DUE SONO GLI INCONSCI DELL’OCCIDENTE, DUE LE ANIME NEL NOSTRO PETTO, in Vasco Ursini, Il dilemma, verità dell’essere o nichilismo?, Booksprint Edizioni, 2013, p. 84

DUE SONO GLI INCONSCI DELL’OCCIDENTE, DUE LE ANIME NEL NOSTRO PETTO.

Emanuele Severino ammette che l’uomo è la convinzione di essere mortale ma aggiunge che nel suo profondo inconscio è presente il senso della propria eternità:
“Noi siamo la Gioia. Questa parola non indica un sentimento psicologico: indica il gioire del Tutto per il suo essere il Tutto: appagamento di ogni bisogno, liberazione di ogni dolore, il colmarsi di ogni lacuna. Ma noi siamo anche la fede di essere circondati e penetrati dal dolore, dalla morte, dal niente. E facciamo presto ad allontanare dalla serietà della nostra esistenza la fola secondo cui noi saremmo il gioire del Tutto. Noi siamo la Gioia e, insieme, la fede di essere tutt’altro. Due anime abitano nel nostro petto; una nascosta, e l’altra manifesta” (E. Severino, La strada, la follia e la gioia, p. 87)
Due anime dunque, secondo Severino, abitano nel nostro petto, due sono gli inconsci dell’Occidente: quello, più superficiale, del ‘nichilismo’ e quello, più profondo, del ‘destino della verità’.
Tentare di esprimere questo secondo inconscio è un’impresa immane mai tentata prima. Severino non si sottrae a farsene carico e ci dice che quest’ultimo sottosuolo “può essere raggiunto solo se non ci si mette in cammino in compagnia delle ricostruzioni storiche a vario raggio avanzate dalla nostra cultura; anzi solo se non ci si mette affatto “in cammino”, ma si lascia che il luogo della necessità (cioè la struttura originaria della Necessità), già da sempre aperto ‘al di fuori’ della struttura dell’Occidente, consenta al linguaggio di testimoniarlo e di testimoniarlo come qualcosa di abissalmente estraneo a quell’altro luogo che è appunto la struttura in cui cresce la storia dell’Occidente. Se questa struttura continua a rimanere l’inconscio essenziale della nostra civiltà, quell’altra – il luogo della necessità – è l’inconscio di questo inconscio, il sottosuolo del sottosuolo, ciò che avvolge l’avvolgente” (E. Severino, La struttura originaria, p.14).
Nel dirci che il destino della verità è l’inconscio dell’inconscio del mortale, Severino ci sprona a ripensare in modo radicale la struttura dell’Occidente per arrivare a scorgere il luogo della verità dell’essere.
A proposito di tale contesa tra isolamento della terra e il destino (da intendersi nell’accezione severiniana), Severino, spiegando ancor meglio la questione, scrive: “Ah, due anime abitano nel mio petto”, Zwei Seelen wohnon, ach! in moinor Brust” dice Faust (J. W. Goethe, Faust, v, 112). Certo Goethe non poteva pensare alla figura del contrasto in cui il mortale consiste, ma le “due anime” sono il destino e la terra isolata. E il petto? Il petto è il cerchio dell’apparire, il quale cerchio dell’apparire appartiene a uno dei due contendenti ( … ). Per stare alla metafora di Goethe il “petto” appartiene a una delle due “anime” e cioè al destino, definito come apparire dell’esser sé dell’essente: è nel destino in quanto apparire dell’esser sé dell’essente che sopraggiunge la terra (,,,). La terra si fa dunque avanti nella verità ma rimanendo avvolta dalla non verità. Quindi nella verità appaiono la verità della terra e la non verità della terra. Questo apparire è l’apparire del contrasto, l’apparire della contraddizione ( … ). E ormai l’abbiamo visto: la condizione di possibilità della contraddizione è l’apparire della contraddizione ‘come’ negata” (E. Severino, L’identità del destino, p. 329 – 330).
(Vasco Ursini, Il dilemma, verità dell’essere o nichilismo?, Booksprint Edizioni, 2013, p. 84).

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