Vasco Ursini, In che senso e a quale fine Emanuele Severino parla di “filosofia futura”

La filosofia futura (Rizzoli, Milano 1989) –  il libro di Emanuele Severino che chiude la serie dei suoi tre volumi di storia della filosofia e della sua Antologia filosofica – è sostanzialmente una introduzione alla “filosofia futura”, che egli propone e alla quale, a ben vedere, si riferiscono tutti i suoi scritti.

Va subito detto che i termini dell’espressione “filosofia futura” hanno per lui un senso radicalmente diverso da quello che ad essi compete lungo l’intero sviluppo della cultura occidentale. La filosofia ha sempre pensato il tempo, perché ha sempre creduto che il “divenire” sia la suprema evidenza, la verità incontrovertibile. L’intera civiltà occidentale nasce e si sviluppa all’interno del modo in cui i Greci hanno stabilito il senso del divenire, da loro concepito come l’uscita della  cose dal niente e il loro ritornarvi. Le cose eterne per la filosofia greca sono le cose divine, ma esse sono eterne non perché sono degli essenti, ma perché sono dotate di una natura peculiare e privilegiata. Gli essenti, in quanto essenti, per la filosofia greca e poi per tutto il pensiero occidentale, non hanno niente di eterno, ma escono dal nulla e vi ritornano.

La “filosofia futura” propone di discutere proprio questo senso greco del divenire, che da sempre è ritenuto indiscutibile. E “discutere” vuol dire “scuotere” e abbattere”. “Ma chi – scrive Severino – può azzardarsi a scuotere e ad abbattere ciò che per l’intera civiltà occidentale è l’indiscutibile stesso? Certo, non uno di noi. Ma nemmeno un dio – se è vero che, nella nostra cultura, l’esser dio ( l’esser l’essente privilegiato che non diviene) ha senso solamente in relazione al senso greco del divenire e ne segue quindi le sorti. Dio si libra al di sopra del divenire. Discutere il divenire significa mostrarne l’impossibilità e quindi anche l’impossibilità di qualcosa che si libri al di sopra di esso”.

La “filosofia futura” è dunque il pensiero che discute l’essenza stessa dell’Occidente, cioè il senso greco del divenire. Tale pensiero è ciò che la filosofia dell’Occidente sarebbe voluta essere, ma non è riuscita ad essere. Dunque esso non è  epistéme, ma è l’unico pensiero che riesce a stare, cioè a mostrare che non può essere in alcun modo smentito e abbattuto, né da uomini, né da dio, né dal mutare delle conoscenze e del tempo. E’ il “destino della verità”.

 

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