Emanuele Severino nei suoi rapporti con la chiesa cattolica . Testo di Vasco Ursini

Emanuele Severino è il più grande filosofo vivente (anche se pare che non si deve dire mai “il più grande… vivente” quando è vivente), sentirlo parlare da uomo, sorpreso lui stesso di ciò a cui la filosofia l’ha portato (per esempio all’unico processo del Sant’Uffizio dopo Galileo Galilei), in un’intervista radiofonica, suona così: <<Le opposizioni (dell’Università cattolica) incominciarono già con la pubblicazione de “La struttura originaria” (1957), solo che essendo quello un libro complesso, sistematico, in qualche modo scivolò via e non fu fermato anche perché in quel libro si affermava la possibilità della fede e invece con “Studi di filosofia della prassi” (…) si rifletteva sul concetto di possibilità, questo voleva dire che se la fede è una possibilità allora è tale solo in quanto è anche la possibilità contraria: se è possibile che piova vuol dire che è anche possibile che non piova. (…) Si dice in quel libro che c’è la possibilità che l’aver fede vanifichi la verità, cioè che sia la negazione massima della verità e quindi questo discorso destò le preoccupazioni soprattutto di Monsignor Colombo che però era potentissimo perché era il rappresentante del Vaticano in Cattolica (…) Nel 1964 pubblicai un articolo intitolato “Ritornare a Parmenide” e rendevo esplicito che cosa?… ecco qui c’è il passaggio, mentre ne “La struttura originaria” ritenevo di potere mantenere e conservare l’intero patrimonio della storia del pensiero filosofico, compresa la possibilità del Cristianesimo, viceversa in quegli anni è emerso che la storia del pensiero filosofico era la storia di quel “diventar altro” che invece era incompatibile con la tesi dell’eternità che ne “La struttura originaria” incominciava ad essere espressa. Ecco col 1964 iniziano le discussioni… e allora intervenne la Chiesa. Ma devo dire che quando scrissi “Ritornare a Parmenide” ero consapevole di quello che sarebbe accaduto. Io continuo a credere anche adesso che un’Università confessionale debba esigere dai propri docenti che si mantengano all’interno di quella confessionalità. Quindi quando cominciai a scrivere “Ritornare a Parmenide” ero pienamente consapevole che non sarei potuto restare all’Università Cattolica… Se tutto è eterno non ci può essere un Dio creatore, che giudica, che porta alla fine dei tempi, che è l’eterno privilegiato rispetto a tutte le altre cose. Qui invece siamo in piena “democrazia ontologica”, qualsiasi cosa merita di essere eterna, è eterna. Non c’è il rapporto fra signore e servo tipico di ogni atteggiamento religioso… Però attenzione! C’è un altro teorema che afferma la necessità della storia, la necessità dell’errore, cioè la verità ha bisogno che l’errore venga a galla per essere negato, se l’errore restasse nascosto la verità sarebbe una specie di vergine innocente che non riesce a combattere e a vincere il proprio avversario, quindi l’errore non è dovuto alla pochezza mentale dei grandi giganti del nichilismo: hanno fatto un lavoro necessario, guai se non ci fosse l’errore, guai se non si manifestasse l’errore, guai se non ci fosse il dolore che l’uomo ha sperimentato durante tutta la sua storia. Ma è proprio perché c’è quel dolore che c’è la necessità di andar oltre quel dolore, l’agonia porta a quella che chiamo “gioia”… (Il processo al Sant’Uffizio) io mi recai nel palazzo del Sant’Uffizio mi pare alle nove, mi fu servito del tè con i pasticcini poi iniziammo e andammo avanti fino alle due mi pare… dopo qualche tempo arrivò la dichiarazione di incompatibilità ma ero perfettamente d’accordo.. Oh dirò che uno dei giudici, Nicoletti, in seguito alla conoscenza del mio discorso, lasciò la tonaca.

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