Gli uomini sono eterni … Leopardi il più grande genio dell’errore … Dio il primo omicida: EMANUELE SEVERINO al Teatro Manzoni di Monza per la rassegna «ABITATORI DEL TEMPO», 15 gennaio 2010. Resoconto di Antonello Sanvito

Emanuele Severino, decano dei filosofi italiani, aprirà il 15 gennaio al teatro Manzoni di Monza la rassegna «Abitatori del tempo», una serie di incontri con pensatori noti e meno noti su un tema specifico. Quest’anno l’argomento è quanto mai ampio: “Il senso della vita, la complessità della condizione umana, nelle riflessioni, nei problemi posti da filosofia, teologia, arte e scienze”. Organizzatori la Provincia di Monza e Brianza e il Comune di Monza, con la collaborazione dei comuni di Arcore, Brugherio,, Cesano Maderno, Giussano, Lissone, Nova Milanese, Villasanta e Vimercate.


Il resoconto di Antonello Sanvito, tratto da:

Sorgente: (2) Studi Severiniani – Diario

e già pubblicato in:

http://www.ilcittadinomb.it/stories/Homepage/112681_il_filosofo_severino_siamo_eterni_la_morte_non__annientamento/

Gli uomini sono eterni,

Leopardi il più grande genio dell’errore,

Dio il primo omicida.

Anche chi conosce Emanuele Severino, tramite le lezioni, i libri, le conferenze o gli elzeviri sul Corriere della sera, venerdì sera, al Manzoni, è rimasto un po’ scioccato nel sentire le sue affermazioni. Davanti a un teatro pieno, almeno 800 persone, ha dato l’ennesimo saggio della sua vasta conoscenza e della sua ferrea capacità dialettica.

Presentato da Rosanna Lissoni, promotrice della rassegna «Abitatori del tempo», in compagnia di tre politici, gli assessori alla cultura Alfonso Di Lio (comune di Monza), Enrico Elli (provincia MB, e Massimo Zanello (regione Lombardia), Severino ha dato l’abbrivio ai 10 incontri coi filosofi dicendo la sua sul senso della vita.

“Il titolo della serata – ha esordito – è Le vite, la vita. Sta a significare che sulla vita esiste una pluralità di punti di vista. Ma anche un senso comune, un minimo comune denominatore, che sorregge i molti sensi della vita che alimentano la civiltà occidentale”.

Come spesso accade, il filosofo è andato a cercare nell’etimologia il primo significato di vita: da una radice indoeuropea, “guei” ( dove la g può essere una b o una v), ma anche bios, il primo concetto: “potenza”. Platone parlò della dunamys, la “potenza di fare e di patire quello che arriva dall’esterno”. Eraclito descriveva l’arco, bios, come lo strumento che dà la morte. Prima assonanza di concetti: potenza, essere, violenza.

Quindi un veloce passaggio per Cartesio, e la sua distinzione tra res cogitans e res extensa, giusto per sottolineare che quel ”res”, cosa, sta alla base di una concezione di vita come potenza, e resiste, e nasce la distinzione –affermata dalla biologia – della irreversibilità dei processi vitali, in contrasto con la reversibilità dei processi meccanici.

“Dalla base del concetto, potenza-violenza, accenna Severino, nasce una ramificazione, si sale a fenomeni specifici come programma, irreversibilità, storicità e vita cosciente: sono i modi per descrivere la vita umana”.

Si arriva a distinguere il cervello come organo cui fanno capo i processi mentali, dal resto del corpo. Le scienze però attaccano e tentano di ridurre la vita mentale al fatto cerebrale.

Una breve escursione sul riduzionismo e poi la ripresa del tema principale, con Eraclito. “La biforcazione tra la vita e la morte: noi assistiamo alla morte altrui, non ci è dato di assistere alla nostra”.

Quindi un altro paio di divagazioni prima di passare all’affondo finale. Prima premessa: “senza fede non si vive: non si fa politica, né economia, né scienza. Ma un conto è essere potenti e un altro dire la verità. La scienza è potente perché ha rinunciato a dire la verità. La fede è negabile, la verità no. Supponiamo che Dio appaia, sarebbe un fatto. Sarebbe necessità. Così non è, perché Adamo potè peccare perché Dio non gli si è presentato con quella necessità che gli avrebbe fatto passare la voglia di peccare”. Stessa dinamica sottesa alla morale: “il prossimo è quel che si vuole sia il prossimo”; per Gesù come per Kant “il prossimo è un dover essere”.

