ALDO STELLA: Determinazione reciproca e identità dei diversi ne “La struttura originaria”, testo riproposto da Vasco Ursini

Vasco Ursini

ALDO STELLA: <<Determinazione reciproca e identità dei diversi ne “La struttura originaria”>>.
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Riporto un testo integrale dei Proff. ALDO STELLA e GIANCARLO IANULARDO.

<<La Struttura Originaria (SO) è il luogo a cui Severino rinvia costantemente per la più compiuta presentazione dell’essenza del fondamento, da cui dipende, sebbene rimodulata e affinata in opere successive, l’intera sua teoresi filosofica. Tale struttura si caratterizza per la compresenza di un insieme di significati tra
loro immediatamente connessi, ragion per cui l’essenza del fondamento si presenta come «una complessità o l’unità di un molteplice». Per Severino l’essere, infatti, «non può rimanere il semplice, ma è quel complesso semantico in cui consiste l’esser sé dell’identità», e più oltre aggiunge: «col termine “essere” si intende una complessità o concretezza semantica i cui momenti astratti sono l’essere formale e le determinazioni di questa
formalità». La relazione diventa, pertanto, l’essenza stessa della «struttura», così che ogni determinazione separata da tale struttura configura l’astratto, laddove il concreto è la sintesi originaria, che inscrive ciascun dato nella totalità dell’immediato. Severino, inoltre, ha più volte richiamato l’attenzione sul carattere incontrovertibile di tale struttura, poiché chiunque volesse negarla dovrebbe presupporla. Se, dunque, l’originario è una struttura e la relazione costituisce l’essenza di questa struttura, è da sottolineare con forza
che la determinazione reciproca costituisce l’essenza di ogni relazione, dal momento che esprime la reciprocità tra i termini che la costituiscono. Il tema della determinazione reciproca viene preso in esame inizialmente nel II Capitolo della SO, allorché si ragiona sull’immediatezza dell’essere. Severino chiarisce che non si può fornire dimostrazione dell’immediatezza dell’essere, perché, se lo si facesse, proprio tale immediatezza verrebbe negata. Poiché ciò per cui si sa che l’essere è noto è lo stesso essere, l’essere è immediatamente noto. L’essere, dunque, è affermato (noto) per sé e ciò significa escludere che sia affermato (noto) per altro. Ci si trova così di fronte a una struttura, che si costituisce di due momenti coessenziali. Il primo momento è rappresentato dall’essere per sé noto dell’essere, e il secondo momento dal suo essere noto non per altro. Tra noto per sé e noto non per altro non v’è un’antecedenza logica, che costituirebbe la fondazione di uno dei due momenti da parte dell’altro. L’immediatezza, pertanto, non può venire intesa in senso discorsivo: il discorso, infatti, dispone i momenti uno dopo l’altro e non può cogliere la loro coessenzialità o la loro cooriginarietà. Coessenzialità e cooriginarietà che vengono, invece, attestate proprio dalla determinazione reciproca, la quale svolge la funzione di esplicitare la struttura dell’immediatezza logica e di ricondurne i momenti a quella unità, che viene poi definita identità dei distinti. Si tratta di una determinazione reciproca per la ragione che i due momenti che costituiscono la struttura possono venire espressi da due giudizi identici: il primo dice che «Noto per sé (soggetto) è ciò che è determinato da noto non per altro» e il secondo dice che «noto non per altro è ciò che è determinato da noto per sé». Severino afferma che si tratta di due giudizi identici e fonda l’identità sulla medesimezza di soggetto e predicato. Tale medesimezza risulterebbe in virtù dell’implicazione necessaria che sussiste tra di essi e l’implicazione necessaria attesterebbe che l’un termine non può stare senza l’altro, così che l’un termine sarebbe, in qualche modo, l’altro: «questo concetto significa la relazione immediata dei distinti, per la quale ognuno dei due non è senza l’altro». Quest’ultimo concetto viene ribadito anche nel VI
Capitolo, a proposito della sintesi, che è una relazione meno cogente della relazione immediata dei distinti:
«Questi momenti costituiscono una sintesi tale per cui l’uno dei due – essendo determinato dall’altro – è in qualche modo l’altro», ma anche a proposito della connessione in generale: «la connessione importa […] che qualcosa sia l’altro con cui è connesso». Se, dunque, la considerazione astratta e astraente pone i due momenti della determinazione reciproca, che si traducono poi in soggetto e predicato dei due giudizi, come indipendenti l’uno dall’altro, e cioè come se l’uno non appartenesse all’essenza dell’altro, la relazione reciproca, di contro, svela la loro coessenzialità e la coessenzialità, a sua volta, sancisce l’identità dei diversi. La questione che intendiamo sollevare può venire riassunta nei seguenti termini: se la relazione viene pensata in modo ordinario, e cioè come costrutto mono-diadico, essa in tanto si mantiene come relazione in quanto poggia sulla differenza dei termini relati. Allo stesso modo, il giudizio si mantiene, in senso formale, solo in forza della distinzione di soggetto e predicato. Come poter conciliare, dunque, la relazione, intesa come costrutto (e cioè come due
termini e un medio che li congiunge), con la coessenzialità dei termini relati? A noi sembra che la coessenzialità impedisca di pensare la relazione come estrinseca rispetto ai suoi termini; essa deve venire pensata, piuttosto, come intrinseca e costitutiva di entrambi. Se non che, qualora la relazione venga pensata come intrinseca e costitutiva di ciascun termine, si produce una fondamentale trasformazione sia dei termini sia della relazione stessa. Quest’ultima cessa di valere come costrutto e si essenzializza in atto, dal momento che i suoi termini cessano di valere come due identità, formalmente compiute, per risolversi nell’atto del loro reciproco riferirsi. In questo senso, si realizza l’effettiva unità dei diversi: ciascun termine si risolve nell’atto, che è unico e medesimo per entrambi. Tutto ciò, però, ha importanti conseguenze. La prima conseguenza è che, nel parlare dell’unità dell’atto, non parliamo più di unificazione o di sintesi. Nell’unificazione viene mantenuta la dualità degli unificati, che invece debbono trascendersi nell’atto. L’unificazione, tuttavia, mantenendo i termini, mantiene la loro determinatezza, e ciò ha un indubbio vantaggio dal punto di vista formale, perché consente di mantenere la determinatezza anche dell’unificazione. Se, invece, si riconosce che i termini non possono non trascendersi nell’atto, si deve accettare che venga meno anche la determinatezza dell’unità e, reciprocamente e scambievolmente, se si realizza la vera unità, allora non possono non venire meno i termini (ablatio alteritatis) con la loro determinatezza. Severino ci sembra che, da un certo punto di vista, intenda pervenire alla vera unità, ma, da un altro punto di vista, intenda mantenere la determinatezza e a noi pare che con ciò finisca per conciliare gli inconciliabili.
Se non che, delle due l’una:
AUT si parla di coessenzialità, ma allora, se l’un termine è essenziale all’altro, l’altro è costitutivo dell’uno, così che ciascuno è in sé l’altro; ciascuno è, in sé, sé et non-sé, ossia ciascuno è in sé il proprio contraddirsi;
AUT si intende mantenere la determinatezza, ma allora non si può mai pervenire a un’autentica identità dei diversi, la quale è effettiva solo se la molteplicità si risolve nell’unità autentica, che non può venire confusa con l’unificazione>>.

