Antologia Severiniana: Necessità dell’accadere dell’ente. Il passo è tratto da Emanuele Severino, Destino della necessità, ADELPHI, Milano 1999, pp. 97-99. A cura di Vasco Ursini

Ogni ente è eterno. Quindi è eterno anche quell’ente che è lo stesso accadere dell’ente. Nella verità, l’accadere non è l’incominciare ad essere, ma l’incominciare ad apparire. Che l’ente incominci ad apparire significa che esso, eterno, esce dall’ombra del non apparire ed entra nella luce dell’apparire. Cade in questa luce. Anche questo passaggio dall’ombra alla luce ha un significato, cioè è un ente; e quindi è eterno.

Poiché l’accadere dell’ente è eterno, è necessario che l’ente accada. Inoltre, per quanto vago, sfumato, incerto, sfuggente, ciò che accade ha un senso determinato; quindi è necessario che l’ente accada con il senso determinato che gli conviene: non solo è necessario che l’ente accada, ma è insieme necessario che accada quell’ente che accade. L’accadere  dell’ente è determinato, e quindi l’eternità dell’accadere è la necessità dell’accadere così determinato.

Se infatti l’ente che accade non accadesse, l’accadere dell’ente non sarebbe – e, non essendo, esso, che non è un niente, sarebbe un niente -, e quindi non sarebbe eterno. Poiché ogni sintesi di enti è a sua volta un ente, essa è un eterno; e quindi è indissolubile, ossia è necessario che gli enti si mantengano nella sintesi che li unisce. Se si sottraessero alla loro sintesi, la sintesi non sarebbe, cioè essa, che non è un niente, sarebbe un niente. Questa lampada accesa (sintesi) è un eterno; quindi è necessario che questa lampada sia accesa. Questo animo allegro (sintesi) è un eterno; quindi è necessario che questo animo sia allegro. L’ente accade (sintesi) e il suo accadimento è un eterno; quindi è necessario che l’ente accada. Nemmeno la sintesi tra l’ente che accade e il suo accadere può non essere (ossia esser niente).

Ma affermando che l’ente che entra nell’apparire sarebbe potuto non entrarvi (o che sarebbe potuto apparire l’ente che non è apparso) – affermando cioè la “contingenza” dell’apparire -, si afferma che l’ente che accade sarebbe potuto non accadere, cioè si nega la necessità dell’accadere. In questo modo, il non essere (cioè la nientità) dell’accadere dell’ente vien posto come una possibilità. L’impossibile viene ritenuto un possibile.

Se, dunque, tutto ciò che accade è necessario che accada, anche le decisioni che accadono è necessario che accadano. Anche se l’accadere non è inteso in senso esplicitamente nichilistico – cioè non viene pensato come un entrare nell’essere, ma come un entrare nell’apparire -, la contingenza e la libertà dell’accadere appartengono egualmente all’essenza del nichilismo. Nel paragrafo successivo viene mostrato un aspetto ulteriore di questa appartenenza.

Nota 1 – Poiché l’accadere è il passaggio dal non apparire all’apparire, l’essere (e quindi l’eternità) del passaggio richiede necessariamente che l’ente, che sopraggiunge nell’apparire, prima non appaia e poi appaia. L’accadere è (e quindi è eterno), solo in quanto l’ente che accade si mantiene nascosto sino a che incomincia ad apparire. Il mantenersi così nascosto è ciò senza di cui l’accadere sarebbe impossibile. L’eternità di ogni ente è l’eternità di ciò che esso è nel modo in cui lo è. L’eternità non altera ma custodisce ogni sfumatura di ciò che è. L’accadere è la vicenda dell’incominciare ad apparire (e del cessare di apparire) dell’ente. Se l’ente non si mantenesse nel non apparire, prima di apparire – se cioè non incominciasse ad apparire -, l’accadimento dell’ente non sarebbe (sarebbe cioè, esso che è un non-niente, un niente). La struttura dell’essere (e quindi dell’eternità) dell’accadimento è più complessa della struttura dell’essere di altri enti (per esempio di questa lampada accesa), ma l’analisi di questa complessità ha al proprio fondamento la necessità che, proprio perché l’accadimento è eterno, gli enti che accadono si mantengano nel non apparire, prima di incominciare ad apparire.

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