Antologia severiniana. Un estratto da Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli, Milano 2000, pp. 94-96. A cura di Vasco Ursini

“In un articolo su “Il Sole 24 Ore” del 27 luglio 1997, Michael Dummett sostiene la possibilità che la filosofia giunga alla conoscenza di “verità assolute” (cioè, intendo, innegabili, incontrovertibili). Gianni Vattimo, insieme a gran parte della filosofia contemporanea (sia “analitica”, sia “continentale”), negava invece in quell’occasione questa possibilità. Se si prescinde dal modo in cui la filosofia contemporanea è giunta a tale negazione, la contrapposizione si risolve in favore di Dummett, perché, come egli ricorda, chi nega ogni verità assoluta non può nemmeno esser convinto che non esistano verità assolute. E’, questa, l’obbiezione che è sempre stata rivolta contro lo scetticismo assoluto.

Ma la filosofia contemporanea non è uno scetticismo assoluto, cioè ingenuo. (Come Vattimo osserva giustamente, non si può prescindere dal modo in cui essa si pone in rapporto alla tradizione filosofica). Essa non nega in astratto ogni verità assoluta. Afferma invece un’unica verità assoluta: l’insuperabilità del divenire. Cioè afferma che ogni presunta verità assoluta e ogni presunto essere immutabile sono travolti dall’incessante divenire del mondo, del pensiero, del linguaggio.

Alla filosofia contemporanea così intesa non si può dunque rivolgere l’obbiezione contro lo scettico. E quindi nemmeno Vattimo resta liquidato da Dummett. Purché, appunto, la filosofia contemporanea prenda coscienza della forza di cui, soprattutto nel proprio sottosuolo, essa dispone. Si tratta di comprendere che sul fondamento della fede nel divenire – condivisa anche da Dummett – è impossibile raggiungere una qualsiasi verità assoluta che, come avviene nel pensiero metafisico, conferisca all’essere un Senso e un Ordinamento immutabile e definitivo. (Solo raramente, peraltro, la filosofia contemporanea sa discendere nel proprio sottosuolo essenziale, e quindi tende a presentarsi come scetticismo ingenuo). L’apertura di Dummett alla possibilità che la filosofia raggiunga la verità assoluta è dunque destinata al tramonto, sebbene sia molto interessante e in Italia sia stata una via non poco battuta.

La fede nel divenire (e propriamente nel divenire, inteso come l’uscire dal nulla e il ritornarvi, da parte delle cose) è il terreno comune della filosofia “analitica” e della filosofia “continentale”. Il terreno comune dell’intero Occidente. Una “fede” dico. Infatti il suo contenuto è sempre considerato come un dogma intoccabile e indiscutibile. Solo se si è in grado di metterla in questione, e se ne vede l’assoluta impossibilità, appare quella verità assoluta che invece Dummett crede di poter raggiungere prendendo le mosse da tale fede.

A Dummett vorrei dire inoltre che se la verità è un futuro da raggiungere, non la si potrà mai conoscere, perché la strada o la “ricerca” che dovrebbe condurvi si muoverebbe per definizione nella non verità, e la non verità non potrà mai stare a fondamento della verità. A Vattimo vorrei dire che il principio ermeneutico, per cui pensare significa muoversi all’interno di una tradizione storica, o è solo un’ipotesi delle scienze storiche (sì che l’impossibilità di una verità assoluta svincolata dalla storia è solo un’ipotesi), oppure tale principio è una delle molte formulazioni della fede nel divenire, ossia di ciò che dovrà pure una buona volta esser messo in discussione”.

(Emanuele Severino, La legna e la cenere, Rizzoli, Milano 2000, pp. 94-96)

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