Ciascuno di noi, in quanto “individuo”, non può che fare propria questa testimonianza di Emanuele Severino riferita al suo “io empirico” … , testo di Vasco Ursini

Ciascuno di noi, in quanto “individuo”, non può che fare propria questa testimonianza di Emanuele Severino riferita al suo “io empirico” e tentare di fare propria (ma è molto, molto più difficile) anche e soprattutto quella riferita al suo esser “Io del destino”:

“Anche se “io” sono una volontà di testimoniare il destino, io credo di ‘più’ e ‘più spesso’ nelle cose in cui comunemente si crede che non nel “destino della verità” – credo di più nelle cose in cui ‘credo’ che comunemente si creda, cioè nel “senso comune” (ossia in ciò che credo che sia il “senso comune”, e che non ha eccessive difficoltà a credere nella scienza), nella “vita quotidiana”: credo di più e più spesso nei contenuti della terra isolata, dalla quale sono spesso completamente avvolto: sono spesso assalito dal dubbio che il “destino”, che peraltro voglio affermare, non sia altro che una mia costruzione arbitraria e che alla fine il nulla non risparmierà nessuno e nessuna cosa: ciò che, nel linguaggio con cui intendo testimoniare il destino, viene chiamato “terra isolata” e “nichilismo” è una grande sebbene disperante tentazione – anche se a volte, invece, la letizia mi invade per ciò che in quella testimonianza si dice” (Intorno al senso del nulla, p. 210).

Ed ecco che cosa dice Emanuele Severino nel suo esser “Io del destino” (Riuscire a dire le stesse cose è impresa molto difficile per chiunque cerchi di seguirne le orme). Severino comincia con il chiedersi se la suddetta frase smentisca tutto quello che ha affermato nei suoi scritti. La risposta è secca, decisa, perentoria:

“Per nulla; anzi ne è la piena conferma”.
“Perché nel destino – cioè nel mio esser Io del destino – appare con necessità che chi è convinto del contenuto di questa frase è il mio esser io empirico nella sua appartenenza alla terra isolata e nel suo esser in vario modo avvolto dalle forme sapienziali in essa presenti. “Io credo di più nella vita quotidiana che non nel destino della verità”. E infatti l’io empirico è fede, e non può che “credere”. E “crede” non solo quando crede di più in quello che comunemente si crede, ma anche quando “crede” (con o senza “letizia” a cui sopra si è accennato) nel destino e non nei contenuti della terra isolata. In entrambi i casi questo io è nella non verità della fede, nella non verità in cui egli consiste”.

Ora Severino insiste nel lasciar parlare (nel far proprie queste sue parole sta il difficile) il suo esser Io del destino:

“Invece il mio esser Io del destino . la struttura originaria del destino – non crede di essere l’apparire del destino della verità, non crede in nessuno dei contenuti de destino che il linguaggio testimoniante il destino va indicando, non crede in nulla. E nemmeno questa è una smentita di quanto viene affermato nei miei scritti, ma ne è una conferma. Perché il destino (il mio, come ogni altro, essere Io del destino) è tale proprio perché è essenzialmente al di là e al di sopra della fede; Non crede in nulla perché è l’apparire della verità. Esso, che è il più vicino perché è ciò rispetto a cui si istituisce ogni vicinanza e lontananza, è l’autentico ‘Altro’ dagli umani e dai divini della terra isolata” (Intorno al senso del Nulla, p. 211).

via (3) Amici di Emanuele Severino

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