su EINSTEIN E PARMENIDE in Emanuele Severino, Il parricidio mancato, Adelphi, Milano 1985, pp, 143 – 147

EINSTEIN E PARMENIDE

Lo stesso Popper ci informa di alcune sue visite ad Einstein, a Princeton, nel 1950. Racconta che in quelle conversazioni egli si rivolgeva al sommo fisico, chiamandolo ” Parmenide ” e che Eistein si trovava completamente a suo agio all’interno di questa inusitata denominazione. L’intero sviluppo del pensiero filosofico ha continuato a riferirsi a Parmenide, la cui importanza è quindi ineguagliabile. Anche Karl Popper, che è soprattutto un metodologo, un filosofo della scienza, non solo scrive che “Parmenide è uno dei più grandi e sorprendenti filosofi di tutti i tempi” e che “quella di Parmenide può considerarsi la prima teoria ipotetico-deduttiva del mondo”, ma dichiara addirittura che Parmenide è “il padre della fisica teorica”. Certo, il Parmenide visto, per esempio, da Hegel o da Heidegger è qualcosa di molto diverso da quello visto da Popper.
Il quale si rivolgeva a Eistein chiamandolo ” Parmenide ” perché Einstein, scrive Popper, sosteneva ” che il mondo fosse un universo chiuso, di tipo parmenideo, a quattro dimensioni, nel quale il cangiamento era un’illusione umana, o qualcosa di molto simile ” – ed Eistein ” era d’accordo che questa fosse la sua opinione “. Popper ribadisce in più occasioni la convergenza tra Parmenide e Einstein. Scrive ad esempio che come nell’ “immutevole universo tridimensionale di Parmenide”, così “nell’universo statico quadrimensionale di Eistein non si verifica alcun cambiamento. Ogni cosa vi resta tale quale è, nel suo “luogo” quadrimensionale; il cambiamento diventa come “apparente”; è soltanto l’osservatore che, per così dire, scorre lungo la propria linea del mondo e acquista via via la consapevolezza dei differenti “luoghi”, lungo tale linea, cioè dei propri dintorni “spazio-temporali”.
[ … ]
In Italia qualche serio studioso – per esempio l’epistemologo G. Prestipino, su “Critica marzista” (1981,4) ha voluto riportare la tesi centrale dei miei scritti – l’eternità di ogni ente – alla teoria del “campo” di Einstein. Un’operazione destinata a fallire, perché la ” logica ” che in quegli scritti sostiene l’eternità di ogni ente non ha nulla a che vedere con la ” logica ” – la logica della moderna scienza della natura – che conduce Einstein ad affermare il suo universo, dove ” non si verifica alcun cambiamento “, per usare ancora una volta l’espressione di Popper: Due logiche, due vie, due sbocchi diversi, abissalmente diversi, anche se si possono usare parole molto simili per descriverli.
Ma qui vorrei mettere soprattutto in chiaro che la discussione tra Popper e Einstein a proposito del parmenidismo di quest’ultimo si è svolta a un livello concettuale inadeguato rispetto a quello che la grandezza del tema avrebbe richiesto. [ … ]
Il tema centrale della loro discussione riguarda, si è visto, l’illusorietà del mutamento, affermata da Eistein sulle orme di Parmenide (il Parmenide della tradizione filosofica) e negata da Popper. Il quale propone, Einstein consenziente, di considerare il mondo einsteiniano come una ” pellicola cinematografica ” : nella pellicola i fotogrammi (cioè gli oggetti del mondo) coesistono, sono già tutti reali nello stesso modo, sia quelli che nella proiezione vengono a formare il ” passato “,sia quelli che costituiscono il ” futuro “. Solo nella proiezione si produce la differenza tra passato e futuro e quindi il mutamento. Ma rispetto alla pellicola, in cui non accade nulla, il mutamento dei fotogrammi è ” un’illusione umana “.
A questo punto Popper ha buon gioco ad obiettare ad Einstein che se il mutamento esiste solo nella nostra coscienza illusoria del mondo, ma non nel mondo stesso, tuttavia la nostra coscienza, per quanto illusoria rispetto al mondo, è pur sempre qualcosa di reale, ossia è una parte del mondo reale, sì che il mutamento che in essa si produce è esso stesso reale e contraddice la tesi della totale immutabilità del mondo. Nella proiezione cinematografica l’esperienza illusoria del mutamento richiede il passare, lo scorrere reale della pellicola nel proiettore, così come l’ ” osservatore ” del mondo immutabile deve scorrere realmente lungo la linea in cui percepisce illusoriamente il divenire del mondo. Il mutamento è comunque reale – anche cioè se è il contenuto di una coscienza illusoria. Ciò vuol dire che la realtà muta. Popper racconta che ascoltando questi argomenti “Parmenide discusse con grande pazienza, com’era sua abitudine. Disse che ne era rimasto colpito e che non sapeva come rispondervi “.
Eppure il problema decisivo incomincia proprio a questo punto. [ [ … ] Il senso autentico dell’immutabilità ed eternità di ogni ente non è quello di cui parla la fisica di Einstein. [ …] Quando la cultura e anzi l’intera civiltà occidentale affermano che il mutamento è reale, ossia che la realtà muta, intendono che gli “”enti” (per lo meno in qualche loro aspetto) escono dal ” niente ” e vi ritornano. [ … ] Anche Einstein e Popper si mantengono all’interno di questo significato del mutamento, sebbene il primo affermi e il secondo neghi l’illusorietà del mutamento così inteso.
[ … ]
Ma la questione decisiva non è se il mutamento, così inteso, sia o no illusorio, ma se il pensiero non debba portarsi oltre questo senso del divenire, che domina l’intera civiltà occidentale. [ … ] Da tempo sto mostrando che se il divenire è inteso in questo modo, allora non esiste affatto esperienza del divenire – che è cosa ben diversa, si badi, dall’affermare (come Einstein-Parmenide afferma) che l’esperienza del divenire è illusoria. Ma da tempo sto anche mostrando che il senso autentico del divenire è un altro, del tutto nascosto alla nostra cultura: il divenire è la ” manifestazione “, il progressivo ” apparire ” dell’eterno (ossia del Tutto). In questo senso, solo l’eterno può ” divenire “.
( Emanuele Severino, Il parricidio mancato, Adelphi, Milano 1985, pp, 143 – 147).

estratto segnalato da Vasco Ursini in:

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