Vasco Ursini, Come atteggiarsi di fronte al pensiero filosofico di Emanuele Severino?

 

Luigi Vero Tarca, professore ordinario di Filosofia teoretica presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e allievo di Emanuele Severino, nell’introduzione al volume a più voci intitolato A partire da Severino Sentieri aperti nella filosofia contemporanea (Aracne editrice, 2016), solleva alcune domande importanti.

Egli si chiede se sia possibile allontanarsi dal pensiero di Severino pur riconoscendone il magistero: “È possibile – in altri termini – dire qualcosa di diverso da quello che egli dice senza che ciò ne costituisca automaticamente una sconfessione?”
Ancora: “Se “partire da” significa anche prendere le distanze, come si possono prendere le distanze dal discorso che testimonia la verità assolutamente innegabile, e nello stesso tempo pretendere di restare fedeli a questa? Per uno che sia convinto della verità del discorso filosofico di Severino, è ancora possibile fare filosofia, e come?”

Per Tarca a questo punto si danno almeno due possibilità:
1 “È possibile ripetere il discorso di Severino. Ma la ripetizione deve essere alla lettera; e allora, in questo caso, si può ancora parlare di un fare filosofia?”

2 “Oppure la prosecuzione del pensiero di Severino, se non vuole costituirne una semplice ripetizione letterale, può essere un’applicazione delle sue “verità” ai vari autori e ai vari campi del sapere sui quali egli non ha potuto applicarsi come invece ha fatto, per esempio, con Nietzsche, con Leopardi ecc. Questo è già un modo più interessante di raccoglierne l’eredità, ma si tratta comunque di una maniera di fare filosofia molto parziale, che lascia fuori di sé alcuni tratti essenziali dell’autentico filosofare, a cominciare da quello che vede nella capacità di testimoniare in prima persona la verità ultima il compito primario del filosofo.
Del resto, lo stesso itinerario speculativo di Severino – pur essendo definito, certo, da un’implacabile coerenza – è caratterizzato pure da correzioni e revisioni anche su punti essenziali”.

Infine: “Da questo punto di vista si tratterebbe allora, per così dire, di distinguere, all’interno del discorso severiniano, ciò che è immutabile, e quindi permanente, da ciò che invece è variabile e quindi incrementabile: ciò che è “vivo” da ciò che è “morto”. Ma si tratta di cosa fattibile? Il solo porre tale questione apre questioni filosofiche straordinariamente difficili. Vi può essere un progresso nella verità? E come distinguere, all’interno del discorso che testimonia la verità innegabile, ciò che è immodificabile da ciò che invece è rivedibile? Come distinguere ciò che è incrementabile da ciò che permane perennemente e stabilmente?”

Sono tutti interrogativi legittimi che “aprono questioni filosofiche straordinariamente difficili”. Però filosofare significa mettere in discussione tutto, partendo non dal dubbio ma dalla verità (questo è uno degli insegnamenti fondamentali del filosofo bresciano). E Tarca sa che il nucleo inaggirabile del “destino della necessità” è racchiuso nella formula “l’esser sé dell’essente la cui negazione è autonegazione”, ossia l’essente non diventa mai altro da se stesso (e per essente Severino intende tutto ciò che non è nihil absolutum).
Le “correzioni e revisioni” di cui parla Tarca, correzioni presenti nell’itinerario filosofico di Severino, sì, ci sono, ma sono revisioni che sono state inserite per ripulire il linguaggio delle prime opere da alcune tracce di inquinamento nichilistico.
Tarca ritiene che il compito primario del filosofo sia quello di “testimoniare in prima persona la verità ultima”, ebbene anche tale affermazione apre una questione filosofica impegnativa: chi è il testimone della verità? È forse pensabile che il testimone della verità sia altro dalla verità stessa? Ma, a rifletterci bene, qui si spalanca un ulteriore interrogativo: il linguaggio è in grado di indicare la verità?
Ma allora è possibile testimoniare in prima persona la verità? Una cosa è certa: se “l’esser sé dell’essente la cui negazione è autonegazione”, ossia il destino dell’essere, non è il prodotto di un certo individuo (Severino lo ha ripetuto ad abundantiam) ma è la verità che appare in ogni uomo (anche nel pazzo, anche negli uomini più stupidi), allora le parole inaudite “di Severino” che ci spiazzano, che stravolgono le nostre abitudini concettuali, parole che “assumono il volto di un giudice inflessibile che nega tutte quelle che sono le nostre anche più ovvie e consolidate convinzioni”, ossia le parole che indicano l’impossibilità del diventar altro da parte di ogni determinazione del mondo, sono che parole che spiazzano e mettono a disagio soltanto l’ “io empirico”, perché tali parole testimoniano ciò che in qualche modo “noi” già conosciamo, ossia testimoniano ciò che ci sta da sempre dinanzi. Ecco perché ad una domanda di Alain Elknan: “Chi la pensa come lei, professore? Severino aveva risposto: “Tutti gli esseri nel profondo del loro cuore”.

 

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(2) Amici di Emanuele Severino

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