ALDO STELLA: Determinazione reciproca e identità dei diversi ne “La struttura originaria”, testo riproposto da Vasco Ursini

Vasco Ursini

ALDO STELLA: <<Determinazione reciproca e identità dei diversi ne “La struttura originaria”>>.
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Riporto un testo integrale dei Proff. ALDO STELLA e GIANCARLO IANULARDO.

<<La Struttura Originaria (SO) è il luogo a cui Severino rinvia costantemente per la più compiuta presentazione dell’essenza del fondamento, da cui dipende, sebbene rimodulata e affinata in opere successive, l’intera sua teoresi filosofica. Tale struttura si caratterizza per la compresenza di un insieme di significati tra
loro immediatamente connessi, ragion per cui l’essenza del fondamento si presenta come «una complessità o l’unità di un molteplice». Per Severino l’essere, infatti, «non può rimanere il semplice, ma è quel complesso semantico in cui consiste l’esser sé dell’identità», e più oltre aggiunge: «col termine “essere” si intende una complessità o concretezza semantica i cui momenti astratti sono l’essere formale e le determinazioni di questa
formalità». La relazione diventa, pertanto, l’essenza stessa della «struttura», così che ogni determinazione separata da tale struttura configura l’astratto, laddove il concreto è la sintesi originaria, che inscrive ciascun dato nella totalità dell’immediato. Severino, inoltre, ha più volte richiamato l’attenzione sul carattere incontrovertibile di tale struttura, poiché chiunque volesse negarla dovrebbe presupporla. Se, dunque, l’originario è una struttura e la relazione costituisce l’essenza di questa struttura, è da sottolineare con forza
che la determinazione reciproca costituisce l’essenza di ogni relazione, dal momento che esprime la reciprocità tra i termini che la costituiscono. Il tema della determinazione reciproca viene preso in esame inizialmente nel II Capitolo della SO, allorché si ragiona sull’immediatezza dell’essere. Severino chiarisce che non si può fornire dimostrazione dell’immediatezza dell’essere, perché, se lo si facesse, proprio tale immediatezza verrebbe negata. Poiché ciò per cui si sa che l’essere è noto è lo stesso essere, l’essere è immediatamente noto. L’essere, dunque, è affermato (noto) per sé e ciò significa escludere che sia affermato (noto) per altro. Ci si trova così di fronte a una struttura, che si costituisce di due momenti coessenziali. Il primo momento è rappresentato dall’essere per sé noto dell’essere, e il secondo momento dal suo essere noto non per altro. Tra noto per sé e noto non per altro non v’è un’antecedenza logica, che costituirebbe la fondazione di uno dei due momenti da parte dell’altro. L’immediatezza, pertanto, non può venire intesa in senso discorsivo: il discorso, infatti, dispone i momenti uno dopo l’altro e non può cogliere la loro coessenzialità o la loro cooriginarietà. Coessenzialità e cooriginarietà che vengono, invece, attestate proprio dalla determinazione reciproca, la quale svolge la funzione di esplicitare la struttura dell’immediatezza logica e di ricondurne i momenti a quella unità, che viene poi definita identità dei distinti. Si tratta di una determinazione reciproca per la ragione che i due momenti che costituiscono la struttura possono venire espressi da due giudizi identici: il primo dice che «Noto per sé (soggetto) è ciò che è determinato da noto non per altro» e il secondo dice che «noto non per altro è ciò che è determinato da noto per sé». Severino afferma che si tratta di due giudizi identici e fonda l’identità sulla medesimezza di soggetto e predicato. Tale medesimezza risulterebbe in virtù dell’implicazione necessaria che sussiste tra di essi e l’implicazione necessaria attesterebbe che l’un termine non può stare senza l’altro, così che l’un termine sarebbe, in qualche modo, l’altro: «questo concetto significa la relazione immediata dei distinti, per la quale ognuno dei due non è senza l’altro». Quest’ultimo concetto viene ribadito anche nel VI
