G. Leopardi, CORO DI MORTI NELLO STUDIO DI FEDERICO RUYSCH. Con una annotazione di vasco Ursini

Sola nel mondo eterna, a cui si volve
ogni creata cosa,
in te, morte, si posa
nostra ignuda natura;
lieta no, ma sicura
dell’antico dolor. Profonda notte
nella confusa mente
il pensier grave oscura;
alla speme, al desio, l’arido spirto
lena il mancar si sente:
così d’affanno e di temenza è sciolto,
e l’età vote e lente
senza tedio consuma.
Vivemmo: e qual di paurosa larva,
e di sudato sogno,
a lattante fanciullo erra nella’alma
confusa ricordanza:
tal memoria n’avanza
del viver nostro: ma da tema è lunge
il rimembrar. Che fummo?
Che fu quel punto acerbo
che di vita ebbe nome?
Cosa arcana e stupenda
oggi è la vita al pensier nostro, e tale
qual de’ vivi al pensiero
l’ignota morte appar. Come da morte
vivendo rifuggia, così rifugge
dalla fiamma vitale
nostra ignuda natura
lieta no ma sicura;
però ch’esser beato
nega ai mortali e nega a’ morti il fato.
(G. Leopardi)
(Il coro fa parte dell’Operetta morale “Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie”, composta in Recanati tra il 16 e il 23 agosto 1824, nel periodo in cui il poeta dedicava grande attenzione alla tecnica e alla funzione dei cori nella poesia antica e moderna. Esso fissa e sintetizza in brevi e lucidissimi versi il senso generale del dialogo che introduce: il significato e la natura della morte, legati al significato e alla natura della vita dell’uomo, quale si delinea nelle meditazioni e nelle opere leopardiane di questo periodo).

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