Vasco Ursini: A PROPOSITO DELLE DUE ANIME CHE ABITANO NEL NOSTRO PETTO, citazione da: Emanuele Severino, Intorno al senso del nulla, Adelphi. Milano 2013, pp. 210 – 2011

A PROPOSITO DELLE DUE ANIME CHE ABITANO NEL NOSTRO PETTO.
Qualche giorno fa l’amico Paolo Ferrario ha pubblicato su questa pagina questo post: “Emanuele Severino, Due anime abitano nel nostro petto. La gioia, il dolore, la necessità …”. In precedenza io stesso avevo pubblicato più volte post di uguale contenuto. Il tema è di assoluta rilevanza. Per questo io voglio farvi sentire concretamente questa dualità di anime che si trovano dentro di noi in perenne lacerante contrasto tra loro, riportando qui di seguito una splendida pagina di Emanuele Severino che ne parla con il consueto rigore filosofico.
Ecco la pagina di Severino:
Anche se “io” sono una volontà di testimoniare il destino, io credo ‘di più’ e ‘più spesso’ nelle cose in cui comunemente si crede che non nel “destino della verità” – credo di più nelle cose in cui ‘credo’ che comunemente si creda, cioè nel “senso comune” (ossia in ciò che credo che sia il “senso comune”, e che non ha eccessive difficoltà a credere nella scienza), nella “vita quotidiana”; credo di più e più spesso nei contenuti della terra isolata, dalla quale sono spesso completamente avvolto; sono spesso assalito dal dubbio che il “destino”, che peraltro voglio affermare, non sia altro che una mia costruzione arbitraria e che alla fine il nulla non risparmierà nessuno e nessuna cosa; ciò che,nel linguaggio con cui intendo testimoniare il destino, viene chiamato “terra isolata” e “nichilismo” è una grande sebbene disperante tentazione – anche se a volte, invece, la letizia mi invade per ciò che in quella testimonianza si dice.
Ma questa lunga frase ( che potrebbe essere arricchita indefinitamente nella direzione da essa tracciata) non smentisce tutto quanto è affermato nei miei scritti?
Per nulla; anzi ne è la piena conferma.
Perché nel destino – cioè nel mio esser Io del destino – appare con necessità che chi è convinto del contenuto di questa frase è il mio esser io empirico nella sua appartenenza alla terra isolata e nel suo essere in vario modo avvolto dalle forme sapienziali in essa presenti. “Io credo di più nella vita quotidiana che non nel destino della verità”. E infatti l’io empirico è fede, e non può che “credere”. E “crede” non solo quando crede di più in quel che comunemente si crede, ma anche quando “crede” ( con o senza la “letizia” a cui sopra si è accennato) nel destino e non nei contenuti della terra isolata. In entrambi i casi questo io è nella non verità della fede, nella non verità in cui egli consiste.
Invece il mio esser Io del destino – la struttura originaria del destino – non crede di essere l’apparire del destino della verità, non crede in nessuno dei contenuti del destino che il linguaggio testimoniante il destino va indicando, non crede in nulla. E nemmeno questa è una smentita di quanto viene affermato nei miei scritti. ma ne è una conferma. Perché il destino (il mio, come ogni altro, esser Io del destino) è tale proprio perché è essenzialmente al di là e al di sopra della fede. Non crede in nulla perché è l’apparire della verità.Esso, che è il più vicino perché è ciò rispetto a cui si istituisce ogni vicinanza e lontananza, è l’autentico ‘Altro’ dagli umani e dai divini della terra isolata.
(Emanuele Severino, Intorno al senso del nulla, Adelphi. Milano 2013, pp. 210 – 2011).

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