Capitolo, a proposito della sintesi, che è una relazione meno cogente della relazione immediata dei distinti:
«Questi momenti costituiscono una sintesi tale per cui l’uno dei due – essendo determinato dall’altro – è in qualche modo l’altro», ma anche a proposito della connessione in generale: «la connessione importa […] che qualcosa sia l’altro con cui è connesso». Se, dunque, la considerazione astratta e astraente pone i due momenti della determinazione reciproca, che si traducono poi in soggetto e predicato dei due giudizi, come indipendenti l’uno dall’altro, e cioè come se l’uno non appartenesse all’essenza dell’altro, la relazione reciproca, di contro, svela la loro coessenzialità e la coessenzialità, a sua volta, sancisce l’identità dei diversi. La questione che intendiamo sollevare può venire riassunta nei seguenti termini: se la relazione viene pensata in modo ordinario, e cioè come costrutto mono-diadico, essa in tanto si mantiene come relazione in quanto poggia sulla differenza dei termini relati. Allo stesso modo, il giudizio si mantiene, in senso formale, solo in forza della distinzione di soggetto e predicato. Come poter conciliare, dunque, la relazione, intesa come costrutto (e cioè come due
termini e un medio che li congiunge), con la coessenzialità dei termini relati? A noi sembra che la coessenzialità impedisca di pensare la relazione come estrinseca rispetto ai suoi termini; essa deve venire pensata, piuttosto, come intrinseca e costitutiva di entrambi. Se non che, qualora la relazione venga pensata come intrinseca e costitutiva di ciascun termine, si produce una fondamentale trasformazione sia dei termini sia della relazione stessa. Quest’ultima cessa di valere come costrutto e si essenzializza in atto, dal momento che i suoi termini cessano di valere come due identità, formalmente compiute, per risolversi nell’atto del loro reciproco riferirsi. In questo senso, si realizza l’effettiva unità dei diversi: ciascun termine si risolve nell’atto, che è unico e medesimo per entrambi. Tutto ciò, però, ha importanti conseguenze. La prima conseguenza è che, nel parlare dell’unità dell’atto, non parliamo più di unificazione o di sintesi. Nell’unificazione viene mantenuta la dualità degli unificati, che invece debbono trascendersi nell’atto. L’unificazione, tuttavia, mantenendo i termini, mantiene la loro determinatezza, e ciò ha un indubbio vantaggio dal punto di vista formale, perché consente di mantenere la determinatezza anche dell’unificazione. Se, invece, si riconosce che i termini non possono non trascendersi nell’atto, si deve accettare che venga meno anche la determinatezza dell’unità e, reciprocamente e scambievolmente, se si realizza la vera unità, allora non possono non venire meno i termini (ablatio alteritatis) con la loro determinatezza. Severino ci sembra che, da un certo punto di vista, intenda pervenire alla vera unità, ma, da un altro punto di vista, intenda mantenere la determinatezza e a noi pare che con ciò finisca per conciliare gli inconciliabili.
Se non che, delle due l’una:
AUT si parla di coessenzialità, ma allora, se l’un termine è essenziale all’altro, l’altro è costitutivo dell’uno, così che ciascuno è in sé l’altro; ciascuno è, in sé, sé et non-sé, ossia ciascuno è in sé il proprio contraddirsi;
AUT si intende mantenere la determinatezza, ma allora non si può mai pervenire a un’autentica identità dei diversi, la quale è effettiva solo se la molteplicità si risolve nell’unità autentica, che non può venire confusa con l’unificazione>>.