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La domanda: <<Come poter conciliare, dunque, la relazione, intesa come costrutto (e cioè come due termini e un medio che li congiunge), con la coessenzialità dei termini relati?>> riassume bene il senso problematico che presenta la tesi di Severino agli occhi dei Proff. STELLA e IANULARDO.
Infatti, essi ritengono che <<pervenire alla vera unità>> mantenendo <<la determinatezza>> <<finisca per conciliare gli inconciliabili>>.

Pertanto, secondo i due professori, <<delle due l’una:

[1] AUT si parla di coessenzialità, ma allora, se l’un termine è essenziale all’altro, l’altro è costitutivo dell’uno, così che ciascuno è in sé l’altro; ciascuno è, in sé, sé et non-sé, ossia ciascuno è in sé il proprio contraddirsi;

[2] AUT si intende mantenere la determinatezza, ma allora non si può mai pervenire a un’autentica identità dei diversi, la quale è effettiva solo se la molteplicità si risolve nell’unità autentica, che non può venire confusa con l’unificazione>>.

Mi pare, però, che in realtà tale <<AUT-AUT>> non sussista.

Quanto ad [1], <<l’un termine è essenziale all’altro, l’altro è costitutivo dell’uno>> sì, ma come TRACCIA, ovvero come negato. La TRACCIA non è comporta che <<ciascuno>> sia <<in sé l’altro>>, sia <<in sé, sé et non-sé, ossia [che] ciascuno [sia] in sé il proprio contraddirsi>>, perché affermare ciò significa RICONOSCERE che tale supposto <<contraddirsi>> comporta il previo RICONOSCIMENTO che <<l’un termine>> sia incontraddittoriamente DIVERSO dal proprio altro, il che vuol dire che tale DIVERSITÀ è incontraddittoria in quanto è già attestata ‘a monte’ del suo supposto esser contraddittoria, perché se così non fosse, non potremmo ritener di rilevare la contraddittorietà di ciò che non si mostrerebbe diverso.

Pertanto la supposizione della contraddizione PRESUPPONE l’apparire della diversità NON-CONTRADDITTORIA de <<l’un termine>> dall’altro.

Poiché questa diversità PRECEDE la tesi della contraddittorietà dei termini, allora <<ciascuno>> di essi NON <<è in sé il proprio contraddirsi>>, perché ‘y’ è in ‘x’ COME TRACCIA O COME NEGATO, il che vuol dire che la presenza di ‘y’ è presente in ‘x’ ASTRATTAMENTE.

Questo ci ricollega a [2]; <<si intende mantenere la determinatezza>>, certamente, in quanto l’<<autentica identità dei diversi>> non deve risolversi <<nell’unità>> come IN-DISTINZIONE, ciò che gli autori chiamano <<unità autentica>>, perché è proprio l’impossibilità de <<l’unificazione>> _ attribuita implicitamente a Severino _ a non potersi MAI costituire, essendo, essa, il tentativo ( = il DIVENIRE) che intende UNIFICARE i diversi ORIGINARIAMENTE IRRELATI quindi NON-COAPPARTENENTISI ORIGINARIAMENTE.

Pertanto, l’<<unificazione>> che si crede di poter attribuire a Severino, è in realtà, proprio dal punto di vista di Severino, impossibile, cosicché l’<<unità autentica>> non può non essere UNITÀ-DEI-DISTINTI, giacché l’unità intesa come IN-DIFFERENZIAZIONE _ oltre a comportare l’essere (oramai diventati) NULLA da parte dei diversi nel RISULTATO ( = DIVENIRE) del loro trascendimento _ non è attestata né fenomenologicamente né logicamente.

RF

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