La mente come parte del mondo e come orizzonte originario, Relazione di Emanuele Severino presentata al Congresso internazionale “Identity Agonies: Living Dyingly”, Padova, novembre 2017. Post di Mario Ciattoni segnalato da Vasco Ursini

Relazione di Emanuele Severino presentata al Congresso internazionale “Identity Agonies: Living Dyingly”, Padova, novembre 2017

La mente come parte del mondo e come orizzonte originario

Oggi la scienza intende soprattutto trasformare il mondo per ottenere risultati ritenuti desiderabili dalle forme di società in cui essa opera.

Da tempo la “conoscenza” del mondo ha come scopo questa trasformazione. Un gigantesco rovesciamento culturale ha condotto dalla convinzione che le trasformazioni autenticamente desiderabili richiedano la conoscenza della “Verità” alla convinzione che la “Verità” le ostacoli e che esse siano invece favorite dalla specializzazione del sapere, sempre provvisoria e capace di rivedere i risultati raggiunti, sulla base del metodo sperimentale. La “Verità” vuol essere invece conoscenza innegabile e quindi non limitata a un ambito particolare della realtà.
Anche le neuroscienze, le scienze psichiatriche e psicologiche hanno carattere specialistico e non considerano definitivi i risultati raggiunti. Per esse – ma ormai anche per gran parte del pensiero filosofico – la mente è un oggetto particolare, esistente tra gli altri oggetti del mondo. Sulla base di questa convinzione è poi possibile il progetto “riduzionista” che considera la mente come funzione del cervello; darwinismo e neodarwinismo intendono l’“evoluzione” come un processo in cui solo a un certo punto della storia del mondo l’“uomo” e pertanto la mente fanno la loro comparsa; a sua volta la fisica prevede la fine dell’uomo in seguito alla crescita dell’entropia. Che la mente sia parte del mondo perché innanzitutto appartiene a singoli individui umani è ormai senso comune.
In quanto metodo sperimentale e specializzazione, la tecno-scienza sviluppa una crescente potenza sul mondo. La “Verità” non serve. La filosofia non può ostacolare la volontà di potenza della scienza – anche perché il guadagno più essenziale del pensiero filosofico del nostro tempo consiste nel mostrare l’impossibilità di ogni “Verità” definitiva e di ogni “Realtà” incorruttibile. (“Più essenziale”, tale guadagno, ma anche più nascosto e per lo più ridotto a un banale rifiuto della grande tradizione filosofica). L’esistenza di “Verità” definitive e di “Realtà” incorruttibili blocca lo sviluppo della potenza.
Eppure ogni forma di attività e di pensiero dell’uomo, ogni civiltà, quindi anche ogni scienza sono un prender posizione rispetto alla manifestazione del mondo: non rispetto al mondo ma, appunto, rispetto alla manifestazione del mondo. Terra, cielo, sole, galassie, amici, nemici, pensieri, impulsi, passato, futuro sono lo spettacolo in cui sin dall’inizio ogni uomo si trova. Come i termini corrispondenti ad esempio nel latino e nel greco, “spettacolo” proviene dalla radice indoeuropea spek*, che indica ciò che si mostra, appare, si manifesta. Per prender posizione rispetto al mondo è infatti necessario che qualcosa come “mondo” sia noto, cioè appaia. La manifestazione del mondo include anche l’uomo, anche il sentirsi coscienza di qualcosa. Include anche il sentirsi un “io” e anche la mente che si crede di avere – che quindi appare come parte della manifestazione del mondo, la parte a cui un certo gruppo di discipline scientifiche si rivolge.
Ma la mente a cui si rivolge la scienza è innanzitutto l’apparire di qualcosa – che però è parte della manifestazione del mondo, ossia dell’orizzonte all’interno del quale tutto si manifesta. È quindi alla manifestazione del mondo che spetta innanzitutto il carattere dell’esser-mente. Essa è la mente originaria. La scienza se ne disinteressa e ne è spesso la critica; ma la può accantonare e criticare solo in quanto prende le mosse da essa, si trova inizialmente all’interno di essa. D’altra parte la volontà di potenza richiede – e soprattutto in quanto tecno-scienza – la “manipolazione” di qualcosa che sia parte del tutto che appare.

