Emanuele Severino, LA FINE DEL TEMPO, estratto da: La potenza dell’errare, Rizzoli, Milano 2013, pp. 194 – 195. Già segnalato in Amici a cui piace Emanuele Severino

 

In Italia alcuni fisici e qualche filosofo hanno notato l’affinità tra la “tesi” centrale del mio discorso filosofico – l’eternità di ogni essente e pertanto di ogni stato del mondo – e la “tesi” di Einstein che “per noi fisici la distinzione tra passato, presente e futuro non è che una testarda illusione”. Ho messo tra virgolette la parola “tesi” per sottolineare che quando le “logiche” che conducono “alla stessa” tesi sono diverse, son diverse anche le tesi che suonano apparentemente identiche. E la logica della fisica einsteiniana è essenzialmente diversa da quella secondo cui si manifesta la necessità dell’eternità di ogni essente a cui si rivolgono i miei scritti.
Ciò non vuol dire che ci si debba disinteressare del rapporto tra le due “tesi”, soprattutto ora che molti fisici mettono in questione il concetto di “tempo”, che sta in piedi solo se il presente differisce dal passato, ossia dall'”ormai nulla”, e dal futuro, ossia dall'”ancor nulla”. L’esempio più recente e tra i più rilevanti di questa crisi del tempo nel mondo della fisica è il libro del fisico Julian Barbour, ‘La fine del tempo. La rivoluzione fisica prossima ventura’ (Einaudi 2003).
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Barbour scrive: “Da una quindicina d’anni un numero esiguo ma crescente di fisici, me compreso, comincia a considerare l’idea che il tempo non esista veramente. E lo stesso vale per il movimento”. Posso invitarlo a tener presente che la riflessione sull’eternità di ogni essente e di ogni evento è presente nei miei scritti sin dalla metà degli anni Cinquanta e che a metà degli anni Sessanta la discussione su questo tema è stato un non trascurabile evento della filosofia italiana, che continua tuttora a essere vivo? Egli non è uno di quegli sprovveduti che non vedono relazioni tra fisica e filosofia: nella prima pagina del suo libro (di grande interesse e avvincente) scrive che “ben pochi pensatori, nelle epoche successive, hanno preso sul serio le idee di Parmenide; io invece sosterrò che l’eterno fluire eracliteo … non è che una radicata illusione”.
Dirò allora al professor Barbour che qui in Italia, da mezzo secolo, quelle idee sono state prese molto sul serio non solo da me, ma anche da chi ha creduto di dover dissentire. E sono certo che al professore non interessa favorire quella sorta di incompetenza che c’è all’estero intorno alla filosofia italiana.
(Emanuele Severino, La potenza dell’errare, Rizzoli, Milano 2013, pp. 194 – 195)

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