Gabriele Pulli, citazione e note da Freud e Severino, Moretti e Vitali editori, Bergamo 2009, pp. 51-53

Freud dà per scontato che l’a-temporalità dell’inconscio non dia luogo a un’interpretazione veritiera della realtà. Dà per scontato che ci sia un pensiero razionale che porta ad affermare che le cose sono nel tempo e un sistema inconscio che nega irrazionalmente tale affermazione (Nota: Al punto da ricondurre essenzialmente la patologia psichica a tale negazione irrazionale dell’esistenza del tempo). Severino dimostra come non sia affatto vero che il pensiero razionale porti a tale conclusione: come sia vero esattamente il contrario. Un pensiero razionale correttamente inteso, non alienato da se stesso, non attesta affatto che le cose siano nel tempo. Perché non lo attesta affatto – ma attesta il contrario – il principio di non contraddizione su cui tale pensiero si basa.
Il contributo del pensiero di Severino al tema della a-temporalità dell’inconscio può consistere allora semplicemente nel riconoscere valore di verità all’a-temporalità dell’inconscio (Nota: D’altra parte, se Freud non ha riconosciuto tale valore ha tuttavia riconosciuto il limite nella sua riflessione in proposito: “nemmeno io sono andato avanti su questo punto”. Il superamento di tale limite potrebbe consistere dunque nel riconoscimento del carattere veritativo dell’a-temporalità dell’inconscio).
Un tale riconoscimento si risolverebbe essenzialmente nell’enfatizzare quella valenza fisiologica dell’a-temporalità dell’inconscio che già Freud aveva individuato, nel generalizzarla fino a fondarla sulla verità, fino ad attribuirgli la proprietà di cogliere la verità (Nota: E’ il tema antico della conoscenza che salva, a cui Severino dedica in particolare un capitolo del libro “Il giogo: Alle origini della ragione. Eschilo”, Adelphi, Milano 1989,pp. 32-43).
Ciò corrisponde sostanzialmente a quel che afferma Severino quando scrive: “le infinite forme della sofferenza provengono da una radice comune: la convinzione che l’uomo sia un essere effimero, caduco, finito, che solo per breve tempo riesce a sporgere dal nulla, da cui ben presto è definitivamente inghiottito” (La legna e la cenere, Rizzoli, Milano 2000. p. 67). E, poco oltre, riferendosi esplicitamente alla patologia psichica: “L’essenza della cultura occidentale, affermando la nullità dell’uomo e delle cose, è la responsabile di ogni “malattia” della mente, ossia di ogni angoscia che l’uomo prova per la propria nullità e che costotuisce il nucleo di ogni patologia psichica” (ibidem, p. 74).
La terapia psicoanalitica, del resto, è un curare attraverso il conoscere. Per Freud – come per i suoi eredi – è la conoscenza della verità che preserva dalla patologia. Per essere coerente con il contesto della concezione freudiana, dunque, la valenza psicologica della a-temporalità dell’inconscio dovrebbe essere connessa al riconoscimento del carattere di verità della a-temporalità in quanto tale.
Tale valenza è apparsa come ciò che previene il trauma – e la conseguente coazione a ripetere le esperienze spiacevoli – e come ciò che ripristina la fisiologia una volta che il trauma si sia determinato. Ma come potrebbe un elemento preservare dal trauma e dall’angoscia se non fosse fondato sulla verità?! Da dove, se non dal suo corrispondere alla verità, trarrebbe la forza per farlo?!
In tal modo, il problema delle due valenze – una patologica, l’altra fisiologica – del concetto freudiano di a-temporalità dell’inconscio, e prima ancora il problema di ciò che resta incompreso della sua valenza patologica, troverebbe una soluzione semplice e drastica, consistente appunto nel venir meno della valenza patologica.
Un tale contributo al tema della a-temporaità dell’inconscio, tuttavia, non è l’unico che possa provenire dal pensiero di Severino. Esso è un contributo diretto, essenzialmente un’applicazione della filosofia di Severino al problema in questione. Ma se ne può riconoscere un altro, che scaturisce in maniera indiretta da tale filosofia. ( Ma di quest’altro diremo in un prossimo post).

(Gabriele Pulli, Freud e Severino, Moretti e Vitali editori, Bergamo 2009, pp. 51-53)

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