Le scienze del cervello e della mente ritengono che la manipolazione della mente risulti tanto più efficace quanto più stretta è la relazione della mente al cervello, cioè se le sinapsi cerebrali vengono intese come causa delle modificazioni mentali o se il cervello è addirittura inteso come causa dell’esistenza della mente. La crisi a cui in ambito scientifico è andato incontro il principio di causalità con la comparsa della meccanica quantistica è molto meno avvertita nelle neuroscienze, che anche quando giungono a riconoscere il carattere ipotetico, statistico-probabilistico, delle loro conoscenze continuano, più o meno implicitamente, a trattare le relazioni causali tra mente e cervello come “Verità” necessarie invece che come regolarità empiriche. Il che accade in particolare nelle forme estreme di riduzionismo, che in tal modo finiscono col tradire la loro propensione per il carattere caduco di tutte le cose e quindi anche della mente. (Che il nesso causale necessario – come d’altronde la “libertà”, free will – della mente – non sia un contenuto “osservabile”, “sperimentabile”, è un ordine di questioni che tende a stare sullo sfondo delle diverse forme di sapere scientifico).
D’altra parte la volontà di potenza della tecno-scienza è la conseguenza più rigorosa della volontà di potenza in cui consiste la stessa manifestazione originaria del mondo. Per avere potenza è necessario aver fede che le cose diventano altro da ciò che esse sono. Il mondo si manifesta come un incessante diventar altro ed è sul fondamento di questa fede che l’uomo sin dall’inizio vuole trasformare il mondo per vivere. La tecnoscienza porta al culmine questa volontà originaria.

Ma qual è il fondamento di questa fede?

La stessa manifestazione originaria del mondo è una “Verità” indiscutibile (alla quale la scienza si appoggia senza guardarla in faccia), o alle sue spalle si apre l’autentica manifestazione originaria di ciò che è?
La volontà di potenza si disinteressa della “Verità”. Ma fino a che punto si può dire che la potenza è?

Che non è un sogno?

Per la scienza, soprattutto questa domanda suona scandalosa. Se ne libera anche alla svelta. E dal suo punto di vista “fa bene” (ossia le è utile), perché anche se la potenza fosse un sogno, alla scienza importa avere potenza all’interno di questo che qualcuno vuol chiamare “sogno”, e che peraltro è sognato da tutti. Ma è sognato da tutti?
La domanda se la potenza non sia un sogno sottintende che la stessa esistenza della potenza sia il contenuto di una fede. Tuttavia tra le istanze fondamentali della scienza si trova il principio che il carattere della scientificità richiede il consenso intersoggettivo intorno a ciò che viene affermato e all’esistenza stessa della potenza. Non è scientifico ciò che viene affermato solo da uno o da una minoranza: non ha carattere scientifico una potenza di cui solo uno o alcuni si accorgono.

La scienza è sapere intersoggettivo. È necessario che, se di “sogno” si vuole parlare, esso sia sognato da tutti o dai più.
D’altra parte, in che modo si viene a conoscere che un certo evento ha carattere intersoggetivo? Basta guardare, si risponde. Ma questo “guardare” vede soltanto dei comportamenti che sono interpretati come “umani” e come “consenso intersoggettivo”. E l’interpretazione è sempre una fede – anche quando possiede l’estrema raffinatezza concettuale del sapere scientifico. Che esista consenso intersoggettivo e che quindi esista la potenza che è oggetto di tale consenso, e che pertanto ha carattere scientifico, è il contenuto di una fede. Ma, si diceva, la scienza non si cura di questo tipo di considerazioni ed elabora le pratiche che le consentono di sviluppare, all’interno della fede, la maggiore potenza che l’uomo abbia mai conosciuto.
Il nostro tempo è destinato al dominio della volontà della tecno-scienza. La destinazione non è il semplice fatto. Il semplice fatto può trasformarsi da un momento all’altro nel suo opposto. La potenza sta in bilico su questo fatto. Si tratta di comprendere il senso della destinazione. Qui (anche qui) la voce della filosofia non è accantonabile. Essa dice anche che il tempo della potenza – che peraltro si preannuncia di lunga durata – non è l’ultima parola. Dice anche che il volersi disinteressare dei problemi relativi al senso della verità è una fede che considera sé stessa come “Verità” indiscutibile.

 

via (3) Mario Ciattoni – Mario Ciattoni ha risposto a un commento su…

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