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La domanda: <<Come poter conciliare, dunque, la relazione, intesa come costrutto (e cioè come due termini e un medio che li congiunge), con la coessenzialità dei termini relati?>> riassume bene il senso problematico che presenta la tesi di Severino agli occhi dei Proff. STELLA e IANULARDO.
Infatti, essi ritengono che <<pervenire alla vera unità>> mantenendo <<la determinatezza>> <<finisca per conciliare gli inconciliabili>>.

Pertanto, secondo i due professori, <<delle due l’una:

[1] AUT si parla di coessenzialità, ma allora, se l’un termine è essenziale all’altro, l’altro è costitutivo dell’uno, così che ciascuno è in sé l’altro; ciascuno è, in sé, sé et non-sé, ossia ciascuno è in sé il proprio contraddirsi;

[2] AUT si intende mantenere la determinatezza, ma allora non si può mai pervenire a un’autentica identità dei diversi, la quale è effettiva solo se la molteplicità si risolve nell’unità autentica, che non può venire confusa con l’unificazione>>.

Mi pare, però, che in realtà tale <<AUT-AUT>> non sussista.

Quanto ad [1], <<l’un termine è essenziale all’altro, l’altro è costitutivo dell’uno>> sì, ma come TRACCIA, ovvero come negato. La TRACCIA non è comporta che <<ciascuno>> sia <<in sé l’altro>>, sia <<in sé, sé et non-sé, ossia [che] ciascuno [sia] in sé il proprio contraddirsi>>, perché affermare ciò significa RICONOSCERE che tale supposto <<contraddirsi>> comporta il previo RICONOSCIMENTO che <<l’un termine>> sia incontraddittoriamente DIVERSO dal proprio altro, il che vuol dire che tale DIVERSITÀ è incontraddittoria in quanto è già attestata ‘a monte’ del suo supposto esser contraddittoria, perché se così non fosse, non potremmo ritener di rilevare la contraddittorietà di ciò che non si mostrerebbe diverso.

Pertanto la supposizione della contraddizione PRESUPPONE l’apparire della diversità NON-CONTRADDITTORIA de <<l’un termine>> dall’altro.

Poiché questa diversità PRECEDE la tesi della contraddittorietà dei termini, allora <<ciascuno>> di essi NON <<è in sé il proprio contraddirsi>>, perché ‘y’ è in ‘x’ COME TRACCIA O COME NEGATO, il che vuol dire che la presenza di ‘y’ è presente in ‘x’ ASTRATTAMENTE.

Questo ci ricollega a [2]; <<si intende mantenere la determinatezza>>, certamente, in quanto l’<<autentica identità dei diversi>> non deve risolversi <<nell’unità>> come IN-DISTINZIONE, ciò che gli autori chiamano <<unità autentica>>, perché è proprio l’impossibilità de <<l’unificazione>> _ attribuita implicitamente a Severino _ a non potersi MAI costituire, essendo, essa, il tentativo ( = il DIVENIRE) che intende UNIFICARE i diversi ORIGINARIAMENTE IRRELATI quindi NON-COAPPARTENENTISI ORIGINARIAMENTE.

Pertanto, l’<<unificazione>> che si crede di poter attribuire a Severino, è in realtà, proprio dal punto di vista di Severino, impossibile, cosicché l’<<unità autentica>> non può non essere UNITÀ-DEI-DISTINTI, giacché l’unità intesa come IN-DIFFERENZIAZIONE _ oltre a comportare l’essere (oramai diventati) NULLA da parte dei diversi nel RISULTATO ( = DIVENIRE) del loro trascendimento _ non è attestata né fenomenologicamente né logicamente.

RF

Un pensiero riguardo “ALDO STELLA: Determinazione reciproca e identità dei diversi ne “La struttura originaria”, testo riproposto da Vasco Ursini

  1. Il prof. Vasco Ursini fa valere il concetto di “traccia” per criticare il discorso svolto da Aldo Stella, il quale così risponde su “Metafisica originaria in Severino” (capitolo primo):

