UN INTERESSANTE CORRETTO CONFRONTO TRA SEVERINO E HEIDEGGER, in Gabriele Pulli, Freud e Severino,, Moretti e Vitali, Bergamo 2009, pp. 59-61

 

La filosofia di Severino appare diametralmente opposta a quella di Heidegger. Come abbiamo visto anche per Heidegger la tradizione dell’Occidente è essenzialmente nichilista. E anche per lui il nichilismo consiste in un disconoscimento dell’essere, in un “oblio dell’essere”. Per lui, tuttavia, l’oblio dell’essere è la conseguenza di un disconoscimento del nulla. La tradizione occidentale disconosce l’essere in quanto disconosce il nulla.
Heidegger ritiene che l’essere tragga il suo senso e il suo valore dall’opporsi al nulla, al pari di Severino, il quale afferma: “l’essere è [ … ] ciò che si oppone al nulla, è appunto questo opporsi”. Ma Heidegger ritiene che per opporsi al nulla, dunque per negarlo, sia necessario presupporlo: “per poter negare, la negazione deve presupporre un negabile”. Per Heidegger, il nulla è il fondamento – in quanto tale sempre vigente – di quella sua negazione che è l’essere. Per Severino, invece, l’opporsi dell’essere al nulla è uno sradicarlo totalmente e definitivamente, una volta per tutte: “la totalità dell’essere [ … ] in quanto immutabile si raccoglie e si mantiene dentro di sé [ … ] formando quel regno ospitale ove l’essere resta custodito per sempre e ‘per sempre sottratto alla rapina del nulla’.
Una tale polarità è rinvenibile anche nel tema della differenza ontologica, della differenza tra l’essere e l’ente. L’ente – ciò che è, ciascuna cosa che è – trae il suo valore dall’essere, dunque dal solo fatto di essere. Una determinata cosa può essere confrontata con un’altra determinata cosa o con nulla. Ed è solo in quest’ultimo caso che essa emerge in tutto il suo valore e in tutto il suo senso. E’ solo in questo caso che risplende. Ora, per Severino il solo fatto di essere emerge se le cose non sono confrontate con nulla, nel senso che non sono confrontate con altre cose “quando [ … ] dell’albero non si dice (soltanto) che non è il monte, ma si dice che è e che non può accadere che non sia, allora [ questo, come ] ogni essere prende volo divino. Per Heidegger, invece, il solo fatto di essere emerge se le cose sono confrontate con ‘il’ nulla, nel senso della possibilità di non essere in alcun modo.
Sicché, se per Severino la differenza fra l’essere e l’ente è quella fra l’apparire della parte nell’orizzonte del tutto o meno, per Heidegger essa consiste nello svelarsi o meno delle cose nell’orizzonte del nulla.
Conseguentemente, per Severino le cose hanno senso e manifestano il proprio splendore in quanto eterne, per Heidegger in quanto temporali. E per Severino la vita è vivibile in quanto è salva dall’angoscia dell’annientamento, laddove per Heidegger è proprio tale angoscia a rendere autentica l’esistenza.

(Gabriele Pulli, Freud e Severino,, Moretti e Vitali, Bergamo 2009, pp. 59-61)

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