Díkē, o della stabilità dell’essere | di Mattia Cardenas in Ritiri Filosofici

un estratto:

Díkē o più comunemente «giustizia» è, oggi, l’adeguazione, sempre più estesa a livello planetario, degli enti alla tecnica, che lungi dal rappresentare una deviazione dall’originario pensiero greco, ne è, invece, l’estrema coerentizzazione. Come Severino mostra a più riprese nel corso del volume (a partire da un confronto serrato con l’heideggeriano Der Spruch des Anaximander) adíkia, «ingiustizia», è, oggi, il tentativo, destinato al fallimento, di impedire l’incremento indefinito della capacità di realizzare scopi da parte della tecnica. Si tratta di comprendere come tale predominio sempre più incontrastato della tecnica che determina, ad esempio, l’impossibilità della democrazia intesa quale argine contro gli squilibri provocati dalla globalizzazione finanziaria, poggi proprio sul volto greco di Díkē, che Severino non esita però a definire ‘sfigurato’.
Ciò che sta all’origine della tecnica e che ne garantisce e ne legittima l’attuale egemonia è l’incapacità, da parte delle categorie classiche del pensiero filosofico e che giungono fino a noi, di stabilire l’autentico volto di Díkē, ossia della Verità incontrovertibile – di ciò che negli scritti severiniani viene definito «Destino della necessità»

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