    16. Approfondimento tematico: la differenza come «traccia»

    La posizione dell’altro «come negato», cioè «come tolto», costituisce un tema sul quale è opportuno continuare a riflettere per la sua rilevanza teoretico-concettuale. Per approfondire l’indagine, facciamo notare che esso viene ulteriormente precisato da Severino in opere successive a S.O. e, in particolare, nell’opera che si intitola La Gloria.
    Giudichiamo importante seguire l’argomentazione che compare in questo scritto, perché mediante il concetto di «traccia» egli intende indicare ciò che nell’identico v’è del diverso. Nell’affermare che ogni identità include bensì tutte le altre, ma nella forma di «tracce» di queste ultime, egli ritiene di evitare la contraddizione di un identico che include in sé il diverso, inclusione che configurerebbe l’«identità dei contraddittori».
    Scrive, infatti, Severino:

    il qualcosa è in qualche modo presente nel qualcos’altro, ma vi è presente come rovesciato, cioè come altro. […] Questa stanza e il giardino che è lì fuori (che non sono cose in sé, ma interpretazioni) sono necessariamente uniti. Pertanto, anche in quanto distinta dal giardino (e la distinzione non è separazione o isolamento), questa stanza appare mostrando in sé una traccia del giardino; e viceversa (e ha in sé una traccia di tutti gli essenti). Se questa traccia non esistesse e non apparisse nella stanza (in quanto distinta dal giardino), non vi sarebbe relazione necessaria tra i due .

