«I significati che valgono come costanti sintattiche di ogni significato possono essere chiamati “costanti sintattiche illimitate” o “costanti persintattiche” …, Emanuele Severino, La struttura originaria, Adelphi, Milano 1981, pp. 445-447

«I significati che valgono come costanti sintattiche di ogni significato possono essere chiamati “costanti sintattiche illimitate” o “costanti persintattiche”. […] Si dica dunque che la presenza di un significato è formalmente distinta dalla presenza della presenza di quel significato; e quindi la presenza del campo persintattico è formalmente distinta dalla presenza della presenza di tale campo. Stante questa distinzione formale, segue che tutto ciò che si sa (tutto ciò che è presente, posto) non è necessariamente ciò che si sa di sapere; ossia non è autocontraddittorio affermare che ciò che si sa di sapere costituisca un orizzonte meno ampio di ciò che si sa.

Orbene: se ogni orizzonte posizionale è necessariamente posizione del campo persintattico, non ogni orizzonte posizionale è posizione della posizione di quel campo. Quest’ultimo sta sempre dinanzi – e quindi proprio esso è l’immodificabile destino dell’uomo -, contenuto essenziale della presenza, chiarità o epifania essenziale: resta nascosto soltanto in quanto non ci si avvede di averlo sempre dinanzi, così come la luce è nascosta soltanto in quanto l’occhio si perde nei colori e, pure vedendo in ogni colore la luce, non le riserba alcuno sguardo. E appunto in questa situazione si trova la coscienza comune o prefilosofica: di non porre o di non avvedersi mai della presenza del campo persintattico. Ciò che attira l’attenzione è la novità del contenuto: il cangiamento, la sorpresa, l’imprevisto hanno una presa che non concede alcun tempo al calmo sguardo sul permanente campo persintattico. La novità provoca l’appariscenza, e l’appariscente è appunto ciò che la coscienza comune sa di sapere: il permanente, che pure è la stessa condizione della manifestazione dell’appariscente, non suscita invece interesse, e pur essendo costantemente saputo, non si sa di saperlo».

Emanuele Severino, La struttura originaria, Adelphi, Milano 1981, pp. 445-447.

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