Luigi Anzalone ricorda Emanuele Severino, 24 gen 2020

Luigi Anzalone ricorda Emanuele Severino

Ad esequie avvenute, ieri, la famiglia di Emanuele Severino, rispettandone la volontà, ha reso noto che il quasi novantunenne filosofo era morto quattro giorni prima, al termine di una lunga malattia. La triste notizia ha fatto in un baleno il giro dell’Italia, dell’Europa e del mondo.

La cosa non sorprende: Severino è stato uno dei più grandi filosofi del Novecento, al punto che lo si può legittimamente accostare non solo a Heidegger, data la vistosa, pur se contrastata, vicinanza delle loro filosofie, ma anche a Sartre e a Wittgenstein e persino, specie per il culto del libero, anticonformistico pensiero, a Russell.

La sua notorietà – che gli consentiva di raggiungere innanzitutto la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica italiana, che almeno di nome, lo conosceva – si spiega non tanto con il suo particolare valore di pensatore, ma soprattutto facendo riferimento a due caratteristiche precipue della sua personalità intellettuale e umana.

La prima è che Severino era un uomo libero e autonomo per costume di vita, refrattario ai richiami delle mode politico-culturali e alle lusinghe del Potere – insomma, un antitaliano che, per come sono contraddittori gli Italiani, piace molto. Forse perché li fa sentire meno in colpa con se stessi rispetto al loro guicciardiniano culto del ”particulare”, ovvero dei loro interessi e interessucoli a cui opportunisticamente, troppe volte, sacrificano troppe cose.

La seconda caratteristica di Severino consisteva nella sua prodigiosa capacità di comunicare, di imporsi non soltanto al mondo accademico e culturale, ma anche al grande pubblico, senza rinunziare a nulla di quel che lui era e delle cose che pensava.

Questa sua caratteristica non solo dipendeva da un certo qual narcisismo (presente in ogni filosofo o intellettuale che si rispetti), ma ancor di più da un inesorabile, incontenibile, platonico-nicciano “bisogno di dire”, che si identificava immediatamente con la sua straordinaria capacità di comunicare.

Ed infatti è stato, nella sua sterminata produzione letteraria, autore sia di ponderosi volumi di filosofia e metafisica molto difficili, sia di libri dallo stile accattivante, chiaro, coinvolgente, che gli assicuravano notorietà e successo.

Anche come giornalista era quanto mai efficace, brillante, talvolta caustico ma con misura.

Professore universitario per vocazione e per mestiere praticato fino agli ultimi anni della sua lunga vita, donava ai suoi entusiasti quanti ammirati allievi lezioni bellissime, formative, fatte di concetti profondi, tenute insieme dal filo di un logos stringente e rigoroso, eleganti e coinvolgenti nell’espressione.

Va senza dire che come conferenziere Severino era perlomeno strepitoso, difficilmente imitabile. Va anche senza dire che le sue lezioni era superaffollate e suscitavano un’eccezionale ammirazione tra il pubblico, che andava ben oltre quello degli studenti.

Come ogni filosofo degno del nome, a Severino non interessava tanto costruire una sua filosofia, ma svolgere un’opera educativa. Il suo intento educativo era a dir poco ambizioso: salvare l’Occidente e, con esso, l’Umanità, dalla “follia del nichilismo”, che, fattasi tecnica, l’avrebbe portata alla catastrofe.

E’ infatti la CATASTROFE – unitamente allo stato di alienazione consumistico-merceologica che caratterizza il nostro modo di vivere – il troppo probabile esito del dispiegarsi illimitato dell’apparato della potenza materiale della tecnoscienza.

Se vogliamo, Severino si stimava una sorta di sapiente il quale indica all’umanità – afflitta da un tale nichilismo talmente totalizzante da farle perdere per via Dio, i valori, i sentimenti più veri e umani – la via da percorrere per il rivelarsi della verità che la sottrae alla devastazione finale del nichilismo.

Severino, peraltro, non ha esitato a criticare in modo netto capitalismo, cristianesimo e comunismo, che stimava profondamente pervasi dalla ratio nichilistica dominante sul pianeta.
Per me che, fin da giovane, l’ho seguito e letto con attenzione, pur non sentendomi suo seguace, è un dovere rendere – sia pure con poche frammentarie note in questa sede non specialistica – l’omaggio commosso, deferente e grato che si deve a un grande filosofo e a un Maestro del libero pensiero, che ci lascia tante cose da pensare.
Innanzitutto qualche scarna notizia biografica.

Emanuele Severino, il cui padre era un militare siciliano di carriera di stanza al Nord, nacque a Brescia il 26 febbraio 1929, dove è anche morto. Studente intelligentissimo, si laureò in Filosofia, presso l’Ateneo di Pavia, con la tesi “Heidegger e la metafisica” (pubblicata dall’”Adelphi” nel 1994 con altri scritti in un volume di 588 pagine. Adelphi ha anche pubblicato le maggiori opere filosofiche di Severino). L’anno successivo, ottenne la libera docenza. Nel 1954 divenne ordinario di Filosofia teoretica presso l’Università Cattolica di Milano, dove insegnò fino al 1969. Fu quello l’anno in cui la Chiesa scomunicò e cacciò Severino dalla sua Università. La motivazione consistette nel fatto che le sue concezioni filosofiche, che esponeva nelle sue lezioni e nei suoi libri – a cominciare dal suo primo capolavoro filosofico, “La struttura originaria” del 1958 – erano inconciliabili con la dottrina cristiana e cattolica. Poco dopo Severino andò a insegnare Filosofia teoretica presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e, poi, dal 2005, Ontologia fondamentale all’Università S. Raffaele di Milano.
Massimo Cacciari ha definito Severino, riconoscendone la statura filosofica elevata, l’Anti-Heidegger. E, per più versi, Severino lo è, ma anche lui sapeva quanto le loro posizioni filosofiche fossero comunque vicine e convergenti specie nella critica della società della Tecnica dominante sul pianeta.