    Il passo merita un’attenta analisi, per la sua rilevanza. Le cose dell’esperienza, cioè i dati empirici, non sono cose in sé, ma interpretazioni. L’espressione «interpretazioni» ha qui il significato di «fenomeni». Da Kant in poi, «fenomeno» è l’espressione che viene usata per indicare il dato d’esperienza, proprio perché questo viene contrapposto alla cosa in sé, cioè al noumeno.
    Il nodo teoretico che intendiamo mettere in luce consiste nell’inconciliabilità di due esigenze: da un lato, si esige che il dato empirico esibisca un’effettiva identità, cioè un’identità che gli consenta di valere come indipendente da ogni altro dato e, da questo punto di vista, esso è assunto come se fosse un assoluto, equiparabile in ciò al noumeno; dall’altro, la determinatezza di tale identità impedisce di considerarla indipendente, cioè la pone nella sua valenza fenomenica, che impone a ciascun fenomeno di riferirsi non solo al soggetto dell’esperienza, ma altresì a ogni altro fenomeno: per tale aspetto, il dato è intrinsecamente relazionale, dunque vincolato e dipendente.
    Lo ripetiamo: se non fosse possibile considerare il dato a prescindere da altro dato, non si potrebbe dire «A», né si potrebbe dire «qualcos’altro»: non si potrebbe dire affatto, perché il vincolo che sussisterebbe tra le determinazioni impedirebbe di identificare ciascuna di esse. Non si potrebbe neppure dire che «esse» sono separate, perché nel dire «esse» si farebbe valere la molteplicità, che è l’insieme di più unità (identità). Se non che, il punto è che nessuna unità, intesa come identità determinata, può effettivamente porsi, proprio per la ragione che non si dà qualcosa che possa venire considerato come autonomo e autosufficiente.
    Tuttavia, quell’indipendenza del dato, che è richiesta affinché il dato presenti una propria identità, viene tradotta dall’ordine formale, o del linguaggio, nella forma di un’identità conchiusa in sé stessa, la quale, pertanto, viene considerata autonoma perché circoscritta da un limite, che possa determinarla e che ne consenta la codifica. Nel porre «A», insomma, l’ordine formale vuol significare che A può venire considerato a prescindere da altro e ciò proprio in ragione del suo venire circoscritto e isolato in forza del limite.
    Se non che, l’ordine formale non tiene conto del fatto che il limite ha una caratteristica fondamentale: presenta due facce, che sono indisgiungibili. La conseguenza è che ciò che è dentro il limite (il limitato) si pone solo in virtù di ciò che è oltre di esso (il limitante). Poiché, dunque, l’identità determinata è posta in forza del limite, essa non può non riferirsi alla differenza, così che quell’indipendenza, che l’ordine formale credeva di avere guadagnato mediante la posizione del limite, proprio dal limite viene radicalmente negata.
    Viene così svelata la contraffazione che caratterizza l’ordine formale: esso pretende di attribuire a ogni identità determinata quell’indipendenza, cioè quell’autonomia e quell’autosufficienza, che a rigore può appartenere solo all’assoluto; se non che, la sua determinatezza le impone quella relazione alla differenza, che alla differenza la vincola e dalla differenza la fa dipendere.
    Ebbene, Severino parla di «interpretazioni» proprio perché vuol sottolineare che i dati d’esperienza, non essendo cose in sé, sono intrinsecamente vincolati al soggetto e, inoltre, sono intrinsecamente vincolati tra di loro.
    La vera questione, tuttavia, consiste nel come intendere il vincolo intrinseco tra i dati (determinazioni). Severino ritiene che le determinazioni possano essere intrinsecamente vincolate e, allo stesso tempo, mantenere ciascuna la propria identità. A nostro giudizio, quindi, egli ripropone quella contraffazione che caratterizza l’universo formale, proprio perché riconosce bensì che la relazione tra le determinazioni è necessaria, ma questo non gli impedisce di assumere la determinazione come dotata di una propria identità, distinta da quella di ogni altra determinazione.
