Intervista di Emanuela Zanotti a Severino, in Giornale di Sicilia 1983, segnalata da Mario Ciattoni al gruppo FB Amici a cui piace Emanuele Severino

Ripropongo l’Intervista di Emanuela Zanotti a Severino.
Giornale di Sicilia 1983

D. In che cosa crede il filosofo e in che cosa crede l’uomo?

R. Le convinzioni di questi due contano poco; ci si dovrebbe chiedere qual è il contenuto della filosofia che viene qualificata come la mia e qual è il contenuto delle mie certezze; poiché, filosofo o uomo credono nelle stesse cose. Sono contrario a trattare in pochi minuti il contenuto della filosofia perché dovrei formulare delle tesi non avendo la possibilità di giustificarle, e le tesi che non appaiono motiviate, in questo caso, sono come un bel volto bendato, perciò enunciandole isolate se ne altera il significato.

D Ci sarà pure un credo nella sua vita.

R. Certo, anch’io credo in qualcosa – come credono tutti gli altri – ma quello in cui si crede è proprio ciò di cui val meno la pena di interessarsi. È la fede.

D. Ma come uomo in che cosa crede?

R. Qui sento di doverla deludere fortemente. Come le ho detto le mie convinzioni sono comuni a quelle di tutti. C’è una sola differenza; una specie di ombra che si leva su quello che realizzo e per la quale so di non fare niente di giusto. Ecco perché sono in una condizione un po’ diversa dagli altri, soprattutto di coloro che sono sicuri di non sbagliare mai. Comunque se dovessi scegliere direi che l’amore rimane una realtà molto importante.

D. Che cos’è l’amore?

R. È interessante considerare l’etimo di questa parola costituita da ar. Come la polis è il luogo originario di ogni metropoli, così l’eros platonico è il luogo originario di ogni forma dell’amore occidentale. Platone quando parla di eros ne parla come di una mechané, cioè di una macchina, quindi di una techne, l’eros è una forma di techne, è un modo di impadronirsi delle cose. Anche l’amore però, come nella filosofia, appartiene ad un’alienazione di fondo della nostra civiltà. Ciononostante anch’io amo, ma con quell’ombra data dalla consapevolezza che ciò che faccio è qualcosa di distorto. Non sto, badi, peccando di modestia, lo direi di qualsiasi altra persona, del papa, di Gesù e di le; perché si illude di essere padrone delle cose. Tutto l’operare dell’uomo è un errare in senso forte. Le realtà belle, grandi e divertenti appartengono a questo errare.

D. Fra giustizia, saggezza e temperanza quali virtù predilige?

R. Preferirei ce ne fosse una quarta: la serenità. Mi piace di più, perché sottintende che anche quei termini siano stati acquietati, risolti. Serenità è una grande cosa.

D. Lei è sereno?

R. Penso di no. Intravedo affinità tra il significato di questa parola e la verità. Quando parlo di serenità penso a una giornata di sole, col cielo terso, cioè a quella condizione di luce che permette di vedere le cose, di percepire i colori. È la serenità che ci consente di guardare in faccia cos’è la giustizia, la temperanza, concetti peraltro ombrosi. Solo quando c’è luce si può andare per i cammini oscuri. Come individuo sono poco sereno, però la filosofia è il luogo della serenità e della chiarezza. Un uomo che vuole essere se stesso stabilisce una differenza tra sé e le altre cose gettando un’ombra. Il portarsi verso se stessi è l’opposto dell’apertura della serenità. Proprio in quanto esseri pensanti non ci è data la possibilità di sentirci sereni.
Così come, proprio in quanto siamo individui, non ci è data la possibilità di stare al di fuori dell’errore.

D. A che cosa servono i filosofi?

R. Si potrebbe dire che la nostra cultura è il risultato del loro servizio, contrariamente a tutte le stupidaggini che si dicono di solito in proposito. Non c’è stato nulla che è più servito della filosofia. Essa ha infatti preparato il terreno su cui si è sviluppata la nostra civiltà. C’è da augurarsi che si arrivi al non servizio della filosofia. Già Aristotele diceva che la filosofia “non serve perché non è una seva”. E tuttavia egli è stato un gran servitore. Ancora non ci rendiamo conto di quanto il nostro modo di produrre sia dovuto a ciò che i filosofi hanno pensato. La filosofia storica ha creato le basi di quello che noi oggi siamo. Servire significa instaurare un rapporto mezzo-fine, quindi capacità di ottenere uno scopo; capacità di dominare, quindi volontà di potenza, dominio, quindi scontro tra le volontà di potenza, per arrivare infine a quell’orrore che è oggi la tecnica, risultante del fatto che la filosofia è riuscita a servire parecchio.

D. Che ruolo svolgono gli intellettuali nella società?

R. Quando mi definiscono così mi offendo. Ma parlando seriamente, oggi, nel mondo, è colui che rivolge alla civiltà una critica basata su quella stessa forza che la civiltà dalla tecnica ha portato a radicale compimento. E’ un critico che non si avvede, quando attacca la civiltà della tecnica, che il terreno su cui la sviluppa e i fondamenti da cui essa si diparte sono quelli stessi che la civiltà della tecnica ha realizzato nel modo più rigoroso. Potremmo dire che l’intellettuale è una volontà di potenza debole rispetto alla volontà di potenza vincente della scienza.

D. La genialità è un terreno su cui quasi tutti arrivano in ritardo, tranne lei. Le è mai pesato questo destino?

R. Lasciamo stare la mia genialità. Rimane che il frutto delle mie meditazioni mi piace moltissimo e non sarei disposto a barattarlo con gli altri pensieri. Sono appagato di ciò che faccio e non ho nessuna sensazione di peso. Anzi se in me, povero diavolo, irrompe a volte la serenità, essa proviene dai pensieri oggettivi che solo il pensiero può suscitare.

D. Da dove nascerà a suo avviso una nuova cultura?

R. L’America senz’altro è il luogo possibile per una svolta epocale. Beninteso per America intendo Stati Uniti e con più precisione parlo di un nord ben definito, che è il trionfo della tecnica che non è semplice macchinismo e che non è semplice cultura scientifica contrapposta alla civiltà dei valori umanistici.

D. Che cos’è la fede per l’uomo?

R. La condizione della vita. La fede è dunque la forma più icastica dell’errare. Il problema che ne deriva è quello della verità. Quindi ritorniamo al problema dell’individuo. La vita è la forma più icastica dell’errare quindi, se la fede è la condizione della vita, la fede è la condizione più icastica dell’errare. Quando l’uomo dà un senso alla vita, proprio perché lo dà e lo dà alla vita, commette un duplice errore. Il senso è un prevaricare sul farsi innanzi delle cose. Per di più lo si vorrebbe fare nei confronti della vita. In greco vita si dice “bios” che è parente di “bia”; violenza. In questa frase apparentemente bella come “dare un senso alla vita” si nascondono le cose più orrende di questo mondo. La morte è la manifestazione più vistosa della violenza che c’è nella vita: ma non è in antitesi, non c’è conflitto con la vita.

emanuela zanotti intervista a emanuele severino

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