Vasco Ursini: La questione della verità nel pensiero filosofico di Emanuele Severino

Nel pensiero filosofico di Emanuele Severino la questione della verità è assolutamente centrale. E’ una questione talmente decisiva che per lui la storia dell’intero Pianeta cresce all’interno della più abissale alienazione della verità che consiste nella persuasione che l’ente sia niente. Contro questa visione nichilistica dell’essere sta l’inaudita tesi severiniana dell’eternità dell’ente in quanto ente che viene posta dall’apparire dell’incontrovertibile esser sé dell’essente.

Questo tema centrale della sua riflessione filosofica incominciò a delinearsi già alla fine dei suoi studi universitari, quando già si chiedeva:

“che cos’è quella “verità definitiva, incontrovertibile”, di cui tutta la filosofia degli ultimi due secoli afferma la morte? La morte delle sue forme storiche è la morte di ogni senso possibile dell’incontrovertibile? E in che luogo ci si trova quando si mette in questione il senso dell’incontrovertibile? E l’incontrovertibile in che consiste, finalmente? E’ possibile indagare il suo senso senza sapere quale sia il suo contenuto? Il problema non è più soltanto il senso dell’incontrovertibilità della metafisica. ma dell’incontrovertibilità in quanto tale.” (cfr. Il mio ricordo degli eterni. Rizzoli, Milano 2011. pp. 37-38).

Ma ora c’è da chiedersi: “Può essere di “qualcuno” il pensiero che pensa l’incontrovertibile?” In altri termini, l’apparire della verità può essere la coscienza che un individuo ha della verità? Certamente, no. Pensare che la verità sia ciò che possa essere scoperto da un individuo è pensare l’impossibile. Giulio Goggi – nel suo prezioso volume, Emanuele Severino, Lateran University Press, Roma 2015 – ricorda che a lezione Severino spesso diceva:

“Se la verità fosse qualcosa di scoperto o di inventato dal sottoscritto, loro sarebbero autorizzati ad alzarsi e ad uscire dall’aula. Non varrebbe la pena soffermarsi sulle pagine della “mia” produzione teorica”.

E Goggi aggiunge che poi Severino spiegava:

“Se “io” che penso la verità non sono la verità, e cioè sono “non verità”, allora dicendo che a pensare la verità sono “io”, come individuo storicamente determinato, è come se dicessi che la “non verità” pensa la verità”.

C’è ancora da dire che non si può arrivare alla verità partendo da una condizione in cui se ne è privi seguendo un percorso che si spera ci conduca ad essa. Tale cammino non avrà mai fine. La verità non sta innanzi a noi, e dunque non si raggiunge alla fine di un certo percorso. La verità, il destino della verità sta alle nostre spalle: è l’apparire dell’esser sé dell’essente.

C’è infine da aggiungere che nessun “io” della terra isolata, nessun “io” empirico può “capire”, conoscere il destino della verità, nessun io empirico può essere la manifestazione o l’apparire del destino della verità. Leggiamo Severino:

“Ogni “dialogo”che questo o ogni altro io della terra isolata voglia instaurare con la verità è un equivoco. E’ un malinteso anche la buona volontà con cui l’io empirico vuole conoscere la verità; In quanto l’io empirico non è l’apparire del destino della verità, tale io non può “conoscere” la verità. Può credere di conoscerla, può avere l’intenzione di “conoscerla”. Se ora “io” ne sono l’apparire (la conosco) – se cioè essa appare nella sua incontrovertibilità -, a esserne apparire e a “conoscerla” non sono io in quanto io empirico, ma sono io in quanto Io del destino, ossia in quanto io sono la verità stessa che appare in se stessa, come contenuto di se stessa, e come contenuto che contiene la terra e, in essa, in quanto isolata, cioè in quanto non verità, l’interpretazione che mostra questo mio essere io empirico e gli altri”. (Cfr. Emanuele Severino, Discussioni intorno al senso della verità, Edizioni ETS, Pisa, p. 80).

Proprio nel periodo dello scontro con la Chiesa – scrive Severino – “era venuto il dono del linguaggio che testimonia il destino.Che non è un’espressione scioccamente immodesta, perché non è il mio esser “uomo” a ricevere il dono. Il donante è il destino ed è ancora il destino – il mio esser Io del destino – ad aver ricevuto quel dono. ( Che non è una “grazia”, perché è necessità che il destino doni tutto ciò che egli dona).

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