Vasco Ursini, Capire la tesi severiniana che l’Originario è “oltre il linguaggio”

Per capire la tesi severiniana richiamata nel titolo, occorre innanzitutto ribadire che l’essenza della struttura originaria e dunque la sua ristrutturazione concreta non sopraggiunge nell’apparire, ma vi appare originariamente.

Da ciò discende che la struttura originaria include originariamente quelle essenziali determinazioni che invece sono via via poste dallo sviluppo del linguaggio:

L’essenza linguistica della struttura originaria si contraddice – e tuttavia è l’incontrovertibile […] per il suo significato implicito, […], ossia per la totalità delle determinazioni della struttura originaria […], che appaiono originariamente già prima di mostrarsi nello sviluppo del linguaggio (cioè nello sviluppo dell’esplicito) – già prima del loro andirivieni nel linguaggio” (Emanuele Severino, Oltre il linguaggio, Adelphi, Milano 1992, p. 189).

In questo senso l’implicito è l’apparire della totalità dell’originario. In quanto tale, la totalità o originario concreto appare già, cioè senza il linguaggio che lo dice: “che, dunque, il significato appaia senza l’apparire della parola che lo indica, si può anzi è necessario affermarlo perché e solo perché l’incontrovertibile esiste” (Ivi, p. 190).

Da quanto detto segue non solo che l’originario è oltre il linguaggio, ma anche che il linguaggio stesso è oltre il linguaggio storico. Scrive infatti Severino:

Il linguaggio appare anche là dove esso non appare – giacché la totalità implicita delle determinazioni dell’originario è appunto la dimensione in cui il linguaggio dell’originario non appare“(Ivi, p. 202).

Il linguaggio cioè appare là dove ancora non c’è il significato storico che lo indichi. L’originario è dunque

quell’essente eterno che è il destino come Totalità infinita che da sempre oltrepassa ogni contraddizione e quindi anche la contraddizione del linguaggio, mantenendosi da sempre al di sopra dell’isolamento della terra, e circondandolo” (Ivi, p. 208).

In conclusione, mi pare di poter affermare che questa visione severiniana del linguaggio e del suo rapporto col pensiero costituisce una vera e propria rivoluzione rispetto ai modi in cui tale rapporto è visto dalle correnti linguistiche dominanti nell’ambito della cultura occidentale.

 

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