La verità non illumina l’individuo che è soltanto il contenuto del sogno dell’errare.
Sono molti, moltissimi coloro che si illudono che per scorgere il destino della verità basta leggere, capire e condividere, fino a possederlo, il contenuto degli scritti di Emanulee Severino, che danno testimonianza del “destino della verità”.
Costoro devono convincersi che almeno due eventi devono accadere nella terra isolata perché si riesca a porsi nello sguardo del destino:
che accadano il dono del destino a se stesso, cioè al nostro esser “Io del destino”
e il ritrarsi, dai vari cerchi dell’apparire, dell’isolamento della terra di quel tanto che consente al linguaggio di indicare il (già da sempre manifesto) destino della verità.

La filosofia “di Severino”, come la chiamiamo usando il nostro linguaggio alienato con cui lui non è d’accordo, richiede condizioni le più particolari per avervi accesso veramente, ma tutta la filosofia e l’arte di una certa profondità, che tutte guardano allo stesso luogo e in parte vi si trovano, le richiedono.
Si deve esser morti, eppure rinati e ancora vivi. E assai probabilmente si deve aver attraversato diversi di questi cicli; cicli dell’anima o mente e non del corpo, cicli interni a quella che nella nostra terra si ritiene un’unica vita.
Si deve essere liberati, eppure ancora prigionieri.
Ancora nella terra, per quanto non più completamente della terra. Si deve essere in uno stato intermedio; misti, divisi.
C’è una falla, secondo me, nell’edificio “di Severino”. Intendo dire che quando osservo dei cani, non tutti ma certe specie, quando osservo quelli che sono stati da poco abbandonati dai “proprietari” che per loro erano il mondo, i comportamenti e lo sguardo, non esiste modo in cui io possa sottoscrivere un sistema che prevede che qualcosa sia acceduto/raggiunto dagli umani e non da loro.
Casomai, loro sono già nel luogo in cui l’umanità è destino che arrivi, quando prenderà il sentiero del giorno.
Vale anche per i gufi — e chissà quali, quante altre specie. Ma anche questo non lo si può capire; deve rivelarsi a sé stesso in noi, come è detto, con bellezza espressiva, in questa pagina di blog.
Tornando ai requisiti per l’accesso allo sguardo del destino da parte del nostro io, si deve esser morti per osservare la vita con possibilità di comprensione, ma anche vivi per poterlo fare.
Si deve essere fuori della terra per poterla osservare al di fuori dell’alienazione, ma anche parte della terra per osservare (in generale: per agire).
Ecco perché è così raro, così difficile.
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Le ultime due pagine (se non ricordo male) della Gloria dicono: