Massimo Cacciari, il 16.10.2014, ha dialogato con Edoardo Dallari a Modena in occasione della presentazione del libro Labirinto filosofico

Massimo Cacciari, il 16.10.2014, ha dialogato con Edoardo Dallari a Modena in occasione della presentazione del libro Labirinto filosofico.

Nel corso della conversazione sono venuti in luce diversi aspetti interessanti.
Ora, lasciamo che Cacciari stesso esponga alcuni passaggi del suo pensiero:
«La terribile paroletta «è», questa è penna è; nel momento stesso che dico che cosa questa penna è non dico che cosa questa penna è in sé. La paroletta «è» è necessaria, ma bisogna sapere che è terribile: perché se non sai che è terribile, puoi pensare che attraverso il tuo pensare, attraverso la forza del tuo comprendere, tu possa sussumere in te, nel tuo cogito, la cosa; annichilire in te la cosa. Se invece hai presente che la cosa è anche ciò che pensi come cosa in sé, allora so che ogni mia comprensione e predicazione della cosa non può essere esaustiva della cosa; la cosa mi eccede sempre e quindi non potrò avere con l’ente un rapporto di dominio, di comprensione dominante, di libido dominandi».

Ancora. «Ma l’ente alla fine che cos’è? Si giunge ad un atomo dell’ente? Si giunge ad una sostanza ultima dell’ente? Qui Platone ha ragione, giunge ad un punto in cui sembra veramente prefigurare quella smaterializzazione dell’essente che è propria della fisica contemporanea».

Punto primo: se «la cosa mi eccede sempre», afferma Cacciari, «non potrò avere con l’ente un rapporto di dominio, di comprensione dominante, di libido dominandi». Buono a sapersi. Se questa sentenza implichi delle enormi ricadute sul piano sia etico che politico, oppure no, è questione che lasciamo al giudizio del lettore.
Ora, che cosa dice alla volontà, all’agire, alla libido dominandi, la filosofia del limite evocata da Cacciari e che altro non è se non un omaggio a Kant? Questo: che tu non hai alcuna presa sulla realtà che sta al di là – come direbbe Kant – dell’«isola» del fenomeno. In altre parole: la volontà di potenza non potrà mai e poi mai esercitare la sua signoria sull’«ampio e tempestoso oceano» della «cosa in sé»: perché la «cosa in sé», per definizione, è chiusa al conoscere. Certo, tali affermazioni hanno la pretesa di ridurre il raggio d’azione della libido dominandi.
Bene, Cacciari può raccontarsela come vuole e tutto infiammato di sacro zelo può presentare tale ritorno a Kant come doveroso e indispensabile; ma noi non vogliamo arruolarci sotto la bandiera del filosofo di Königsberg, anche perché vi è un piccolo dettaglio: se «cosa in sé» vuol dire evocare qualcosa che l’intelletto può solo pensare ma non conoscere, allora il concetto di «cosa in sé» è contraddittorio: «Nel concetto di cosa in sé, la cosa in sé è, appunto, concepita, cioè conosciuta, e in quanto concepita e conosciuta, essa non è chiusa in sé e chiusa al conoscere, ma aperta al conoscere» (Emanuele Severino, la filosofia dai greci al nostro tempo la filosofia moderna, pag. 343). Ebbene, Cacciari dovrebbe spiegarci che cosa c’è che non va nella negazione della «cosa in sé» compiuta dall’indirizzo di pensiero idealistico e ribadita da Severino, altrimenti il ritorno al concetto-limite di noumeno rischia di ridursi ad uno slogan arbitrario.

Punto secondo: «Ma l’ente che cos’è?» chiede Cacciari. Ora, a Cacciari viene attribuita questa frase: «Non obbedisco a nessuno, neanche al Padreterno» (Cinquantamila.it, La storia raccontata da Giorgio Dell’Arti, biografia di Massimo Cacciari). Benissimo.
Obbedire, nell’etimo, significa prestare ascolto. Ora, Cacciari dovrebbe ascoltare alcune considerazioni. Eccole.
L’ente, come ha sottolineato anche Nicoletta Cusano (La filosofia futura, libertà e liberazione, pag. 80) appare in quanto si mostra una sintassi di base; o, per dirla con Severino, una persintassi. In altre parole: l’ente ha un predicato necessario. Ora, predicato necessario vuol dire che l’ente è in relazione a significati quali «l’esser sé», «non esser altro da sé», «non poter diventare altro ed esser altro da sé», «eternità», etc. Ebbene, questa è la «forma logica» dell’ente: è lo «sfondo intramontabile» che accoglie la totalità degli essenti che appaiono e scompaiono…

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