Per dirla in breve, Severino riteneva di poter fare quello che Heidegger si era proposto, ma non era riuscito a fare: oltrepassare la metafisica occidentale. Ed infatti, già nella sua tesi di dottorato, dice che “la filosofia di Heidegger, nella sua essenza, rende possibile il sapere metafisico”, dal momento che non si tarda a capire come “il problema fondamentale di Heidegger, nella sua essenza, sia quello della costruzione del sapere metafisico”.

Ma perché mai bisogna oltrepassare la metafisica occidentale, con cui si identifica tout court la filosofia? Come avevano detto prima di lui Heidegger e Colli, Severino ritiene che la storia della filosofia occidentale consiste nella “vicenda dell’alterazione e quindi della dimenticanza del senso dell’essere, inizialmente intravisto dal più antico pensiero dei Greci”, Parmenide in primo luogo (“Destino della necessità”).
Se le cose stanno così, che cos’è l’essere, il cui senso è stato dimenticato e alterato dalla filosofia occidentale, a cominciare da Platone e Aristotele per giungere ai nostri giorni? Per Heidegger, l’essere non è il concetto più universale, generale e astratto e neppure l’Ente Sommo, Dio; è invece il NON-dell’ente, ovvero ciò che ogni ente non è. Ma proprio perché differente dall’ente, l’essere fa che l’ente sia, lo consente (differenza ontologica). Come tale, l’essere compare nell’ente in quanto ente e si nasconde in quanto essere.
Severino non accetta questa concezione in cui vede dominante il nulla a scapito dell’essere, e quindi è una concezione affetta da nichilismo.

Per quel che lo riguarda, si rifà, nel definire l’essere, a Parmenide. Che cosa ha detto Parmenide? Che l’essere è e il non-essere non è. Il divenire, ne consegue, è pura illusione, apparenza, in quanto passaggio dall’essere al non essere e viceversa, che è cosa logicamente assurda. Di qui l’errore dell’Occidente, la sua follia ed erranza, comprendente nell’Occidente il cristianesimo, che ha creduto in un Dio creatore che trae il mondo dal nulla.

L’errore, in altri termini, è aver creduto nel divenire, nel nulla, nel nichilismo. Da questa fede nichilista, che identifica essere e nulla, e crede nel divenire, sorge la volontà di potenza occidentale, con cui il soggetto moderno si costituisce e si dota di uno strumento, la Tecnica appunto, per dominare la natura (con gli effetti devastanti che conosciamo). La cosa, detta in breve, va così.

La volontà di potenza opera in modo tale che gli enti, di cui dispone, oscillino tra l’essere e il nulla, sicché siano a sua disposizione. Ma se l’ente oscilla, è imprevedibile. Ecco che quindi la volontà di potenza si dota della scienza, cioè di concetti immutabili, epistemici, e della tecnica che ne consegue e dalla cui morfologia è influenzata, con cui prevedere i fatti di natura e dominare gli enti. Accade, però, che sia la ratio tecnica, nata dalla scienza moderna, una volta dispiegata nell’apparato della potenza materiale, a dominare sempre più incontrastata,a scapito di quanto di umano c’è nella volontà di potenza.
Qual è dunque la verità che il nichilismo folle dell’Occidente ha nascosto al genere umano e di cui occorre riappropriarsi, per una vita non dominata dalla tecnica e dal suo devastante nichilismo? La verità, per Severino, è che l’essere, nessun essere, si nientifica. Il divenire non è altro che l’entrata nel “cerchio dell’apparire” degli enti che restano eterni, immutabili – è come il comparire e lo scomparire di oggetti in uno specchio. Il vivere e morire degli uomini non è altro che questo ingresso e questa scomparsa. E’ questa verità destinale che salva l’umanità dandole una forma di vita non nichilista, ma umana e ricca di sostanza valoriale e affettiva.
Consapevole dell’estrema approssimazione e lacunosità di questa esposizione del pensiero di Severino, concludo dicendo che il suo parmenidismo non mi convince. La svalutazione del mondo dell’esperienza, che è il modo umano, è eccessiva e senz’altro non connotata da senso critico e, perché no, da buon senso, per evitare i l pericolo di sognare “i sogni di un visionario”- come rimproverava Kant agli ipermetafisici. Inoltre le sue tesi sulla verità dell’essere, sulla vita e sulla morte “gioiosa” mi appaiono una religione filosofica, in cui si sostituisce al Paradiso e alla vita eterna cristiane (che ho sempre trovate consolatorie quanto iperboliche) il superparadiso quasi profetizzato da Severino. Invece, mi convince molto, e ci invita a pensare, la sua critica al nichilismo e ai mali della nostra società troppo decadente e persa nel deserto nichilistico.

Luigi Anzalone

da

Amici di Emanuele Severino

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