    Secondo il nostro punto di vista, invece, se ciascuna determinazione (ciascun A) si pone perché si vincola intrinsecamente alla propria differenza (a non-A), allora la differenza (non-A) entra nella costituzione intrinseca dell’identità (A), così che si produce proprio quella che Severino definisce «identità dei contraddittori»: A è in sé «A et non-A», ossia è in sé una contraddizione e, pertanto, non può venire intesa come una posizione, ma deve venire colta come il trascendersi di quell’identità che, invece, viene tenuta ferma dall’universo formale (ed empirico).
    Tale consapevolezza non può non comportare un ripensamento del sistema formale: ogni identità determinata, cioè ogni mattone sul quale si costituisce l’edificio della forma, non può più venire assunta come qualcosa di elementare, sul quale si possa far poggiare effettivamente il sistema. Si tratta, infatti, di un mattone friabile, che tende a sgretolarsi, stante la sua contraddittorietà intrinseca.
    Ne consegue che tutto l’edificio formale risulta l’ipostatizzazione di un insieme di dati che in sé sono la propria negazione: la negazione di poter venire considerati come non sono. Essi sono insufficienti, ciascuno a sé stesso, e pertanto non possono venire assunti come se invece fossero autosufficienti. Né il loro insieme, cioè il sistema, può esibire quell’autosufficienza che, non essendo propria dei suoi componenti, non è propria nemmeno del sistema nel suo complesso.
    Severino, come abbiamo detto, intende bensì mantenere il vincolo necessario tra le determinazioni, ma evitando di pensarle come intrinseche contraddizioni. Il concetto di «traccia» svolge precisamente questa funzione: l’identità non includerebbe in sé la differenza, ma la negazione della differenza, cioè la differenza in quanto tolta, che viene appunto definita «traccia».
    L’argomentazione di Severino non risulta però convincente, per lo meno a nostro giudizio. Egli, infatti, fa uso di questa dimostrazione: A e non-A (stanza e giardino) sono necessariamente uniti; ma si presentano anche come distinti; se non ci fosse una traccia dell’uno nell’altro, essi non sarebbero necessariamente uniti. Ciò che si dà per scontato è il concetto di «traccia» e cioè che sia la traccia – e solo la traccia – a valere come espressione del loro essere necessariamente uniti. Ma questo è, invece, proprio ciò che bisognerebbe precisare e dimostrare.
    Si fa uso, insomma, della terza regola di derivazione del calcolo proposizionale, che viene definita modus (tollendo) tollens, nonostante che non la si espliciti. Come prima assunzione viene fatta valere la seguente proposizione condizionale: «Se la traccia non esistesse, allora non vi sarebbe relazione necessaria tra A e il proprio altro»; come seconda assunzione viene fatta valere quella proposizione, che corrisponde alla negazione del conseguente del condizionale mediante il quale si configura la prima assunzione: «ma la relazione necessaria tra A e il proprio altro sussiste»; date le prime due assunzioni, la conclusione non può non essere la negazione dell’antecedente del condizionale che configura la prima assunzione: «dunque, si deve escludere che la traccia non esista». Si dà, insomma, per scontato (assunto) proprio ciò che si sarebbe dovuto dimostrare e cioè che la relazione necessaria sia espressa, appunto, dalla traccia, secondo quanto è dato per presupposto nella prima assunzione.
    Del resto, quale definizione dare di «traccia»? Sembrerebbe potersi dare questa definizione: ciò che di non-A resta incluso in A, per testimoniare il loro vincolo necessario. O anche: la differenza, ma in quanto tolta o negata, che è inclusa nell’identità. Per cercare di chiarire meglio, Severino aggiunge:

