A NOSTRA INSAPUTA…. Il rebus della filosofia è lo stesso enigma della vita …, di Luciano Tomagè. commento di Vasco Ursini

A NOSTRA INSAPUTA…. Il rebus della filosofia è lo stesso enigma della vita. E il mistero (mortale) della vita è l’ incantesimo di una fede che spinge l’ uomo a credere che le cose del mondo si trasformino in altro da sé e, a conclusione di tale processo, diventino nulla, cioè quell’ assolutamente altro da ciò che erano. La fede nel divenir-altro spinge il mortale a chiedersi la ragione delle cose e di quel tutto che le raccoglie in uno. E quel tutto è intanto vissuto da ognuno nella dimensione esistenziale del proprio io, cioè nella vita del proprio esser uno. Li c è il rebus, il più appassionante dei rebus perché la posta in gioco è la verità, il vero senso della vita vissuto in prima persona. Certo, al mortale per lo più basta l’illusoria certezza della fede, di cui è intessuto il senso comune dominante…il naturalismo ingenuo e innocuo che riscontriamo quotidianamente. Ma il gioco di prestigio su cui è costruito il rebus del divenire altro consiste nel nascondere allo sguardo uno dei due lati della contraddizione essenziale che lo costituisce: quando una cosa è se stessa, essa non è altro da sé, quando è divenuta altro da sé, essa non è più se stessa. Se la contraddizione si mostrasse interamente nella sua costrituzione antitetiche, la coscienza filosofica riconoscerebbe l’impossibilità del suo contenuto. Il pdnc è apparentemente saldo, ma sotto sotto la contraddizione del divenir-altro (della notte nel giorno, del giorno nella notte, del caldo nel freddo, del freddo nel caldo, del niente nell’ente, dell ente nel niente) rinforza l illusione nell esistenza di qualcosa che, in verità, è impossibile che sia…qualcosa di assurdo e di folle. Una alienazione essenziale nascosta dietro un rebus incomprensibile al mortale. La chiave per la soluzione del rebus sta nel vedere che pensando il divenire altro delle cose, si sta pensando il nulla di esse, ma lo si nasconde. Per essere intese come un divenire altro, le cose devono essere primariamente intese come niente, come nulla, come non essenti. Succede a nostra insaputa “naturalmente”, ma succede inevitabilmente in una zona inconscia del pensiero che la coscienza filosofica è scientifica del nostro tempo stenta a portare alla luce. Inorridirebbe, allo specchio. È l enigma degli enigmi, il divenir-altro delle cose. La stessa volontà di potenza rimarrebbe un concetto indeterminato senza la soluzione del rebus del divenire. Perché il mistero della volontà che si crede animi la vita, la crei e la distrugga, è l:apparire dell’errore in cui consiste la fede nel divenire altro, e infine nulla. Si tratta di una fede fortissima se è vero, come è vero, che contende al destino il senso della verità. Radicata nelle viscere del mortale, questa fede, che nutre la radice della nostra individuale volontà di potenza. È l’ isolamento è a sua volta la causa di questa fede: innanzitutto l isolamento di ogni cosa dal suo essere (dal suo esser se stessa), poi di ogni cosa da tutto il resto è infine l isolamento delle cose dalla loro verità, così come l’isolamento reciproco dei due lati della contraddizione del divenire altro, da cui siamo partiti in questa lunga riflessione. A nostra insaputa.

commento di Vasco Ursini:

Questo è un post di Luciano Tomagè: è la dimostrazione chiara della sua straordinaria posizione filosofica, della sua profonda competenza delle questioni filosofiche centrali e imprescindibili, ieri come oggi, come sempre. Mi sta venendo in mente questa idea: domani leggerò a Emanuele questo suo post per mostrargli gli alti livelli degli scritti e delle discussioni che si producono in questo gruppo e nel blog.

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