Emanuele Severino, Il Linguaggio e il pensiero, da ‘La legna e la cenere’, Adelphi, Milano 2000, pp. 45-48

 

Il Linguaggio e il pensiero

Il linguaggio: è diventato il problema centrale di buona parte della filosofia contemporanea. Ma questo fatto non è forse un’esagerazione in un tempo come il nostro, dove ciò che conta non sono le parole, ma le operazioni con cui la tecnica trasforma e domina il mondo? No, si risponde, perché le operazioni della tecnica dipendono dalla scienza, da cui sono guidate; e la scienza è un linguaggio o un insieme di linguaggi; sì che l’indagine sul linguaggio non è qualcosa di cui scienza e tecnica possono disinteressarsi.
Ma la scienza non è innanzitutto pensiero, conoscenza, sapere?, e la riflessione sul pensiero, sulla natura e le sue forme non è forse più importante, per la scienza, dell’indagine sul linguaggio? No, si risponde, perché il pensiero non può essere separato dal linguaggio, né i concetti dalle parole. In questa risposta convergono sostanzialmente posizioni filosofiche molto diverse: neopositivismo e filosofie analitiche, e filosofi come Benedetto croce, Ludwig Wittgenstein, Martin Heidegger e quanto ad essi si ispirano.
Proprio perché afferma l’ ‘inseparabilità’ di pensiero e linguaggio, la filosofia contemporanea, anche quando non se ne rende conto, è spinta ad attribuire al linguaggio i caratteri che la filosofia moderna, da Cartesio a Hegel, ha attribuito al pensiero. Heidegger scrive che “dappertutto ci si fa incontro il linguaggio”. La grande scoperta di Cartesio, all’inizio della filosofia moderna, è che dappertutto ci si fa incontro il pensiero, giacché il “pensiero” (questa, la definizione di Cartesio) è “tutte le cose, in quanto sono in noi, accadono in noi e in noi vi è coscienza di esse”. Quel che dappertutto ci si fa incontro – anche il dolore, il piacere, le cose sensibili – sono cioè “idee”.
Aristotele non lo avrebbe mai detto, perché per lui quel che dappertutto incontriamo sono cose, “enti”: La casa, l’albero, il monte, le stelle sono cose; e le nostre idee, per Aristotele, sono la via lungo la quale le cose ci vengono incontro – sono “ciò mediante cui si conosce”, dicevano gli aristotelici medioevali.
Ma Cartesio scopre che la casa e le stelle, l’albero, il monte e tutte le cose di cui siamo coscienti sono, appunto, qualcosa di pensato, di conosciuto, e quindi non possono essere le cose e gli enti reali che esistono indipendentemente dal nostro pensiero. Case, stelle, monti, mari e tutto il resto sono cioè soltanto “idee” – sì che l’ “idea” non è più “ciò ‘mediante cui’ si conosce”, ma è “ciò ‘che’ si conosce”. Da qui prende inizio il grande sviluppo del pensiero moderno, che conduce a Kant e poi all’idealismo.
Ma quanto si è detto qui sopra a proposito dell’ “idea” di Cartesio non va forse riproposto e ripetuto a proposito della “parola”? E questa ripetizione non è forse l’argomento più solido per escludere la separazione di pensiero e linguaggio? Il rifiuto di questa separazione è continuamente ribadito dalla filosofia contemporanea. E’ perfino diventato un luogo comune. Ma nella filosofia contemporanea la ‘fondazione’ di tale rifiuto tende a restare in ombra, non ne viene in luce il carattere perentorio, tende a presentarsi come qualcosa di evidente da cui si debba partire e che dunque non sia più il caso di attardarsi a discutere e giustificare.
Intendo dire che l’inseparabilità di pensiero e linguaggio può essere mostrata con una radicalità superiore a quella messa in atto dalla stessa filosofia che oggi pone il linguaggio al centro dell’attenzione. Appunto tale radicalità si tenta di indicare in un mio libro del 1992. Che però è intitolato ‘Oltre il linguaggio’ (Adelphi). Questo titolo vuol suggerire che, anche dopo aver conferito alla tesi dell’inseparabilità di pensiero e linguaggio tutta la radicalità e la forza che sembrano mancarle nella filosofia contemporanea, ha ancora senso portarsi oltre il linguaggio. E’ anzi ‘necessario’. La “necessità” non resta cioè travolta dal divenire del linguaggio – a differenza di quanto afferma la filosofia contemporanea. […]
Ma è così indiscutibile che il linguaggio dica solo cose che vengono da esso e in esso continuamente trasformate, prodotte dal nulla e risospinte nel nulla? A partire dal pensiero greco, che l’essere sia divenire è la fede fondamentale dell’Occidente e dunque anche della riflessione contemporanea sul linguaggio, che identifica l’essere e il linguaggio (cfr. E. S., ‘Essenza del nichilismo’,Adelphi). Mettere in discussione quella fede significa dunque mettere in discussione il modo in cui è inteso dalla filosofia contemporanea. Solo scendendo ‘nel’ cuore più profondo del linguaggio dell’Occidente è possibile stare “oltre il linguaggio”.
(Emanuele Severino, Il linguaggio e il pensiero, in ‘La legna e la cenere’, Adelphi, Milano 2000, pp. 45-48)

Sorgente: (31) Amici a cui piace Emanuele Severino

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...