sull’importanza e sulla funzione del “linguaggio”, come “casa dell’essere” o come “gioco linguistico” o ancora come attività “ermeneutica”. E la prima domanda che mi son posto e che mi permetto di porTi è questa: “E’ mai possibile che, dopo la svolta (la famosa “Kehre”), la scoperta dell’importanza del linguaggio (id est, della “comunicazione”) abbia condotto il suo autore ad un “ripiegamento poetico-estetizzante” della questione (sfociante nella “poetica”), o ad una visione più propriamente “ludico-strategica” del linguaggio stesso (con la teoria dei c.d. “giochi linguistici” del “secondo” Wittgenstein)?”. Riallacciandomi alle letture che da diversi anni occupano il mio “poco” (sic!) tempo libero, mi – e Ti – pongo un quesito: “Non può essere, invece, che proprio a partire da questo “linguaggio” e dalla “comunicazione” tra individui che condividono necessariamente il medesimo “mondo della vita” (Lebenswelt) si possa instaurare quella possibile “intesa” tra parlanti che possa condurre gli stessi, nella migliore delle ipotesi, alla condivisione di una “fondazione trascendental-pragmatica” della verità e dell’etica, come suggerisce Apel? O piuttosto, secondo un’ipotesi a mio modesto avviso più realistica, non è possibile che tale “intesa” li conduca alla condivisione, di volta in volta “sottoposta a continua verifica” (e perciò stesso sempre “fallibile” e “falsificabile”), di una visione della verità e dell’etica, secondo una prospettiva “universal-pregmatica”, come suggerisce acutamente Habermas? Per concludere…cos’altro dire?… Per me VASCO URSINI è quel maestro con il quale passerei giornate intere a discutere, magari intenti a tagliare legna nella foresta nera…”.

Amici di Emanuele Severino nell’ambito dell’intero pensiero contemporaneo | Facebook

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