L’aggancio al tema principale: “il prossimo e io stesso moriamo; la vita di per se stessa è un continuo morire. Potenza significa divenire qualcosa d’altro, sia nel senso di potenza di fare – attività – sia nel senso di essere modificati da qualcosa d’altro – passività -”.

Conclusione: nella logica del pensiero occidentale “siamo un continuo ‘diventare altro ‘, abbandonare noi stessi, fino all’abbandono ultimo di noi stessi. E’ il concetto di morte come annientamento. Per noi il cadavere è la prova dell’annientamento definitivo del vivente. Ebbene in questo modo di pensare ci riduciamo alla disperazione: dal niente non c’è ritorno”. Domanda radicale: ma noi lo vediamo l’annientamento? Risposta: “no”, e Severino illustra questa affermazione con una metafora.

Paragoniamo l’essere vivente al sole. Il sole, al mattino, è a Oriente; la sera è a Occidente. Se chiediamo al cielo dov’è il sole mentre lo attraversa, il cielo può rispondere : è qui, è lì, tramonta. Ma se chiediamo al cielo che ne è del sole che è uscito dalla sua volta, che non gli appartiene, il cielo non ci può dire nulla. Ce ne può parlare solo quando lo contiene. Se paragoniamo il percorso del sole alle varie fasi della vita, possiamo dire che l’esperienza tace di ciò che ne è del niente che non appare più e lascia al proprio posto il cadavere.

Conclusione: “l’annientamento è una interpretazione di ciò che l’esperienza manifesta, cioè una fede, ma la fede non è verità.” E ancora: Lo squartamento del ‘diventare altro’ è la radice del dolore, della morte. A che diventa B, diventa identico a ciò che essa non è, ovvero A che diventa non A: è una follia. Noi siamo eterni, non siamo un diventare altro. Siamo destinati a un ritorno. Noi siamo già da sempre oltre la vita, più che vita.”

La fine del monologo – rigorosamente a braccio – viene accolta da uno scroscio di applausi, ma poco convinti: di stima per la mente, ma non per il messaggio. Quindi spazio alla domande, che però non sono dirette, ma filtrate dagli organizzatori, che le hanno raccolte prima dell’inizio della serata. (Un aspetto questo positivo, perché evita interventi di puro sfoggio filosofico, da un lato però negativo, perché partono da interrogativi precostituiti, cioè precedenti le parole del relatore. Oltre tutto, personalmente, non mi è stato consegnato nulla…) Dritto alla domanda attinente il tema della serata: quando inizia la vita? Severino attacca la dottrina cattolica, che dice che l’uomo è tale fin dal concepimento. Dio infonde l’anima nell’enbrione. Ma Dio – dice il filosofo – può essere l’uomo in potenza? E’ una bestemmia…” Altra domanda: l’arte può alleggerire il senso della vita? Risposta: “L’arte guarda il mondo, non può sottrarsi allo sguardo della vita intesa come volontà cosciente, volontà potente. E’ una forma della civiltà occidentale basata sul concetto di potenza. Prendiamo Leopardi: è uno dei massimi geni dell’umanità, arrivo a sostenere che lo sia più di Heidegger, Nietzsche, Gentile: ma è l’espressione più radicale dell’errore, perché afferma che tutto è nulla. Dato il modo in cui si intende la vita, egli mostra la necessità che tutto sia nulla.”

Altro coinvolgimento del cristianesimo: “l’arte cristiana vede l’uomo inscritto nel divino, ciò che lo porta in alto è il contenuto dell’arte. Quando finisce l’incanto dell’al di là e resta la miseria del quotidiano all’umanità resta la potenza del vedere la morte. Insomma, questa visione ci lascia galleggiare ancora un po’….” Ultima stoccata al Padre eterno cristiano: “Il pessimismo è pensare che noi siamo preda del nulla. L’omicidio originario è pensare che tu sei nulla, che le cose sono nulla. Dio realizza già un atto di omicidio all’inizio, perché ci considera nulla.”

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