    Essendo in relazione agli altri essenti, un essente include una traccia, cioè un aspetto finito di ogni altro essente; e la include come traccia dell’altro, appunto perché, se la includesse semplicemente come parte di sé stesso, tale essente non sarebbe in relazione all’altro. La traccia è sì parte dell’essente, ma, appunto, come traccia dell’altro .

    17. Traccia e contraddizione

    La traccia, come emerge dal passo citato alla fine del precedente paragrafo, è contenuta in un essente, quindi è parte di esso, ma è quella «parte di sé» che rinvia ad altro da sé. Essa, pertanto, è un segno, il cui essere si risolve nell’inviare a ciò di cui è segno. Per esemplificare: secondo Severino, in A v’è una parte di A che deve venire considerata come un segno che rinvia a non-A.
    Tra tutti i segni, non di meno, Severino sceglie la «traccia»: proviamo a spiegare il perché. L’ipotesi che formuliamo è che venga scelta la «traccia» perché è il segno che qualcosa ha lasciato in altro qualcosa, come se si fosse impressa in A la passata presenza di non-A. Vengono subito in mente le orme sulla sabbia: esse sono l’indice che qualcuno ha camminato su di essa, lasciando appunto la traccia della sua passata presenza.
    La domanda che ci si deve rivolgere, pertanto, è la seguente: come si è formata la traccia di non-A in A? La risposta non può che essere questa: non-A è stato presente in A. Per avere lasciato una traccia in A, non-A non può non essere stato presente in A, ossia la sua presenza in A deve appartenere al passato. In effetti, non-A è stato in A proprio per la ragione che, solo in quanto presente, la negazione posta in essere da A può averlo investito. Affinché A neghi non-A, infatti, non-A deve essere ed essere proprio in A, in quanto negante non-A, come afferma la formula «A = non non-A».
    Si potrebbe dire, quindi, che la traccia è la prova del fatto che non-A è stato presente in A nonché del fatto che, essendo stato negato da A, non-A attualmente non è più presente in A come non-A, ma è presente in A solo come traccia di questa sua passata presenza che è stata negata.
    In sintesi: non-A è stato presente in A, presente per poter venire negato e per rendere determinata la negazione. Ciò significa che, senza non-A, la negazione sarebbe stata una negazione di nulla, una negazione vuota. Non-A, dunque, è essenziale al porsi della determinatezza della negazione, la quale coincide, in ultima istanza, con l’essere di A. O anche: l’essere di A è un essere determinato perché si pone negando non-A, così che non-A risulta essenziale al costituirsi di A.
    Vi deve essere stato, insomma, un momento in cui non-A è stato presente in A, perché solo così A si è espresso come negazione di non-A: A ha esercitato il suo potere negante su ciò che in esso è stato incluso. Se non-A fosse stato sempre estrinseco rispetto ad A, A non avrebbe mai potuto negare non-A. In altre parole: non-A deve essere stato interno a quella negazione che è A, cioè incluso in essa.
    Orbene, il punto è che il discorso sulla traccia non regge per questa ragione: se l’essere di A si pone in tanto in quanto nega non-A, allora la presenza di non-A in A non può appartenere al passato. Non-A deve essere presente in A per tutto il tempo che A è A, stante che A si pone come negazione di non-A. La negazione, insomma, non può venire relegata nel passato, perché essa è consustanziale ad A e, di conseguenza, ad A è consustanziale non-A.
    Se non che, è proprio questo sussistere di non-A in A che genera la contraddizione. In questo senso, la traccia deve venire considerata segno di quella contraddizione che è A e non dell’avvenuta negazione di non-A o, che è lo stesso, deve valere come segno dell’altro, cioè di non-A, come presente in A e non come tolto, secondo gli intendimenti di Severino.
    Con questa conseguenza: non ha senso anticipare il sussistere di non-A in A, conservandone solo la traccia. Non-A, infatti, continua a sussistere in A, se l’identità di A coincide con la negazione e la negazione è di non-A. Intendere la traccia come segno della presenza dell’altro – questo è ciò che si intende affermare – non è sufficiente per consentire ad A di identificarsi negando non-A. Nel momento stesso in cui non-A venisse meno, cioè cessasse di essere presente in A, in quello stesso momento la negazione che è A non potrebbe più esercitarsi su non-A e verrebbe meno come negazione, così che anche A verrebbe meno.
    L’escamotage messo in atto mediante l’uso del concetto di «traccia» risulta insufficiente a evitare la contraddittorietà intrinseca di ogni determinazione (di ogni A). Ogni determinazione è in sé stessa la presenza di ciò che le è essenziale per essere, cioè del suo altro che è anche la negazione di sé (cioè la negazione di A). Questo comporta il rilevare che ogni determinazione è coessenziale a ogni altra determinazione, ossia che ognuna si pone in virtù del riferimento ad altra determinazione. La necessità del riferimento ad altro, insomma, pone l’altro nel cuore dell’identico, così che si realizza l’unità (identità) dei contraddittori.
    In sintesi: si era introdotto il concetto di «traccia» proprio per evitare che la contraddizione investisse la determinazione, cioè A; se non che, si è evidenziato che la contraddizione non può venire evitata, dal momento che A è A in forza di non-A, così che la traccia è indice proprio dello status contradditorio in cui versa il determinato .
    Ogni identità determinata è, quindi, il suo contraddirsi e la stessa traccia, in quanto anch’essa identità determinata, è la contraddizione dell’essere sé come altro: dunque, anch’essa è il proprio contraddirsi. Da quanto detto emerge che il contraddirsi del determinato è espressione dell’incontraddittorio, nel senso che l’incontraddittorio costituisce la ragione che impone a ciò che è contraddittorio di contraddirsi, ossia di trascendersi.
    L’incontraddittorio vale, dunque, come autentico fondamento, costituendo non ciò che legittima il fondato, nel senso che lo lascia essere come esso si presenta immediatamente, ma nel senso che gli impone di mediare la sua parvente immediatezza. Ciò significa che il contraddirsi del determinato non equivale alla sua cancellazione empirica, ma indica il togliersi della pretesa della determinazione (significato) di valere come autonoma e autosufficiente, dunque come autenticamente immediata, cioè come assoluta.
    Indubbiamente, soltanto un’identità autonoma e autosufficiente è una identità autentica e il sistema formale richiederebbe proprio tale identità. Se non che, nel momento in cui all’identità si attribuisce carattere determinato, come accade per ogni «dato», eo ipso si negano la sua autonomia e autosufficienza.
    Che è come dire: l’essere del dato è, propriamente, un esistere, che significa co-esistere, ossia fondarsi in altro e, quindi, non essere mai fondatamente (veramente). Severino ritiene che la fondazione possa venire sostituita dalla determinazione reciproca, ma noi contestiamo questa riduzione. Torniamo, dunque, al tema della determinazione reciproca e al tema correlato dell’identità dei distinti.

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